La “battaglia delle idee” fra il generale Petraeus e il presidente Obama

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La “battaglia delle idee” fra il generale Petraeus e il presidente Obama

10 Maggio 2010

Nel Partito Repubblicano non sono in pochi a sperare, e altrettanti a temere, che il Generale David Howell Petraeus, classe 1952, uscito da West Point, stratega del "surge" iracheno e dal 2008 capo dell’U.S. Central Command (CENTCOM, oltre 200.000 uomini che tengono sotto controllo un’area che va dall’Egitto al Pakistan, dal Kazakistan allo Yemen), possa correre alle prossime primarie del GOP per sfidare il Presidente Obama.

Lui, il generalissimo che ha salvato l’Amministrazione Bush da una fine ignominiosa, non si sbottona, come faceva Dwight D. Eisenhower prima di diventare il 34° Presidente degli Stati Uniti ("Per molte persone, in particolare per i politici o per i giornalisti – disse una volta Eisenhower – è difficile credere che una persona non abbia ambizioni politiche"). "Non correrò mai per un incarico – ha spiegato Petraeus lo scorso anno – ve lo assicuro", ma l’ex leader della maggioranza repubblicana al Senato, Bob Dole, tifa per lui, come pure Nicolle Wallace, la consigliera del tandem McCain-Palin. Una settimana fa il generale è stato invitato nel tempio, un po’ ammaccato, del neoconservatorismo americano, l’American Enterprise Institute, per ricevere un premio ambito da tutti i repubblicani, l’Irving Kristol award, intitolato a uno dei maggiori pensatori americani americani del Secondo dopoguerra, Kristol appunto, soldato anche lui sulle spiagge della Normandia.

Con Eisenhower e Kristol, Petraus divide la cognizione della guerra e della sua tragicità. Tutti coloro che hanno studiato la storia americana conoscono l’ostilità di "Ike" verso il complesso militar-industriale. Ebbene, ecco l’invito rivolto da Petraeus agli studenti del MIT qualche anno fa: "Odiate la guerra, amate i nostri soldati". Ma non è detto che David riuscirebbe a imporsi fra gli altri candidati repubblicani, né tantomeno a sconfiggere il Presidente Obama. A differenza di Eisenhower, infatti, che vinse la Seconda Guerra mondiale, la "guerra giusta" per eccellenza, Petraeus dovrebbe trionfare in quella "asimmetrica", la guerra ad Al Qaeda, dove "Vincere non vuol dire piantare la bandiera americana sopra un territorio conquistato", e se lo dice l’ex comandante delle Screaming Eagles, la 101sima Divisione Aviotrasportata, dovremmo dargli retta. La percezione che gli americani oggi hanno della Guerra in Iraq non è certo paragonabile a quella della Seconda Guerra mondiale.

Petraeus nel 2007 è riuscito a evitare che l’Iraq si trasformasse in un nuovo Vietnam, ma questo non tutti i suoi concittadini lo sanno o se lo ricordano. Siamo in un periodo in cui all’elettorato Usa interessa che l’economia esca dalla crisi, il lavoro, le pensioni, il mutuo, più che quello che avviene nelle lontane lande desolate dell’Afghanistan. Certo, il fallito attentato di Times Square dimostra che da un giorno all’altro l’America potrebbe risvegliarsi nell’incubo di un attacco in casa, e allora la richiesta di sicurezza tornerebbe a prevalare sull’assillo di arrivare a fine mese. Purtroppo per Petraeus, se il generale vuole candidarsi alle prossime presidenziali dovrebbe darsi una mossa fin da adesso, iniziando a creare il suo comitato elettorale, cercando finanziatori e girando gli stati americani per farsi conoscere, un’attività, quella del politico 24 ore su 24, impossibile per chi si trova a dover rispondere al Presidente della situazione nel quadrante asiatico.

Per quanto dunque la sua scalata al partito appaia improbabile, almeno sul breve periodo, Petraeus è un uomo che dimostra di avere una visione del mondo. Le "idee", nella sua filosofia, che fino adesso è stata una filosofia militare, precedono le azioni. Gli uomini che hanno delle idee sono in grado di trasformare e migliorare le istituzioni che rappresentano. E’ stato questo il cuore del suo discorso all’AEI, parole che, ricostruendo dettagliatamente cos’è stato il "surge" iracheno, rendono onore al pensiero di Kristol, alla sua convinzione che per vincere nell’agone politico occorrono grandi ideali, come quello per cui i valori democratici dell’America sono esportabili altrove, se un popolo oppresso da una dittatura chiede agli americani di riavere indietro la sua libertà.

Ci sono quattro fasi nella strategia per cambiare le istituzioni e corrispondono ai diversi momenti del "surge" iracheno. Primo, capire quali sono le grandi idee, che sono sempre le idee "giuste". Secondo, comunicare e diffondere queste buone idee nella organizzazione, sia l’esercito o l’amministrazione dello Stato. Terzo, "implementare" quelle idee, prima con un addestramento adeguato e poi trasformandole in azione, rendendole operative. Quarto, catturare la lezione che viene dall’esperienza pratica di averle messo in campo, per migliorarle. I neoplatonici come Petraeus, usciti dalla caverna, capovolgono la realtà per trasformarla. Il manuale di controinsorgenza che negli ultimi anni è diventato un libro di successo, non solo fra gli stati maggiori e negli aquartieramenti dei Marines a Baghdad, ma anche su Amazon e nel mercato editoriale, dimostra che il "surge" delle idee avanzato da Petraeus è una strategia politica preziosa per i repubblicani, divisi dopo la sconfitta alle presidenziali, litigiosi, messi sotto pressione dei movimenti popolari come i Tea Party.

Il problema, con Petraeus, è che per adesso il surge non parla di riforma sanitaria ma esclusivamente dell’Iraq. E’ vero che a Baghdad gli americani possono dire "missione compiuta" e che il numero dei caduti fra le truppe Usa e i civili iracheni è vertiginosamente caduto dai tempi della guerra civile. Ma siamo proprio sicuri che quel numero non tornerà ad alzarsi? Solo ieri, sono state decine e decine gli iracheni, civili, forze della sicurezza, militari, religiosi, falciati da una raffica di attacchi bomba. L’Iraq è una democrazia in pericolo, come l’America. Le idee più giuste si scontrano con la barbarie della realtà.