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Kierkegaard: le infinite possibilità della vita

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Non esiste poeta della contradizione più autentico e sublime di Soren Kierkegaard, il grade oppositore dei macrosistemi filosofici e della filosofia idealista. Basta ripercorrere la sua opera e il suo stile per trovarsi all’interno di un turbinio polemico ed esistenziale che ci rimanda a quello stile puramente socratico andato perduto nell’accademizzazione delle filosofia. È improprio persino parlare di pensiero kierkegaardiano, in quanto non siamo dinanzi a nulla di sistematico, ma, al contrario, dentro qualcosa di assolutamente più profondo, che ci conduce ad un dialogo perenne con un filosofo sui generis. Leggere Kierkegaard significa stabilire un dialogo intenso, assolutamente unico e irreversibile. Penetrare il velo delle fragilità umane, guardare dentro di noi, sperimentare tutte le possibilità che la vita ci offre, guardare negli occhi la nostra anima, per trovare noi stessi. 

Basta leggere le prime parole contenute in Enten-Eller (Aut- Aut), in cui afferma con la solennità necessaria “Amico mio! Quello che ti ho detto tante volte, te lo ripeto, anzi te lo grido: o questo o quello, aut-aut!”: Kierkegaard ci scruta e ci indica di seguire un percorso, intimo, nostro, unicamente legato alla nostra vita. Tutta la sua opera si condensa di esperienze diverse, di vite, che lui attraversa scrivendo. Ha vissuto scrivendo, non con pseudonimi, ma, si è soliti dire, con eteronimi, sperimentando forme diverse dell’esistenza: restando al di qua del bene e del male con l’approccio estetico, vivendo in pieno il conflitto fra il bene e il male nello stadio etico, o portando il singolo oltre il bene e il male, in uno stadio superiore quello religioso. Kierkegaard, però, è anche il filosofo del paradosso, dunque lui non solo ci prospetta tutte le infinite possibilità della vita, il percorso che l’uomo compie: ci insegna soprattutto che la vita è fatta di scelte, tra varie possibilità, ma tutte – e qui sta il paradosso – vere, nessuna delle vie è falsa, tutte possiedono la loro autenticità, i loro pregi e difetti, e tutte non sono altro che propensioni dello spirito. La grandezza di questo pensatore è stata quella di restituire l’autenticità all’individuo, al singolo, in un mondo caratterizzato sulla generalità e su filosofie di sistema, egli si ricordò dell’uomo, lo stesso uomo al quale si rivolgeva Socrate. Infatti, Kierkegaard ha fatto con la filosofia moderna quello che Socrate fece col pensiero antico: ne ha cambiato la prospettiva. 

Quello che fa Kierkegaard è mostraci l’autenticità dell’esistenza, che si condensa nella scelta, il regno della libertà: l’uomo è ciò che sceglie di essere ed è quello che diventa. Quindi il modo di essere dell’esistenza non è la necessità, ma la possibilità, e avverte che “la possibilità è la più pesante delle categorie”. Ma il singolo deve anche avere il coraggio di mettersi in rapporto con Dio. Nel rapporto con Dio tutte le menzogne, le maschere cadono, ed emerge tutta l’autenticità dell’esistenza umana. 

“Per nuotare, ci si spoglia nudi: per aspirare alla verità, bisogna spogliarsi in un senso molto più intimo, bisogna svestirsi di un vestimento molto più interiore di pensieri, di idee, dell’egoismo e cose simili, prima di diventare nudi quanto occorre”. Forse la grandezza di Kierkegaard è quella di parlare ancora oggi a tutti noi, come se fosse uomo di questo tempo: del resto la fragilità dell’uomo non ha età, così come le sue paure e le sue angosce. 

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