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Fase 2

Italia, prima a chiudere e ultima a riaprire

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Allora, si riparte? La cosiddetta Fase 2, quella durante la quale in qualche modo dovremo tornare a lavorare convivendo con il virus, occupa paginate di giornali e molti minuti di notiziari. Le ipotesi sono tante, ma le certezze poche: parafrasando un vecchio proverbio carico di saggezza, aumentano vertiginosamente i galli che cantano, ma all’orizzonte non si intravedono le luci dell’alba. È vero che siamo stati colpiti per primi dall’epidemia, e che alcuni errori dovuti all’impreparazione forse erano inevitabili; ma sottolineo il forse, perché probabilmente alcuni lo erano.

Limitiamoci ad osservare che per un bel pezzo ci siamo autoassolti con la constatazione di questo triste primato; poi ci siamo lungamente autoelogiati perché i paesi colpiti dopo di noi hanno preso esempio dal nostro comportamento. In realtà non è del tutto vero neppure questo, giacché la produzione di divieti (alcuni decisamente incomprensibili: all’esigenza giustissima di contenere il contagio ed evitare il collasso del sistema ospedaliero evitando gli assembramenti, praticando il distanziamento e curando al massimo le norme igieniche, si sono sommate prescrizioni cavillose di ogni sorta, dai cani al calcolo dei metri, alla differenza tra camminare e correre) e la chiusura di attività commerciali e produttive non ha raggiunto i nostri livelli in nessun paese europeo. Ma tralasciamo anche questo aspetto, e – superando la gretta tentazione sovranista di considerarci sempre i mejo fichi del bigoncio – diamo davvero un’occhiata fuori dal recinto di casa per vedere cosa succede da oggi in poi, perché tutti i paesi stanno affrontando il problema dei problemi, ossia come far ripartire l’economia e la società tutta senza provocare ritorni di fiamma del contagio.

Intorno a noi possiamo agevolmente verificare che, con modalità e priorità diverse, tutti si stanno muovendo. La Spagna, duramente colpita dall’epidemia, annuncia la riapertura delle scuole che, si sa, è un punto delicatissimo per la movimentazione di adulti e bambini che comporta; negli Stati Uniti si sta delineando la possibilità di diversificazione territoriale tra zone più o meno colpite; in Francia Macron ha annunciato una tabella di marcia per la ripartenza, che prevede anche la riapertura delle scuole per l’11 maggio. Se non vogliamo parlare di Islanda, Danimarca e paesi scandinavi, tutti alle prese con scelte da fare sul futuro, non possiamo però tralasciare la Germania, che ai risultati conseguiti sul fronte sanitario senza bloccare tutte le catene produttive ha aggiunto una tabella di marcia per la ripresa della normalità, con la specificazione di settori, date e modalità.

Per tutti generalmente il rientro sarà a tappe, e osservando molte cautele sul distanziamento e sulla sicurezza. Tutte cose di cui si parla anche da noi. Ma dove sta la differenza? In quei paesi i governi hanno già in mente cosa fare, e via via lo stanno facendo; e, possiamo esserne sicuri, dopo aver consultato gli esperti, dai medici agli economisti. È anche possibile, forse pure probabile, che le tappe annunciate non possano essere sempre rispettate nelle modalità e nella tempistica previste, ma viene fornita ai cittadini una prospettiva alternativa al morire di fame chiusi in casa. Da noi la strategia dominante è quella del rimpallo: per ogni problema spunta fuori, annunciato con grande enfasi, un comitato di esperti, a volte decisamente pletorico, che solleva il governo dalla responsabilità delle indicazioni dirette. E purtroppo può capitare che gli stessi designati non conoscano bene le regole di ingaggio, come traspare con una certa evidenza in un servizio del Corriere sulla task force di Vittorio Colao che sarebbe deputata proprio a studiare le modalità della Fase 2.

E non finisce certo qui: qualcuno ha calcolato in circa 300 il numero degli esperti che a vario titolo sono stati incaricati dal governo di coadiuvarlo nelle decisioni. Sul Riformista del 16 aprile ci sono i dettagli: 12 alla salute, 39 con Arcuri, 76 per la ministra Pisano, 123 all’Istruzione, 17 con Colao: non c’è da meravigliarsi se alla fine della fiera più di un filo comunicativo risulta aggrovigliato. Chi ha la stoffa per farlo efficacemente sintetizza così il mood governativo: mentre altrove riaprono le scuole, in Italia si apre una commissione per la riapertura delle scuole (Massimo Gramellini, Corriere del 16 aprile). E vogliamo parlare anche della task force di dodici donne “per il nuovo Rinascimento” (non c’è che dire, vaste programme!) messa su dalla ministra Bonetti? E in questa gara a chi nomina più esperti non sia mai che rimangano indietro i sottosegretari: ci siamo forse dimenticati di Andrea Martella, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, quello della task force (il termine piace molto e in verità suggerisce scenari più gagliardi delle grigie “commissioni”) per combattere le fake news e stabilire la verità di stato sul coronavirus?

In questa situazione le imprese di punta si stanno attrezzando con piani di rientro basati sulla turnazione, sulla messa in sicurezza dei posti di lavoro, sull’esecuzione dei test e dei tamponi necessari. Le regioni meno colpite cominciano a chiedersi per quanto tempo debbano condividere tutte le restrizioni con quelle dove i focolai sono stati più virulenti. E anche le regioni del Nord, cuore produttivo del paese, si stanno attrezzando se non altro come programmazione. È accaduto da qualche giorno nel Veneto di Zaia e nella Liguria di Toti. Ma da ieri anche in Lombardia il tema è entrato prepotentemente nell’agenda politica. E che non sia una levata di ingegno esclusiva della destra in cerca di polveroni da alzare contro il governo centrale lo dimostra l’intervento di Matteo Renzi sul Sole24 di domenica scorsa, un intervento ragionato e lontano dai toni paradossali e provocatori che spesso caratterizzano il personaggio.

La risposta? Di fronte alle preoccupazioni degli imprenditori e dei politici, di fronte al tentativo delle regioni di capire, differenziare, e così tentare salvare il salvabile del nostro tessuto produttivo e della tenuta sociale complessiva, ovviamente con l’assunzione di responsabilità per la tutela contestuale della salute e della vita dei cittadini, dai giornali si apprende che Palazzo Chigi è “irritato” ma silente. E mentre Fontana incassa la disponibilità del sindaco Sala a collaborare da subito alla ripresa, la sottosegretaria alla salute Zampa va alla carica: se la Lombardia riapre la possiamo fermare! Insomma, no pasaran!

 

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