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L'intervento

Italia-Libia e non solo… Storia Kafkiana o da Hitchcock

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Negli ultimi giorni si è scritto e si è detto molto sul periodo in cui il nostro Paese è stato “suddito” non solo della volontà terroristica del dittatore libico Muhammar Gheddafi, ma anche di quella con altra provenienza, seppur contigua alla prima. Non sempre, però, si è chiarito il quando, il come e, soprattutto, per conto di chi è nata, si è sviluppata ed è divenuta poi foriera di tanti lutti e di tanti diabolici misfatti.

Di seguito alcuni punti salienti di una storia kafkiana o da Hitchcock e che ha l’incipit proprio nella terra dei libi.

Il primo settembre 1969, mentre il Re libico Idris Senussi è in Turchia per curarsi, un colpo di Stato dell’esercito, guidato dall’allora capitano Muhammar Gheddafi, lo depone con facilità impensabile.

Nasce l’era gheddafiana. “Settanta gagliardi uomini di meno di trent’anni (50 militari e 20 civili) che stabiliscono, in meno di cinque ore e senza colpo ferire, un potere rivoluzionario in quello che è un vero e proprio protettorato anglo-americano, feudo della Standard Oil e del Pentagono, è la realtà che supera l’immaginazione” – scrive Albert Paul Lentin in un articolo su “Le Monde”.

In poco tempo dai rivoluzionari viene vinta la battaglia contro le multinazionali del petrolio e risolto il problema delle basi militari straniere. Subito dopo il giovane leader libico rivolge l’attenzione alla comunità italiana residente in Libia e nel 1970 oltre ventimila italiani sono espulsi. Subiscono la confisca di tutti i loro beni in violazione del trattato italo-libico del 1956. Tale trattato è stipulato sulla base della Risoluzione ONU del 1950 che condiziona l’indipendenza del regno di Libia (sono i tempi del Re Idris I) al rispetto dei diritti e degli interessi delle minoranze residenti nel Paese. Gheddafi giustifica la confisca (circa 400 miliardi di lire) come parziale ristoro dei danni derivati dalla colonizzazione italiana successiva alla conquista del 1911. Il governo di Roma (Presidenza prima dell’On.le E. Colombo e poi dell’On.le M. Rumor), da parte sua, non pretende mai dai libici il rispetto del trattato violato, né pone altri tipi di freno … Si studiano comunque delle contromisure e, su indicazione dell’allora Ministro degli Esteri On.le Aldo Moro ed accogliendo un consiglio del Ministro Affari Esteri libico, si decide di inviare, in missione segreta nel paese nord-africano,  un Ufficiale del Servizio Informazioni Difesa (SID). Si sceglie il Colonnello dell’Esercito Roberto Jucci (Capo del Settore “Contro-Spionaggio”) che ha essenzialmente il compito di negoziare la tutela e l’incolumità della comunità italiana e di limitare i danni agli interessi economici derivanti dal controllo libico sulle risorse energetiche. Si ottiene così la liberazione della quasi totalità degli italiani e sono altresì evitati i campi di concentramento.

Una volta decongestionata la situazione, si riesce ad organizzare il viaggio dell’On.le Moro a Tripoli (1970), che si conclude  con l’impegno di quest’ultimo di non effettuare azioni illegittime nei confronti del governo libico da parte delle Istituzioni italiane.

Passa qualche anno. I rapporti tra Roma e Tripoli continuano a correre su binari non ben definiti né ben definibili, ma che, comunque e non all’insaputa dei nostri Governi, non impediscono importanti operazioni finanziarie (cospicue azioni libiche del Gruppo Fiat, ecc.), fornitura di prodotti italiani (tra i tanti, aerei di addestramento al volo basico SIAI-Marchetti e contratti per piloti – ex militari – italiani con funzioni di istruttore di volo basico) e di altro ancora.

Correndo l’anno 1979 si ripropongono ancora una volta le condizioni di una nuova missione segreta di un italiano nella capitale libica. È sempre Jucci, l’Ufficiale scelto, che ora riveste il grado di Generale. La decisione, questa volta,  è presa direttamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri Francesco Cossiga, d’accordo con il Ministro della Difesa, Attilio Ruffini.

Il Generale Jucci, che è a Tripoli dal 17 al 22 ottobre 1979, ha l’incarico di trovare soluzioni a tre questioni (liberazione pescatori italiani arrestati per un presunto sconfinamento dei loro pescherecci nelle acque territoriali libiche; soluzione della vicenda dell’Imam Sciita Moussa Sadr –scomparso insieme a due accompagnatori-; controverso problema dei dissidenti libici esuli in Italia). Nella realtà, la questione dei pescherecci serve come copertura della missione del Generale  che è essenzialmente voluta per trovare un accordo con i libici accompagnato da clausole segrete, tra cui una che riguarda la consegna, da parte dei nostri Servizi Segreti, degli elenchi e dei recapiti degli esuli libici dissidenti.

Il 14 febbraio 1980, tre mesi e mezzo dopo il ritorno del Generale Jucci dalla sua seconda missione nord-africana, la segreteria particolare del Generale Giuseppe Santovito, Direttore del Servizio Segreto italiano (ora non più SID ma Sismi, cioè Servizio Informazioni e Sicurezza Militare italiano) consegna al rappresentante del Servizio Informazioni libico in Italia, Mousa Salem El Hagi, un elenco nominativo ed il recapito di ben 22 dissidenti, unitamente ad un altro elenco, suddiviso in tre parti, con il quale sono date notizie anche su libici residenti all’estero.

Da questo momento, in Italia, ha inizio un’impressionante serie di attentati ed omicidi ai danni di esuli libici, tra i quali Azadine Lahderi, il quale, oltre ad essere un dissidente, è anche la  “fonte” (in codice Damiano) di informazione del nostro SISMI sui contatti tra le Brigate Rosse e la Libia. In un telex del 13 dicembre 1980, indirizzato dal Sisde (Servizio Informazioni Civile italiano) al Comando Generale dei Carabinieri e al nostro Sismi, si fa riferimento ad un’informazione secondo la quale, nei primi del mese di ottobre 1980, 11 appartenenti alle B.R. si sarebbero recati in Libia per un periodo di addestramento all’uso delle armi e degli esplosivi. Questo è uno degli esempi del collegamento libico con fatti ed operazioni clandestine a sostegno soprattutto del terrorismo internazionale in collusione con la parte più estremista della resistenza palestinese (Flpl). A tale riguardo e riferendosi a Gheddafi, Sergio Romano scrive: “Il suo modello è Nasser: l’araldo della rinascita araba; il campo di battaglia: il conflitto arabo-israeliano; il nemico storico: l’Italia … Da ciò derivano gli elementi della sua politica internazionale, i ripetuti costanti tentativi di unità araba, il sostegno a movimenti di liberazione ed il finanziamento alle varie formazioni terroristiche …”.

Ci si può chiedere ora: tutte le informazioni, di cui sono in possesso i servizi “intelligence” italiani, sono totalmente “valorizzate”? La risposta non può essere affermativa, in quanto c’è, nelle Autorità del nostro Paese (nel 1980 si registrano due Governi con la Presidenza dell’On.le Francesco Cossiga), una grande “prudenza” (che qualcuno chiama “sudditanza”) nel trattare la “pratica libica” e quella “palestinese”. La prudenza/sudditanza deriva dalla necessità, per noi vitale, di salvaguardare e tutelare in ogni modo gli interessi nazionali legati sia alla sicurezza “interna”, sia al settore energetico (cioè del petrolio) e sia ad altri settori importanti per l’economia.

Quanto finora succintamente evidenziato mette bene a fuoco l’orizzonte che abbraccia i rapporti tra noi e i due Paesi arabi nel periodo preso in considerazione (1979-1980), caratterizzato da atteggiamenti prudenziali, se non addirittura di sottomissione timorosa da parte italiana e spavalderia “terroristica” araba. Va ricordato, infine, che proprio nel 1980 si verificano in Italia tre episodi che ci riguardano molto da vicino e che rimarranno “nebulosi” per gli anni futuri: 27 giugno 1980, strage di Ustica; 18 luglio 1980, caduta del MIG 23 libico sulla Sila; 2 agosto, strage di Bologna. Dette vicende saranno caratterizzate da varie complesse articolazioni processuali in campo penale ed anche, per una di esse, in campo civile. Sullo sfondo c’è una forte tensione politica tra Libia ed Italia e soprattutto una fortissima tensione politico-militare che (estate 1980) contrappone Italia, Malta e Libia, senza considerare ciò che consegue al c.d. “lodo Moro” circa l’immunità dei terroristi palestinesi legati al leader libico che li “aizza” contro il nostro Paese, il suo nemico storico…

Non ce ne occupiamo come meriterebbe il tutto per questioni di spazio, anche se non possiamo fare a meno di ricordare quanto segue.

È il 2 agosto 1980. L’On.le Giuseppe Zamberletti è a La Valletta, ove sta per firmare l’accordo italo-maltese, con cui il nostro Governo garantisce la neutralità dell’Isola. Qualche minuto prima della firma, lo informano, da Palazzo Chigi, di una esplosione alla Stazione Ferroviaria di Bologna. Mentre sta per siglare il documento, sente alle sue spalle una parola che, fino ad allora, nessuno ha pronunciato: «Che coincidenza!». Poche ore dopo è in volo per rientrare a Roma e il suo pensiero “fa rotta” sui suggerimenti avuti dal Generale Santovito, Direttore della nostra “intelligence” militare: “Quei suggerimenti – pensa Zamberletti – avevano forse un altro sapore, un senso che non avevo saputo cogliere. Ricordo anche che mesi prima mi aveva preso da parte nel corso di un ricevimento: «Eccellenza, dovrei parlarle», mi disse guardandomi con viso preoccupato: «Come va questa storia di Malta?», aggiunse. Io gli illustrai brevemente l’andamento del negoziato … e lo feci schematicamente perché tanto ero convinto che il Direttore del Sismi sapesse tutto e forse di più. «Ma lei» – mi disse ancora – «ha proprio deciso di grattare la schiena della tigre?». Le sue parole non finirono qui. Mi disse ancora: «Questa partita sta accrescendo i sospetti del Colonnello Gheddafi nei nostri confronti. Ci creerà dei problemi …». Per poi aggiungere: «Lei sta facendo una conversione ad U sull’autostrada in un momento di grande traffico … Le dico che quasi certamente succederanno guai. Quali, e di che tipo, non lo so. Come vedrà, si faranno vivi anche con lei». E si erano fatti vivi” – annota Zamberletti, ricordando anche che, ai primi di giugno (il 27 giugno si verifica l’esplosione del DC-9 Itavia nel cielo di Ustica) di quell’anno [1980], l’Ambasciata libica di Roma gli aveva chiesto di ricevere, con la massima urgenza, una delegazione del paese nord-africano per importanti comunicazioni. La delegazione era numerosa. Sembrava più un Comitato Sindacale che una delegazione diplomatica. Erano in tanti, vestivano casual”. Parlava uno per tutti. La richiesta era semplice e chiara. Il governo libico chiedeva formalmente al governo italiano di non concludere l’accordo bilaterale con la Repubblica di Malta. “Dopo il congedo – ricorda infine Zamberletti -, mentre si allontanavano … mi veniva fatto di pensare a moderni bravi manzoniani: Questo matrimonio non s’ha da fare”. E a chi scrive, mentre annota i ricordi del Sottosegretario agli Esteri, giunge l’eco dell’altrettanto preoccupante frase rivolta a quest’ultimo durante un ricevimento a Roma dal filo-arabo Generale Santovito: “… Le dico che quasi certamente succederanno guai!”. Parole che di certo hanno risuonato, anche e per tanti anni, all’ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Repubblica, Senatore Francesco Cossiga, al centro della politica del governo degli anni ’79-’80. Non aveva forse dato l’importanza che meritava la binaria minaccia araba, che, secondo il Prefetto Vincenzo Parisi (Direttore Nazionale della Pubblica Sicurezza) e lo stesso On.le Zamberletti, si sarebbe poi articolata  in un segnale (Ustica) ed in una vendetta (Bologna), per la quale peraltro c’era un conto aperto da parte di Abu Anzeh Saleh, con base nel capoluogo emiliano e Capo nel nostro Paese del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (dell’organizzazione, cioè, “tradita” con l’arresto di quest’ultimo e “socia” in attentati con il leader libico). Ciò non dimenticando che Gheddafi, all’epoca dei fatti e come risulta in un documento del 12 maggio 1980, era divenuto il principale sponsor del Fplp, “istigandolo alla ripresa dell’attività d’azione violenta nei riguardi dell’Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potevano coinvolgere anche innocenti…”. Le deduzioni sulle due stragi del 1980 (con in comune la città di Bologna…) sono immediate e fanno rimpiangere molto la mancata audizione del Capo del terrorismo internazionale (il venezuelano Carlos, “ben conosciuto” dal palestinese Abu Anzeh Saleh). La circostanza, più volte programmata dalla Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Stragi, naufraga senza una valida ragione… Peccato, poteva essere un varco per aprire la strada della verità che evidentemente all’epoca non era ancora voluta… Speriamo che lo sia ora che sono trascorsi quarant’anni dai fatti, i quali tanto pesano sulla coscienza di molti!

* Generale di Squadra Aerea e vicepresidente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta XIII Legislatura

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