La 194 non si tocca ma va reinterpretata

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Siamo al paradosso. Mentre chi si oppone all’eugenetica chiede che la legge 194 sull’aborto venga applicata così com’è stata concepita e invoca vincolanti linee guida per evitare che il suo spirito venga stravolto, i supporter dell’ingegneria embrionale e del libertarismo a tutti i costi, incuranti dei cambiamenti che trent’anni di ricerca scientifica hanno introdotto nel settore, urlano e strepitano al grido di “la 194 non si tocca!”.

La questione risiede tutta in questa profonda contraddizione. E se la sentenza del Tribunale di Cagliari (che accogliendo la richiesta di una donna sarda portatrice di talassemia ha disposto, nonostante la diversa interpretazione della Corte costituzionale, che sull’embrione si effettuasse una diagnosi prima dell’impianto) ha riacceso un dibattito mai sopito dai giorni del referendum sulla legge 40, lo si deve anche al fatto che la sinistra sulla vita e sulla morte non ha mai voluto fare chiarezza al proprio interno. Ci si appella alla sacralità del pronunciamento popolare per quanto riguarda la normativa sull’aborto, e ci si dimentica allo stesso tempo che sulla procreazione assistita gli italiani si sono pronunciati in misura ancor più netta, disertando un referendum che della legge licenziata dal Parlamento avrebbe voluto far strame.

Di quanto la bioetica sia fonte di dilaniante disagio nella coalizione di governo, ne ha dato prova Livia Turco non più di tre settimane fa: l’opinione pubblica era ancora turbata dalla tragedia dei gemellini di Milano, e il ministro della Salute spiegava al Corriere della sera che la legge 194 aveva bisogno di nuove linee guida. Pochi giorni dopo il cardinale Ruini esprimeva lo stesso concetto, e la Turco, invece di approfittare dell’appoggio indiretto e inatteso di un così illustre alleato, ha deciso di attaccarlo, uniformandosi al coro sinistro di chi, ergendosi a difensore della legge sull’aborto, finge di non capire che è proprio lo spirito di quella norma che la strisciante deriva eugenetica sta minando alle fondamenta.

Il perché è spiegato, dati e cronache alla mano, in due documenti – una mozione e un’interpellanza – presentati da Sandro Bondi e Gaetano Quagliariello rispettivamente alla Camera e al Senato. Gli episodi citati ad esempio sono la nuda realtà: a marzo un bimbo abortito alla ventitreesima settimana in seguito ad una diagnosi di atresia all’esofago è nato vivo, è sopravvissuto autonomamente per diversi giorni, e al dunque la patologia per la quale è stato ucciso non gli è mai stata riscontrata. Negli stessi giorni, ricostruiscono i due parlamentari di Forza Italia, una ginecologa romana dichiarava apertamente che nel suo ospedale erano le madri a stabilire attraverso il consenso informato se il bimbo abortito eventualmente nato vivo dovesse essere rianimato o meno. Senza parlare dell’abuso di farmaci “off label” importati grazie alla legge Di Bella, e delle distorsioni legate all’utilizzo della pillola abortiva al di fuori delle strutture pubbliche.

La casistica è interminabile. E, ad un’analisi senza pregiudizi, dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio come la legge 194 abbia ormai bisogno di una bussola interpretativa che impedisca alle scoperte scientifiche di stravolgerne il dettato originario, attento alla condizione della donna ma altrettanto rigoroso nello sbarrare la strada a qualsiasi rischio eugenetico.

Ecco perché Bondi e Quagliariello chiedono in primo luogo che i dati trasmessi annualmente al Parlamento in materia di interruzioni di gravidanza vengano integrati dal numero dei colloqui svolti nei consultori (per verificare l’idoneità di questo strumento nella prevenzione) e dal numero dei bambini nati vivi a seguito di aborti tardivi, con la specificazione della settimana di gestazione.

Gli esponenti forzisti sollecitano inoltre il ministro Turco, nei casi di aborti praticati ai sensi dell’articolo 6 della legge 194, ovvero a causa di rilevanti anomalie o malformazioni nel nascituro che possano mettere gravemente in pericolo la salute psichica o fisica della madre, a rendere obbligatorio l’accertamento diagnostico dopo l’interruzione di gravidanza, per verificare il grado di riscontro delle diagnosi prenatali. E, per scongiurare il rischio di pratiche eugenetiche, a compilare una casistica delle patologie fetali che inducono le donne ad interrompere la gestazione.

Quanto alle linee guida per un aggiornamento interpretativo della legge 194, Sandro Bondi e Gaetano Quagliariello suggeriscono in primo luogo di fissare il limite entro il quale poter abortire in considerazione delle aumentate speranze di vita per i prematuri (ad esempio la ventiduesima settimana). Il faro è ancora una volta il dettato della norma, che all’articolo 7 stabilisce che solo il rischio della vita della madre può legittimare l’interruzione di gravidanza laddove ci sia “la possibilità di vita autonoma del feto” (possibilità, non probabilità).

Infine, la mozione e l’interpellanza chiedono al ministro Turco di chiarire in cosa consista l’obbligo – previsto dalla legge – di condurre le procedure abortive nelle strutture pubbliche, specificando che a tale prescrizione le nuove metodologie, in particolare quelle di tipo chimico, non possono sottrarsi.

In caso contrario, davvero la 194 si ridurrebbe ad una vetusta summa di anacronistiche indicazioni, facilissime da eludere e congeniali ai “Mengele” del terzo millennio che al cospetto del mistero della vita e della morte si rifugiano in un rassicurante arbitrio.

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1 COMMENT

  1. Concordo con la mozione e
    Concordo con la mozione e l’interpellanza. Se la legge c’è e non possiamo buttarla via. L’art.1 della 194/78 afferma questo: ” Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio ( che nel contesto dell’articolo sembra evidente che sia dal concepimento ).
    L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
    Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promunovono e sviluppano i servizi socio sanitari, nonchè altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.
    I casi di Firenze e Milano sono applicazioni correte dei principi dell’ art. 1?
    Non penso proprio.

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