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John McCain: quando il favorito rischia di uscire di scena

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“E’ entrato in Conclave da Papa ed è uscito cardinale”: il proverbio nato per descrivere la delusione dei porporati aspiranti Pontefice si adatta bene a John McCain. A gennaio, il senatore dell’Arizona era in testa a tutti i sondaggi per la conquista della nomination repubblicana. Ora, quando mancano ancora 6 mesi all’inizio delle primarie, l’ex veterano del Vietnam rischia di uscire di scena o, quanto meno, di vedere drasticamente ridotte le sue chance per conquistare la candidatura alla Casa Bianca.

Dall’inizio di luglio, McCain è stato abbandonato - in un drammatico effetto domino - dal manager della sua campagna elettorale, Terry Nelson, dal suo chief strategist, John Weaver, dal direttore della comunicazione, Brian Jones e i suoi vice, e da alcuni membri dello staff nello Stato chiave dell’Iowa, dove si terranno i primi caucases per la nomination. Un dramma di proporzioni epiche (molti, tra quanti hanno rassegnato le dimissioni, sono amici di vecchia data del senatore) di cui hanno prontamente approfittato i suoi diretti avversari Rudy Giuliani e Mitt Romney. D’altro canto, la vicenda ha anche suscitato il sarcasmo di qualcuno, come Rick Klein della ABC, che si è chiesto se McCain riuscirà a far trascorrere 24 ore senza perdersi un altro pezzo del suo entourage. 

La frantumazione del team elettorale non è l’unico problema spinoso che John McCain si trova ad affrontare in questo periodo. Ancora peggio vanno le finanze, mai così determinanti come in questa campagna presidenziale, la più costosa nella storia degli Stati Uniti. Nei primi sei mesi del 2007, McCain ha incassato solo 25 milioni di dollari, spesi malissimo, tanto che ora si trova con solo 3 milioni in banca e 2 di debiti. Per anni prigioniero dei vietcong, McCain ha dichiarato: “Ho passato momenti terribili nella mia vita, questa è una passeggiata al mare in confronto”. Poi, ad un giornalista che gli domandava se avesse preso in considerazione di abbandonare la corsa verso Pennsylvania Avenue, ha risposto con ironia: “Solo se contraessi una malattia fatale”. McCain si è assunto le responsabilità del meltdown del suo staff, ma intanto i media americani si interrogano su come sia possibile che il “candidato perfetto” si trovi in una condizione così disastrosa quando mancano ancora due stagioni all’inizio del processo elettorale per la nomination. Ovviamente, McCain è il primo a domandarsi what went wrong? Le ragioni individuate sono di due ordini diversi, organizzativo e politico. Innanzitutto, McCain ha fatto male i conti. Il suo staff aveva previsto di raccogliere, nel 2007, cento milioni di dollari. Una cifra che, già dopo i primi mesi dell’anno, si è capito non sarebbe stata raggiunta. Tuttavia, McCain ha continuato a spendere oltre le proprie possibilità. Una disattenzione particolarmente grave nel suo caso: il senatore repubblicano si batte, da sempre, contro lo sperpero del denaro pubblico ed ora si trova ad essere accusato di non saper gestire nemmeno i propri soldi. Davvero impressionante, poi, è il numero di persone sul libro paga di McCain per queste elezioni: 168. Per avere un termine di paragone, nello stesso periodo dell’anno prima delle presidenziali del 2004, il team elettorale di George W. Bush contava 44 impiegati. Di qui la decisione di McCain, forse tardiva, di una cura dimagrante del suo staff. 

Per John McIntyre del New York Post, l’impostazione della campagna elettorale è stata sbagliata fin dal principio. McCain si è presentato come il candidato dell’establishment (in effetti, nel suo staff abbondano i consulenti di Bush), ma questa strategia non funziona di questi tempi. Come le elezioni di mid term del 2006 hanno evidenziato, c’è molta voglia di cambiamento, anche nel GOP, e quindi presentarsi come il candidato dello status quo non può portare grandi consensi. McCain sembra aver capito la lezione. Nel pieno della crisi, si è recato nel New Hampshire per rinverdire i fasti della sua campagna presidenziale di 7 anni fa, quando da outsider conquistò, proprio in questo Stato del nord est, straordinari (e inaspettati) consensi prima di scontrarsi con la macchina organizzativa di George W. Bush. A 71 anni, dunque, McCain tenta di ripetere l’impresa del 2000, ma non è detto che gli riesca di nuovo. I tempi sono cambiati e McCain deve ora recuperare in fretta il terreno perduto.

C’è poi la questione della strategia politica scelta da John McCain per questa tornata elettorale. Integerrimo, carismatico ed apprezzato in modo bipartisan, l’ex maverick della politica americana risulta, tuttavia, poco simpatico per la sua testardaggine. Succede così che McCain sia oggi mal visto tanto dai moderati, (che votarono in massa per lui, 7 anni fa) che gli rinfacciano la sua posizione troppo filobushiana sulla guerra in Iraq, sia dallo zoccolo duro del partito Repubblicano che non ha gradito il suo atteggiamento morbido sul tema dell’immigrazione. In una serie di articoli dedicati alla crisi-McCain, il washingtoniano The Politico ha messo in luce l’inflessibilità autolesionista del candidato repubblicano. Un suo consigliere, che ha preferito rimanere anonimo, ha sottolineato che sulla riforma della regolamentazione dell’immigrazione poteva votare secondo le sue convinzioni, senza però esporsi troppo. “La gente – riferisce la fonte di The Politico – glielo aveva detto e lui non ha voluto ascoltare: essere uno statista comporta dei limiti”. McCain, tuttavia, non ritiene di aver sbagliato nel parlar chiaro. “Sono una persona responsabile”, ha detto al Washington Post, chiosando: “La vita è ingiusta, diceva Kennedy”. Sulla guerra in Iraq (dove ha trascorso l’Indipendence Day), McCain ha ricordato, non senza ragione, di esser stato tra i primi a criticare, ed aspramente, la gestione del dopo Saddam Hussein. E che la sua posizione in favore del mantenimento delle truppe a Baghdad non sia di circostanza, lo dimostra il fatto che suo figlio Jimmy, 19 anni, è in partenza per il Golfo Persico in forza al corpo dei Marine. Insomma, come ha scritto The Arizona Republic, il 15 luglio, McCain preferisce perdere un’elezione piuttosto che una guerra.

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