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Juno convince molto più delle crociate anti abortiste di Ferrara

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Chi scrive non è affatto d’accordo con le crociate anti abortiste, specie quelle brandite in queste settimane da Giuliano Ferrara. Non si permette di giudicare come assassine le donne che interrompono la gravidanza. Né cambierebbe la legge 194, se non nel senso di permettere anche alle strutture private di compiere interventi. E, tanto meno, paragonerebbe ad un lager nazista gli ospedali dove si praticano gli aborti.

Ma c'è un ma. Perché chi scrive trova addirittura ridicoli gli arrampicamenti verbali di Natalia Aspesi su Repubblica di qualche tempo fa quando tentava di dimostrare con un linguaggio pateticamente vetero femminista che il bellissimo film “Juno” di James Reitman non è una pellicola “pro life”. Chi ha scritto questa sciocchezza o è in malafede o non ha capito il film.  O entrambe le cose. Perché Juno è un film pro-life.

Juno è in realtà la classica commedia che fa ridere e commuove e che manda il proprio messaggio in maniera diretta, ma non violenta e un po’ esibizionista, come quella scelta un po’ cinicamente dal pur stimatissimo Giuliano Ferrara.

Insomma, per dirla alla Veltroni, dato che il film guarda caso ha vinto proprio l’anno scorso al festival del cinema di Roma il premio per la migliore pellicola, “Juno” fa pensare. Se non altro perché ha preso anche un Oscar come migliore sceneggiatura, quella redatta dalla ex spogliarellista Diablo Cody.

Chi lo andrà a vedere si stupirà d’altronde soprattutto per il linguaggio esplicito con cui le adolescenti americane delle middle class parlano di sesso, di ragazzi, di responsabilità più grandi di loro.

A dirla tutta, quella delle gravidanze non volute è una delle nuove tendenze hollywoodiane. Dopo “Waitress” e “Molto incinta”, “Juno”è già la terza pellicola negli ultimi due anni ad affrontare la difficile tematica con un tono assolutamente leggero.

La forza d’animo con cui la protagonista (l’attrice Ellen Page) affronta per l’appunto una situazione più grande di lei, la decisione di lasciare perdere l’opzione aborto (dopo essere stata messa in cinta dal più imbranato della compagnia) quasi esclusivamente per lo squallore di un consultorio, dove ci si mette in fila come per pagare una multa, tra impiegate che descrivono volgarmente cosa sta per accadere e altre che si laccano le unghie come dal parrucchiere, è un messaggio di speranza che non può lasciare indifferente neanche chi scrive.

Che è esattamente agli antipodi di un militante pro life. Ma che allo stesso tempo conserva anche quella onestà intellettuale che gli permette di chiamare le cose,  compresi i film, con il loro nome. E sarà più facile che sia “Juno” a convincere chi la pensa come me, piuttosto che i proclami battaglieri che sembrano catapultare in Italia quell’anti abortismo para-terroristico  che in America già venti anni orsono portò alcuni militanti a uccidere a sangue freddo i medici che praticavano gli aborti. Le battute di “Juno” valgono per dieci dibattiti televisivi a colpi di “la 194 non si tocca” da una parte e di “puttane assassine” dall’altra.


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