Il film

Joker, il moderno Frankestein che fa paura all’establishment

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Da settimane le sale dei cinema sono monopolizzate (o quasi) dalla proiezione di Joker, la nuova rivisitazione dell’amato e odiato personaggio antagonista di Batman, il celebre villain conosciuto da ogni ragazzino che in passato ha collezionato i fumetti oppure che ne ha semplicemente goduto l’indimenticabile interpretazione di Heath Ledger nel 2008.
Se per molti anni l’interpretazione di Ledger è stata ritenuta imbattibile – forse anche a causa della misteriosa morte dell’attore poco dopo l’uscita del film, molto probabilmente con Joaquin Phoenix le carte in tavola potrebbero essere cambiate, o quantomeno ridimensionate.
Dopo questa breve premessa, soffermiamoci invece sulla sinossi del film e il suo significato più profondo, soprattutto se si considera che la critica – da molto tempo a questa parte impregnata dall’universo liberal – ha destinato commenti piuttosto severi e negativi ad una produzione che invece registra un grado dell’apprezzamento altissimo tra i consumatori.

Che problema provoca Joker all’establishment?

Viene spontaneo, dopo averlo visto, chiamarlo il “Nuovo Frankestein”, perché esattamente come il mostro venuto fuori dalla penna di Mary Shelley, anche Joker è vittima prima di tutto del proprio creatore (ovvero sua madre adottiva che permette venga abusato da bambino) e successivamente dalla società di cui fa parte, la sua cattiveria e il grande individualismo che spinge personaggi come Arthur Fleck sempre più al margine.
E’ un film che dapprima presenta prioritariamente una denuncia sociale, visitiamo infatti i sobborghi di Gotham che ricordano le fatiscenti abitazioni e scenari presenti in quasi tutte le città occidentali, zone ombra che vengono spesso e volentieri ignorate dalla politica, facendo degenerare il degrado edile in quello umano.
I cittadini di Gotham infatti non sono molto diversi dagli apatici figli della società contemporanea, nonostante la rivisitazione sia catturata nell’arco degli anni ’80, la scelta temporale sembra piuttosto un pretesto per non rendere la critica così evidente.
Tanto è vero che ad un occhio più attento non sfuggono i numerosi elementi di paragone tra le dinamiche presentate nel film e quelle del mondo nel 2019, parallelismi tristi e difficili da accettare.
Arthur è un uomo che deve occuparsi della propria madre e ha un disturbo che non gli permette di esprimere le sue emozioni se non con una risata, anche quando è depresso e disperato ride, ma non ha alternative per esternare il proprio dolore.
Tutta la sua vita è circoscritta a quell’unica e triste risata, la quale – ci si chiede, sia mai stata almeno una volta di gioia o serenità.
Il suo disturbo è un elemento di invalidità che si aggiunge alla sua già miserabile vita, non permettendogli de facto un’esistenza semplice tra i suoi simili, divenendo un marchio di stranezza che genera paura e repulsione.
Sinteticamente Arthur Fleck non è un uomo integrato, il regista Todd Phillips ha infatti pescato Joker tra gli ultimi degli ultimi, a guardarlo si pensa soltanto sia “l’uomo più solo e triste della terra, condannato ad una condizione talmente misera e pietosa da non trovare paragone con altri individui, se non in quelli posti ancora più al margine di lui.”
Sono condizioni difficili da gestire per un uomo solo, sicché Joker – che già presenta gravi problemi – non ne esce indenne, e all’ennesima umiliazione perde completamente quell’ultima resistenza che gli permetteva di desiderare di far parte ancora del collante umano.
Il suo sorriso costretto può essere una metafora anche della condizione dell’uomo contemporaneo, completamente esposto a vetrine e camere, deve fingere ogni giorno di stare bene ed essere sereno, barattando invece la sua normalità mentale per essere socialmente accettato.
Il moderno Frankestein non ha nessuno e “più nulla da perdere”, l’isolamento sociale prolungato determina che il peggio di sè possa venire fuori.
Joker è una spugna che ha assorbito per anni e anni il marcio e l’umiliazione della modernità, il completo egoismo nei suoi confronti lo porta ad essere l’espressione più autentica e fedele della sua società di appartenenza.
E’ proprio Joker, ormai privato della sua vecchia identità,   a denunciare questo perverso gioco di colpa e condanna, tanto è vero che nel momento in cui viene chiamato “mostro”, si lascia andare ad un breve monologo dove accusa tutti del loro egoismo nell’aver creato ciò che lui è oggi, ovvero non più un uomo.
Occorre però ragionare rispetto alla dualità vittima-carnefice e non commettere l’errore di assegnare a Joker un unico volto, infatti per quanto lui sia prima di tutto vittima di un sistema dove non c’è posto per persone della sua categoria, è anche vero che la sua reazione di efferata violenza e disumanità non possono essere comunque giustificate in nome della giustizia sociale.
Così facendo si commetterebbe l’errore di portare il “folle” al livello del “profeta”, e dunque di credere che possa davvero essere la pazzia a risolvere i problemi di un’intera società.
Joker scatena nella sua Gotham una rivolta dove tutti gli si affidano a mo’ di guida, eppure la stessa e grande manifestazione di violenza che viene generata non porterà ad alcuna risoluzione del profondo conflitto sociale, semmai lo estenderà poiché le bruttezze generano soltanto altre bruttezze e luoghi ombra sociali.
Sbagliano i critici a considerare questo film un’elevazione della follia, questo perché il regista non la elogia, bensì l’analizza e la porta nel grande schermo, rendendola fruibile a tutti e alle grandi masse che sono le vere protagoniste della pellicola.
Ed è attraverso questa analisi e i numerosi parallelismi che si fa necessaria una risposta capace di contrastare la “discesa nella follia” che ormai caratterizza esattamente la nostra società.

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