Jimmy Carter semina vento  in Medio Oriente

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Jimmy Carter semina vento in Medio Oriente

31 Maggio 2008

L’ex presidente americano torna a criticare Israele e il Quartetto. Il blocco di Gaza è “imbarazzante”. L’embargo “uno dei più gravi crimini contro i diritti umani sulla Terra”. Hamas incassa e ringrazia. Non contento di aver stretto la mano a Khaled Meshaal – il leader di Hamas confinato in Siria – Carter continua a solleticare i sensi di colpa dell’Occidente. A Gaza si vive con un mela al giorno e Israele ha “imprigionato” un milione e mezzo di palestinesi. La tesi era già stata sviluppata in “Pace, non Apartheid”, il bestseller che ha rilanciato Carter in libreria e sulla scena internazionale. L’Apartheid è ovviamente  quello imposto dagli israeliani ai palestinesi. Abituato a frequentare chiunque, anche chi vuole fregarti elegantemente, Carter ha ripetuto al Guardian che Hamas non aspetta altro, vuole trattare, trattare, trattare, ed è colpa di Olmert se i mediatori egiziani non hanno ancora raggiunto il cessate il fuoco. “Spero che gli israeliani accetteranno”. Come se Hamas avesse già fatto la sua parte al 100% e le rampe dei Qassam fossero già belle che smobilitate.

Per seminare un po’ di panico nel fronte palestinese Carter ha aggiunto che nella West Bank “l’opinione pubblica si sta schierando con Hamas perché il popolo crede che Fatah abbia venduto la Palestina a Israele e agli americani”. In realtà è proprio quello che la propaganda di Hamas vuol far credere ai palestinesi e Carter gli ha dato un bel microfono. L’ex presidente si è concesso anche una battutaccia su Elliot Abrams, il consigliere della sicurezza nazionale di Bush, definito “a very militant supporter of Israel” (per la serie l’11 Settembre è stato organizzato da un manipolo di ufficiali israeliani annidati nella Casa Bianca). Peccato che la stampa israeliana dia sempre più spazio alle picconate di Carter – tipo “Israele ha 150 bombe atomiche”, senza specificare cosa sta chiedendo precisamente Jimmy a Israele, il disarmo unilaterale? Sarebbe capacissimo. 

Haaretz ci chiede di ascoltare Carter. Parliamo pur sempre di un presidente che ha segnato la vita politica degli Usa e la nostra Storia. Il quotidiano israeliano dice che il governo Olmert dovrebbe essere grato a questo anziano politico che nel 1978 favorì gli accordi di Camp David e la pace tra Egitto e Israele. Un uomo che ha trascorso la sua vita in missione umanitaria, alla ricerca della pace, promuovendo elezioni democratiche come quelle che hanno portato al potere Hamas in Palestina o ancora più recentemente i marxisti in Nepal (quando si dice dalla padella nella brace).

Quindi perché boicottarlo come ha fatto Olmert? Il problema è che Haaretz ha una visione un po’ distorta della presidenza Carter e questo strabismo si riflette nella lettura del Medio Oriente contemporaneo. Gli Accordi di Camp David furono un grande risultato ovviamente (per gli arabi più che per i palestinesi), ma una cosa è stringere la mano a Sadat un’altra brindare con Meshaal. Sadat è stato il presidente egiziano che pagò con la vita la decisione di fare la pace con Israele. Meshaal è il più degno successore degli assassini di Sadat e gli israeliani li vuole fare fuori, anzi ne ha già sotterrati un bel po’. Non si può andare a braccetto con tutti. Questo aspetto eternamente ondivago e contraddittorio della politica estera di Carter viene tranquillamente espunto dall’agiografia di Haaretz.

Gli integralisti islamici di Hamas saranno anche dei benefattori caritatevoli pronti al dialogo ma l’Articolo 13 del loro statuto dice chiaramente che “le cosiddette soluzioni di pace e le conferenze internazionali indette per risolvere la questione palestinese sono tutto il contrario di quello in cui credono i movimenti di resistenza islamica… il Movimento educa i suoi membri ad aderire ai principi di Allah e a combattere il Jihad”. Perché Carter non prova a chiedere a Meshaal di rinnegare la sua carta fondativa riconoscendo Israele? Forse perché sa che resterebbe l’unico interlocutore in campo e il suo diventerebbe un triste monologo. Quando Hamas promette di combattere fino a quando “ogni centimetro del territorio palestinese” sarà liberato che genere di accordi ha in mente? Sta pensando a un futuro e democratico sviluppo di Gaza e della West Bank oppure di ributtare a mare gli israeliani? Il Quartetto segue una logica ben diversa. Far capire ad Hamas che la violenza non paga. Farglielo capire anche con la forza.

L’ex ambasciatore israeliano all’Onu Gillerman ha definito Carter “un fanatico”. Secondo il governo di Tel Aviv “Hamas sta giocando per guadagnare tempo, riorganizzarsi ed armarsi”. “Cos’è successo al premio Nobel per la pace – si è chiesto Bernard Henry Levy in un articolo apparso sul Corriere della Sera – è forse vittima della vanità di chi non è più nulla e cerca un ultimo quarto d’ora sotto i riflettori  prima di abbandonare la scena?”. Non vogliamo infierire ma il fatto è che Carter se le va a cercare. Ha deciso di incontrare Meshaal lo stesso giorno del Venticinquesimo anniversario dell’attacco all’ambasciata americana di Beirut. Lo scorso 16 aprile il giornale arabo Al-Sharq Al-Awsat ha scritto che il presidente americano con le sue posizioni ha solo “esacerbato la crisi nella regione”. Dialogare con Hamas è stato un brutto sgambetto alle diplomazie arabe che cercano di negoziare una soluzione di ampio respiro con Israele. Legittimare Meshaal ha indebolito l’impianto già fiacco degli Accordi della Mecca e molti governi arabi non sopportano che Hamas abbia spodestato l’Autorità Palestinese. Da quando Gaza è in fiamme l’Egitto vacilla.

Quale sarà l’eredità di Carter? Quella dell’idealista che affascinò l’America orfana del presidente Wilson parlando di progresso e diritti umani – una moralismo tutto sommato stimabile e pieno di buone intenzioni – oppure il principiante della politica, l’outsider ingenuo e capriccioso che non ebbe mai davvero chiara la complessità dei problemi che affliggevano il suo Paese e il resto del mondo? Nei libri di storia Carter non viene ricordato solo per il successo di Camp David ma anche – e i maligni direbbero soprattutto – per la crisi degli ostaggi americani dell’ambasciata di Teheran, uno dei più gravi smacchi della politica estera americana del Dopoguerra. Prestiamo ascolto al Premio Nobel, dunque, ma ricordiamoci che gli americani poi votarono in massa per Reagan. E di solito i grandi presidenti degli Stati Uniti rimangono scolpiti nella pietra perché hanno imbroccato due mandati di seguito. Nel 1979 invece l’indice di gradimento di Carter era calato così in basso che la possibilità di guadagnarsi un’altra nomination alle primarie del Partito Democratico era praticamente nulla. Il fallito tentativo di liberare gli ostaggi dell’ambasciata convinse gli americani a voltare pagina.

Fino all’ultimo Carter non rinunciò alle sue piazzate. Nel marzo del 1980 gli Stati Uniti avevano messo il veto alla proposta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di smantellare gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Carter ripudiò il veto, causando una grave crisi interna e riuscendo nel capolavoro di inimicarsi sia gli israeliani che gli arabi, spaventando gli alleati degli Stati Uniti. Ci sta riuscendo anche adesso. Sarà il suo canto del cigno?