Jimmy Obama: il paragone con Carter preoccupa la Casa Bianca
24 Settembre 2010
di John Fund
I paragoni fra la Casa Bianca di Obama e la fallita presidenza di Jimmy Carter sono ogni giorno più numerosi. E a farli sono i democratici.
Walter Mondale, vicepresidente sotto Carter, ha dichiarato al New Yorker questa settimana che, alla fine degli anni Settanta, gli elettori nervosi e infuriati “si rivoltarono contro di noi, proprio come contro Obama”. Mentre i sondaggi andavano a sfavore della sua amministrazione – ha ricordato Mondale – Carter “cominciò a perdere fiducia nella propria capacità di colpire il pubblico”. E adesso i democratici a Capitol Hill dicono che la stessa cosa sta accadendo a Obama.
Mondale afferma che per Obama è arrivato il momento di “liberarsi dei gobbi, dei suggeritori elettronici e connettersi” agli elettori. Un altro degli evidenti errori commessi da Obama è stato quello di affidare al Congresso democratico la prima stesura di alcune leggi fondamentali. “Non funziona neanche se si ha in mano il Congresso”, ha detto. “Bisogna tenergli il fiato sul collo”.
Lo stesso Carter sta intensificando i paragoni con il proprio mandato tramite la pubblicazione, questa settimana, dei suoi diari della Casa Bianca. “Ho sovraccaricato il Congresso di un assortimento di richieste controverse e politicamente costose”, ha dichiarato lunedì scorso. Il parallelo con l’esperienza di Obama è chiaro.
Paragoni fra i due vennero fatti con frequenza nel corso della campagna elettorale del 2008, ma allora in chiave favorevole. Nell’agosto del 2008, per esempio, lo storico dell’università di Princeton Sean Wilentz ha detto a Fox News che “la retorica di Obama è più simile a quella di Jimmy Carter che a quella di qualsiasi altro presidente democratico degli ultimi anni”. Più di recente, il columnist Jonah Goldberg ha notato che Obama, come Carter nella campagna elettorale del 1976, “ha promesso una presidenza di trasformazione, un nuovo rapporto con la religione, un nuovo centrismo, un cambiamento di tono”.
Ma nello spazio di pochi mesi i liberal avevano già cominciato a trovare falle nella sua retorica. “È di una noia ammorbante”, ha scritto Michael Wolff, editorialista per Vanity Fair. “È freddo, è stizzoso, è imbarazzante, non è divertente. E sta diventando terribilmente sgradevole. Pensa che tutto ruoti intorno a lui”. Il che dà l’impressione di una critica a Mr. Carter.
Anche gli esperti di politica estera fanno notare le similitudini tra i due. Walter Russell Mead, allora membro del Council on Foreign Relations, ha detto all’inizio di quest’anno all’Economist che Obama sta “evitando i peggiori errori che hanno invece tormentato Carter”. Ma avverte che presidenti che come Obama mettono in grande rilievo i “diritti umani” possono diventare preda della tentazione di prendersela con paesi più deboli e d’ignorare nel contempo questioni sui diritti umani ben più urgenti in nazioni forti come Russia, Cina e Iran. Un atteggiamento che, con il passar del tempo, può “svuotare la credibilità di un’amministrazione e dare del presidente un’impressione di debolezza”. Mead ha fatto notare che la politica estera di Obama “in un certo modo lo rende dipendente da persone che non desiderano il suo bene né quello dell’America. Tutto ciò non deve necessariamente finir male, e spero che non ci finisca, ma non è certo questa la posizione ideale in cui ritrovarsi dopo il primo anno di mandato”.
Inoltre, i liberal rinunciano sempre meno a fare collegamenti tra i guai politici di Carter e quelli di Obama. A luglio, Chris Mattews della MSNBC ha chiesto ai propri ospiti se i democratici in lista per la rielezione “fuggiranno dal presidente O’Carter”. Dopo molte risate, John Heileman del New York Magazine ha fatto del sarcasmo sull’eventualità di “chiamare il dottor Freud”. Alla quale Matthews, ex speechwriter di Carter, ha sospirato “Lo so”.
Pat Caddell, che fu il sondaggista di Carter quando questi era alla Casa Bianca, ritiene che alcuni paragoni tra Obama e Carter siano eccessivi. Ma fa notare che una Casa Bianca che precipita nei sondaggi adotta una “mentalità difensiva” che conduce il presidente a isolarsi e a consultarsi con un numero sempre più ridotto di persone dall’esterno. I suoi amici democratici – mi ha detto Caddel – ritengono che a Obama stia accadendo proprio questo. E che la capacità del presidente di tirarsi fuori da una “caduta a vite” politica è ostacolata dalla sua resistenza a cercare un nuovo modo di pensare.
La Casa Bianca di Obama è chiaramente consapevole dei paragoni che si fanno tra i due presidenti. Questo mese l’attivista ecologista Bill McKibben ha incontrato i funzionari della Casa Bianca allo scopo di convincerli a reinstallare una serie di pannelli solari che Carter aveva fatto posizionare sul tetto della Casa Bianca dopo che erano stati rimossi nel 1986 per alcune riparazioni. McKibben ha affermato che è giunto il momento di ripristinarli per dimostrare l’appoggio di Obama alle energie alternative.
Ma McKibben ha raccontato ai giornalisti che dalla Casa Bianca “hanno rifiutato di prendere i pannelli dell’era Carter che avevamo portato con noi”, limitandosi a dire che avrebbero continuato a ponderare cosa fosse “appropriato” per i bisogni energetici della Casa Bianca. Il quotidiano britannico Guardian ha riferito che gli assistenti di Obama erano “nervosi forse riguardo alla possibilità di suggerire paragoni (con Carter) nella corsa verso le assai difficili elezioni di medio termine”. I democratici non hanno certo bisogno di promemoria su quanto Mr. Carter finì per costargli caro nel 1978 e nel 1980 quando, al Congresso, i repubblicani fecero grandi conquiste.
© The Wall Street Journal
Traduzione Andrea Di Nino
