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La “base” è stanca degli spettacoli di Montezemolo

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Ci eravamo lasciati, alla fine di luglio, con il governo che aveva concordato il suo pasticcetto sulle pensioni con Cgil, Cisl e Uil: sostanzialmente un rinvio della Maroni di tre anni, spendendo almeno 10 miliardi di euro in un decennio per nascondere all’ala estremista della maggiornaza la realtà.

Non era ancora arrivato l’accordino sul welfare, che conferma ampiamente la legge Biagi (con lo stupido sacrificio di un “job on call” che serve a un mercato del lavoro maturo) , introducendo opportunamente i previsti ammortizzatori sociali, riportando la pressione fiscale sugli straordinari al livello della tassazione normale dei salari, dando un piccolissimo incentivo alla contrattazione aziendale. Qualche sollievo perché l’esecutivo non ha fatto sul welfare troppi danni: ma le organizzazioni del lavoro autonomo non hanno firmato l’intesa perché chiedevano scelte più coraggiose, per esempio una tassazione ancora più favorevole degli staordinari che rilancerebbe salari e produttività. Con riserve sulla parte pensionistica, l’ha firmata invece Confindustria che ha ottenuto all’ultimo momento –in coordinamento con la Cisl – alcuni provvedimenti di quelli citati. Il tutto con grande irritazione della Cgil, costretta dalla dinamica della trattativa a firmare ma attirata in un vortice di contraddizioni rispetto alla linea spiegata nei mesi precedenti alla sua base.  Da qui i mal di pancia generalizzati e la convocazione di una manifestazione - soprattutto sul tema della precarietà e contro la legge Biagi per il 20 ottobre - promossa da Rifondazione comunista, da un ampio fronte di intellettuali critici e sostenuta da settori rilevanti del movimento sindacale, a partire dall Fiom Cgil.

Il governo se l’è cavata a luglio – al contrario di quello che avevo previsto – distribuendo lusinghe e ricatti, costringendo Guglielmo Epifani a figuracce senza pari (è arrivato a dire: “Ho firmato una porcheriola”), mettendo insieme una costruzione di provvedimenti particolarmente barocca (tutti i limiti vengono superati per quel che riguarda i nuovi provvedimenti sulle pensioni che su alcune questioni – il livello di reddito a chi si ritirerà tra qualche decina di anni con il sistema contibutivo – contengono non “norme” ma “auspici” che si possa raggiungere il 60 per cento dell’ultima retribuzione).

Confindustria ha raccolto la sua parte di umiliazioni: esclusa in una prima fase, poi fatta rientrare con il cappello in mano (Luca Cordero di Montezemolo ha dovuto supplicare Romano Prodi per essere ricevuto dopo che il premier lo aveva tenuto lontano per gli insulti che il presidente confindustriale aveva lanciato contro “la politica italiana”), infine miracolata dalla nuova centralità assunta dalla Cisl grazie anche all’abilità di Raffaele Bonanni.

Ora nel gruppo dirigente di viale Astronomia (ormai agli sgoccioli) ci si è impegnati a cambiare strategia: non più “meno tasse, meno sviluppo” come si era detto solo qualche mese fa, ma un sonoro “meno tasse per tutti”. La vecchia linea che si basava su un’alleanza di lungo periodo con Prodi e la Cgil, non funziona più. Ora si dà fiducia alla Cisl e si spera in Walter Veltroni. E nella discesa in politica di Montezemolo. Forse, alcuni pasticci, però, verranno combinati ancora sulla legge Biagi (magari in cambio di qualche conessione sul fisco per le grandi imprese) anche perché non si vuole la caduta di Prodi in questo periodo.

Questa la tattica dei vertici di viale Astronomia. E la base? Per capire cosa stia maturando tra gli imprenditori, basta considerare le battute di Massimo Calearo pro Bossi: la base è scatenata e gli spettacolini montezemoliani non basteranno a placarla.

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