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Lavori condivisi

“Job sharing”, una buona idea con qualche controindicazione

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Luxottica è la prima grande azienda italiana a sposare appieno le strategie di quello che viene definito “welfare aziendale”. Al posto di più soldi in busta paga, il datore di lavoro concede servizi ai propri dipendenti come ad esempio un asilo nido interno all’azienda stessa. Oppure versa contributi per le spese sanitarie o per i corsi di lingue dei figli. E c'è chi è arrivato, come Barilla, anche a coprire i costi di un'assicurazione in casi di morte o malattia grave del lavoratore.

Ma la grande novità destinata ad aprire una nuova stagione nelle relazioni industriali è quella dello “Job Sharing familiare”. Nessuno, fino ad ora, si era spinto là dove è arrivato il nuovo contratto integrativo di Luxottica, fresco di firma di proprietà e sindacati. Lo “Job Sharing familiare” consentirà a un lavoratore di condividere il proprio posto di lavoro e quindi anche lo stipendio con un parente stretto.

Questo significa che una moglie o un marito disoccupato o in cassa integrazione potrebbe rientrare nel mondo del lavoro, così come un figlio che sta concludendo la propria formazione. Così il lavoratore potrà anche essere sostituito in caso di impedimento temporaneo a svolgere le proprie mansioni. E Luxottica potrebbe diventare campo di approdo di parecchi mariti lasciati a casa dalla crisi economica, visto che il 65% dei dipendenti è di sesso femminile.

Una modalità che si sta sempre più diffondendo nelle aziende e nelle fabbriche italiane. Anche se, ed è importate sottolinearlo, il fenomeno riguarda, nella stragrande maggioranza dei casi, i grandi gruppi. Molto meno le piccole e medie imprese. Ovvio che bisogna stare attenti nell’attenersi alle regole ed evitare di accentuare il "familismo" che potrebbe creare difficoltà nella mobilità dei lavoratori.

C’è il rischio che chi non è un parente del lavoratore che usufruisce del “Job Sharing” rischi di non avere neanche la possibilità di partecipare alle selezioni del personale, perché il posto verrebbe assegnato direttamente al parente del lavoratore dell’azienda. Ma nello stesso tempo si condiziona anche colui che usufruisce del servizio perché, sicuro del posto lavorativo, potrebbe perdere stimoli e impegni nella sua formazione professionale o essere dissuaso dalla ricerca di un nuovo lavoro più adatto al suo talento e alla sua vocazione. Ma in fondo, visti i tempi che corrono, forse conviene non stare a sottilizzare troppo.

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