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Il caso

Kiev, l’Italia vuole favorire il racket delle mafie?

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Sulla vicenda dei bambini di Kiev dalle colonne di questo giornale si è detto abbastanza: abbiamo persino lanciato un appello al governo e, in particolare, al ministro degli Esteri Luigi Di Maio e al ministro per la famiglia Elena Bonetti chiedendo di attivarsi per trovare una soluzione immediata per questi piccoli, magari favorendo le adozioni in favore delle coppie del nostro Paese che hanno già ricevuto l’autorizzazione dalle autorità competenti. Ma, a quanto pare, non si intravedono azioni governative in merito. Almeno per ora. Ecco perché Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella e Carlo Giovanardi hanno indirizzato una lettera al ministro della giustizia Alfonso Bonafede per “chiedere di esercitare le proprie prerogative affinché chi ha commesso i delitti relativi alla pratica dell’ ‘utero in affitto’, reato per il nostro codice penale, venga perseguito e non rimanga nessun dubbio sulla volontà delle istituzioni italiane di combattere i fenomeni di criminalità mafiosa”.

“Egregio signor ministro, come le sarà noto – si legge nella missiva – abbiamo rivolto nelle settimane scorse un appello al governo italiano perché si attivi presso quello ucraino per risolvere tramite i canali legali della Adozione Nazionale o di quella Internazionale il dramma delle centinaia di neonati abbandonati a Kiev dalle coppie committenti, anche italiane, che li hanno ottenuti tramite la famigerata pratica dell’ ‘utero in affitto’. Nel nostro paese infatti non soltanto non è consentita tale pratica ma l’art. 12 comma 6 della legge 40 del 2004 stabilisce che ‘chiunque in qualsiasi forma, realizza, organizza, pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e la multa da euro 600.000 ad euro un milione’. Il nostro ordinamento – ricordano i firmatari – prevede però (art 9 cp) che se il reato è consumato in un paese estero che non lo considera tale (ad esempio l’ utero in affitto in Ucraina) l’ azione penale si può esercitare soltanto per reati punibili in Italia con la reclusione nel minimo non inferiore a 3 anni. Lo stesso articolo prevede anche che ‘se si tratta di delitto per il quale è stabilita una pena restrittiva della libertà personale di minore durata, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della Giustizia…’. Ci troviamo pertanto nella imbarazzante situazione che coppie italiane committenti, che hanno operato violando il nostro codice penale, rilasciano interviste invocando un loro presunto diritto di portare a compimento l’opera delittuosa con agenzie di intermediazione che riempiono i siti italiani di offerte di ‘maternità surrogata’ all’ estero con tanto di tariffario, mentre giungono notizie sempre più allarmanti da paesi dell’est Europa e dei Balcani relative a spietate mafie locali che gestiscono vere e proprie tratte di donne, costrette a sottoporsi alle pratiche più umilianti possibili immaginabili”.

Insomma tutto chiaro: una situazione del genere non si può ignorare. Pertanto, Quagliariello, Roccella e Giovanardi concludono invitando Bonafede ad “esercitare le sue prerogative perché chi ha commesso questi delitti venga perseguito e non rimanga nessun dubbio sulla volontà delle Istituzioni italiane di combattere i fenomeni di criminalità mafiosa”.

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