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La trattativa per la liberazione e i contraccolpi

Israele vuole la liberazione di Shalit ma non al costo di una nuova Intifada

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Quante volte negli ultimi tre anni Noam e Yoel Shalit – padre e fratello di Gilad, il giovane soldato israeliano rapito da Hamas nel 2006 – sono stati sul punto di riabbracciare il loro familiare? Troppe. Per questo ci vuole cautela, e il susseguirsi di notizie che da qualche giorno invade i media dello Stato ebraico va vissuto con il giusto distacco. L’accordo con Hamas per la liberazione del soldato sarebbe ormai cosa fatta, ripetono giornali e televisioni citando fonti più o meno scoperte: nessuno smentisce, e perfino il presidente Shimon Peres ha parlato di importanti passi avanti. Da qui a riabbracciare Gilad, però, ce ne corre. È per questo che ieri Noam e Yoel sono stati ricevuti dall’ex agente del Mossad Hagai Hadas, responsabile delle trattative per il rilascio del ragazzo: per avere notizie certe e ufficiali. Nel pomeriggio, in compagnia della moglie, Noam si è poi recato alla Knesset per incontrare alcuni parlamentari contrari al rilascio del militare.

Non è facile districarsi nel fiume di notizie delle ultime ore. La tv Al-Arabya è stata la prima a parlare di importanti sviluppi nell’affaire Shalit, ripresa poco dopo dall’americana Fox News secondo la quale Israele avrebbe approvato una nuova lista di 70 prigionieri palestinesi da rilasciare in cambio del proprio soldato. Alle notizie, i giornalisti hanno poi collegato segnali importanti: dopo la caduta di un razzo su Sderot, Hamas ha invitato i militanti della Striscia ad evitare altri attacchi (che rischierebbero di compromettere ogni accordo); dall’Egitto, Shimon Peres ha confermato progressi in atto, auspicando che giungano ad una conclusione positiva; Hamas ha infine ammesso di aver inviato delegati al Cairo per trattare un rilascio in due tempi: la consegna del soldato all’Egitto, dietro liberazione di circa 400 detenuti, e successivo trasferimento in Israele in cambio di ulteriori concessioni.

Da Gerusalemme, però, si invita alla cautela. Il generale Gabi Ashkenazi ha ricordato che le indiscrezioni della stampa potrebbero intralciare le trattative: “Siamo molto impegnati a lavorare per la liberazione di Shalit, ma questo lavoro deve restare dietro le quinte”. Un altro generale, Avi Benayahu, ha detto di aver letto molte cose sulla stampa: “Alcune sono vere, altre sono semplice disinformazione”. Stando alle ultime notizie certe, sappiamo allora che Israele e Hamas stanno trattando al Cairo sotto mediazione egiziana e tedesca, e che l’accordo tra le parti potrebbe essere raggiunto entro venerdì; al centro del dibattito, i nomi dei prigionieri palestinesi da rilasciare in cambio del militare. Il premier Netanyahu, ieri pomeriggio, ha ricordato però che non è ancora giunto il tempo dell’accordo e che quando ci sarà verrà presentato alla Knesset e votato nel governo: “Non eviteremo il pubblico dibattito”.

Solo il passare delle ore potrà chiarire il destino di Gilad, mentre la sorte del militare israeliano tiene con il fiato sospeso tutto il paese. In Israele, i temi all’ordine del giorno sono molti: il rinvio delle elezioni palestinesi da parte di Abu Mazen, l’impegno di Peres a bloccare gli insediamenti israeliani nel West Bank parallelamente alla ripresa dei negoziati con l’Anp e la minaccia iraniana, eppure i giornali dello Stato ebraico non hanno occhi che per Shalit. Al di là delle trattative e della regola non scritta per cui Israele ha sempre fatto di tutto per riportare a casa i propri ragazzi, vivi o morti, l’eventuale rilascio di Gilad pone del resto una questione etica cruciale: è giusto rilasciare tanti militanti palestinesi per un solo uomo? Le opinioni sono contrastanti, e insieme a tanti attivisti a favore del negoziato c’è anche chi si dice contrario: alcune associazioni, ad esempio, giudicano lo scambio “immorale” e chiedono al governo di agire con un blitz militare.

Indicativa in questo senso è la posizione assunta dal cognato del premier Netanyahu, Hagi Ben-Artzi, intervistato ieri da Army Radio. Secondo Ben-Artzi, la liberazione di centinaia di prigionieri porterebbe ad una nuova intifada come era accaduto nel 1997 in seguito al rilascio del leader spirituale di Hamas Ahmed Yassin: “Con tutto il bene che voglio a Bibi, gli chiedo di non assumersi la responsabilità della possibile morte di centinaia e centinaia di israeliani”. Liberare Shalit, ha concluso il cognato del premier, sarebbe “un incoraggiamento al terrorismo e porterebbe a grandi ondate di attacchi”. Una sintesi tra le diverse posizioni l’ha forse trovata il quotidiano conservatore “Jerusalem Post” con un editoriale intitolato Quale prezzo per Shalit?: “Invitiamo il premier a non tralasciare nulla nel tentativo di portare a casa Shalit, mettendo sopra a tutto l’interesse nazionale”. Quale sia realmente l’interesse nazionale – riportare a casa Gilad a qualsiasi costo, o trattare un compromesso più ragionevole – viene lasciato però alla sensibilità dei singoli cittadini.

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