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L'appello degli ebrei francesi

“JCall” rischia di spezzare il fronte della fermezza riunito attorno a Israele

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I fatti: un gruppo di 3.000 ebrei europei, meglio noto come “JCall”, ha firmato una petizione  presentata al Parlamento Europeo in cui si definisce l’occupazione israeliana dei territori palestinesi “moralmente e politicamente sbagliata”, accusando il governo Netanyahu di delegittimare con le sue scelte lo stato ebraico a livello internazionale. Le critiche mosse nel documento, intitolato “Un appello alla ragionevolezza”, non sono il frutto delle paranoie di un pericoloso nemico di Israele. Il gruppo è guidato da David Chemla, un ebreo che oggi vive in Francia dopo aver trascorso dieci anni in Israele e aver combattuto nell’esercito di Davide, e può contare sull’appoggio di intellettuali francesi – come Bernard Henry Levi – che in passato hanno difeso lo stato ebraico, durante l’Operazione Piombo Fuso o dopo il Rapporto Goldstone che accusava Tel Aviv di crimini di guerra e contro l’umanità. JCall s’ispira all’americano “JStreet”, un gruppo della sinistra ebraica americana che si dichiara alternativo al più conservatore AIPAC.

Potremmo cavarcela dicendo che la posizione espressa dai firmatari dell’appello esprime la pluralità di posizioni all’interno della comunità ebraica internazionale sulla questione palestinese (vi è mai capitato di ascoltare appelli alla ‘ragionevolezza’ di questo tipo fra gli alti ranghi dell'ANP?), se non fosse che gli autori cadono in una serie di trabocchetti per cui da una parte emerge il carattere un po’ utopico della loro iniziativa, e dall’altra rischiano di spezzare quel "fronte della fermezza" che fino adesso ha protetto Israele dalla minaccia concentrica di Hamas, dell'Hezbollah e dell'Iran. Va segnalato, per esempio, il prevedibile effetto virale ottenuto dalla difussione del documento sul web, nella miriade di siti pro-palestinesi che hanno ripreso con grande evidenza l'appello di JCall, usandolo come il fulcro per far leva sull’“olocausto” che sarebbe in atto in Medio Oriente. In un post di Indymedia Francia, il network antagonista, antisionista e antiamericano, leggiamo: “I palestinesi sono i grandi assenti del testo di JCall, non si parla di Gaza, non si parla del diritto dei rifugiati a tornare in Israele, non si parla dei diritti degli arabi che vivono nello stato ebraico ad avere una completa cittadinanza”. “Trovo che il documento di JCall sia inappropriato – dice Yael Kahn, un ebreo israeliano a capo degli attivisti dell’Islington Friends of Ibna con sede a Londra – perché non fa riferimento al fatto che gli insediamenti sono illegali e non si parla di Gaza e delle barbariche condizioni di vita che Israele impone a un milione e mezzo di palestinesi”. 

Per i pacifisti, come pure per i negoziatori palestinesi, accontentarsi mai è la regola, qualsiasi cosa dica lo stato ebraico, qualsiasi concessione faccia, qualsiasi autocritica arrivi dalle fila della comunità della Diaspora. I firmatari dell’appello di JCall non si accorgono di quanto sia inutile trattare da questo punto di partenza. Henry Levi e gli altri si presentano come dei realisti pronti a trovare delle soluzioni praticabili per risolvere lo "status quo", ma la loro fiducia quasi ‘religiosa’ nel processo di pace li rende incapaci di accorgersi che non sempre il praticabile coincide con il realizzabile. La Road Map si è rivelata fallimentare e il problema, oggi, non è tanto e solo l'intransigenza della destra israeliana, ma i palestinesi che continuano a rifiutarsi di trovare una soluzione che vada proprio nella direzione dei “due popoli/due stati”, posto che essa non sia già al tramonto. Il premier Netanyahu, durante il discorso all’università di Bar-Ilan, nel giugno dello scorso anno, aveva accettato la ‘soluzione’ collegandola a nuovi negoziati con i palestinesi. Israele ha chiuso alcuni degli avamposti e dei posti di blocco israeliani nella West Bank e nelle ultime settimane i lavori per le nuove costruzioni a  Gerusalemme si sono fermati. Ogni volta però Abu Mazen rilancia, mettendo al primo posto problemi e questioni che per adesso, francamente, visti anche i rapporti fra Washington e Tel Aviv, sembrano insormontabili, come il rientro dei profughi in Israele o Gerusalemme Est capitale del futuro stato.

Alla pace non si arriverà in tempi brevi o prendendo delle scorciatoie, così come non è detto che la road map e la soluzione “due popoli/ due stati” sia l'unica praticabile, a differenza di quanto scrivono gli autori di JCall. Per tutte queste ragioni, nei prossimi giorni l’Occidentale, insieme ad altre testate giornalistiche italiane, pubblicherà un appello di risposta a quello di JCall. Non perché si voglia mettere a tacere qualcuno ma semplicemente per spiegare meglio alcune delle ragioni anticipate sommariamente oggi, ovverosia i rischi a cui andrebbe incontro Israele se il fronte della fermezza che le ha fatto da scudo dovesse, di colpo, apparire meno coeso.
 

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1 COMMENT

  1. Articolo corretto ma…
    ma continuate a scrivere Tel Aviv al posto di Gerusalemme. Contribuendo così a continuare l’opera di delegittimazione dello stato ebraico, il quale governo ha sede a Geruselemme, non a Tel Aviv. A Tel Aviv risiede solo il ministero della difesa, per ovvi motivi di sicurezza.

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