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In Medio Oriente come nella Guerra Fredda

La battaglia delle idee si vince con la cultura

Con tutto il gran parlare che si fa nelle sale di Washington su come si possano conquistare i cuori e le menti nel mondo islamico, suscita sorpresa che in così pochi facciano riferimento alla Guerra Fredda, una competizione globale d’idee che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno vinto a mani basse. In quella lotta durata mezzo secolo, il governo americano seppe riconoscere il ruolo critico che le arti e la cultura giocavano nell’ambito del conflitto ideologico con l’Unione Sovietica. I prodotti della creatività dimostrarono in ben più di un’occasione di essere in grado di gettar luce su visioni e stili di vita alternativi, con il risultato di erodere l’appoggio ai sistemi autoritari dell’orbita sovietica. Una tale rivelazione ispirò gli Stati Uniti a investire in programmi di natura culturale come lo scambio di libri e di riviste che divulgò prodotti proibiti o molto difficili da procurare nel dominio comunista. Questo genere di scambio si rivelò determinante per invertire il corso delle idee dietro la Cortina di Ferro.

Al giorno d’oggi è in uno scenario diverso, il Medio Oriente, che si combatte la battaglia. Uno scenario nel quale la violenza degli estremismi non solo costituisce una minaccia per gli Stati Uniti, ma mette a repentaglio la qualità della vita e la libertà di coloro che vivono in questa regione. Nonostante il diverso contesto, ancora una volta l’arte potrebbe sortire un effetto di trasformazione. L’idea più diffusa che si ha del Medio Oriente è quella di un luogo di arretratezza culturale, soggiogato da decenni di governi autoritari e dall’ascesa dell’estremismo islamico. Eppure, sempre di più in tutta la regione, si assiste al fiorire di comunità di autori e artisti che incentrano la propria arte su importanti questioni legate alla società. Istanze quali il pluralismo religioso, i diritti delle donne, la corruzione del potere e l’inadeguatezza dei sistemi educativi. Arte come questa, creata da e per coloro che vivono in Medio Oriente, ha la possibilità di contrastare in maniera più efficace le fondamenta ideologiche e intellettuali dell’estremismo violento. Molto più di quanto possa fare il materiale – una parte del quale di natura propagandistica – prodotto dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Tuttavia, una gran parte delle attuali produzioni artistiche non è ampiamente conosciuta né diffusa. È proprio per questo motivo che fare riferimento all’impegno culturale del governo statunitense all’epoca della Guerra Fredda fornisce insegnamenti preziosi su come sostenere oggi quelle attività in grado di “invertire la tendenza” in Medio Oriente.

Tanto oggi quanto in passato, il pubblico straniero è notoriamente scettico nei confronti dei mezzi di comunicazione sponsorizzati dal governo. Ed è per questo che, durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti cercarono di coniugare le risorse del governo con le competenze e con l’innovazione del settore privato. Il che ebbe come esito la creazione di varie partnership tra pubblico e privato, come quelle tra i comitati anticomunisti affiliati al governo e le società di editoria private. Grazie ai finanziamenti del governo americano, le case editrici inviavano cataloghi di pubblicazioni che proponevano di tutto, dalle riviste di moda a 1984 di George Orwell, a destinatari selezionati nei paesi del blocco comunista. L’idea di fondo era di esporre i lettori a un’impostazione di pensiero che fosse antitetica a quella dominante nei regimi comunisti. La stessa cosa potrebbe valere oggi. Agenzie come la statunitense Agency for International Development dovrebbero trovare il modo di sovvenzionare e fornire consulenze competenti alle organizzazioni regionali, private e non governative al fine d’incentivare la creazione e la diffusione di prodotti artistici socialmente innovativi che altrimenti passerebbero in sordina.

È ovvio che, per avere un’autentica efficacia, programmi del genere devono essere mirati. Nel corso della Guerra Fredda gli Stati Uniti avevano valutato con grande attenzione le diverse tipologie di utenti mettendole a confronto con i media che con maggiore probabilità avrebbero potuto avere influenza su di esse. Il programma che riguardava la diffusione di libri, per esempio, era focalizzato sull’intellighenzia perché era questo il gruppo in grado di esercitare maggiore influenza su più ampi segmenti della società nel blocco orientale. Oggi gli Stati Uniti dovrebbero di nuovo consultarsi con gli esperti regionali e mettere con attenzione a confronto le categorie di pubblico con i mezzi di espressione propri del materiale anti-estremista. Nel mondo arabo è più probabile che le produzioni scritte vengano lette dalle élites e dagli intellettuali, dal momento che il livello d’istruzione del grande pubblico è relativamente basso. È perciò assai più probabile che film, programmi televisivi, siti web, fumetti e musica siano in grado d’influenzare le opinioni di un pubblico più vasto. Considerato poi che numerosi intellettuali del mondo arabo sono attualmente marginalizzati e non trovano all’interno delle proprie comunità un solido appoggio da parte della società civile, i media più comuni assumono una particolare rilevanza. La combinazione di questi gruppi, élites e pubblico di massa, costituirà la chiave per erodere le attitudini e le azioni degli estremisti del nostro tempo.

Il materiale stesso, poi, è importante quanto il pubblico. I lettori russi o dell’Europa dell’Est erano avidi consumatori di materiale che fosse più interessante di quello propinato dallo stantio menu sovietico. Accoglievano con favore dizionari, materiale tecnico e narrativa provenienti dall’Occidente, dal momento che si trattava di prodotti proibiti o in qualsiasi altro modo introvabili. E, benché mancassero di un messaggio esplicito, i libri si rivelarono sottilmente efficaci nell’abbattere concezioni inesatte dell’Occidente. Allo stesso modo, migliorare la diffusione di produzioni non politiche potrebbe contribuire, anche in Medio Oriente, al riempimento del vuoto intellettuale creato dai governi autoritari e dagli estremisti religiosi.

Lavori importanti realizzati dagli artisti della regione non mancano di certo. Il libro Modern Shaykhs and the Industry of Religious Extremism (“Gli sceicchi moderni e l’industria dell’estremismo religioso”), per esempio, critica le sempre più profonde divisioni settarie in Medio Oriente ed esorta i leader religiosi a promuovere la tolleranza e l’accettazione dell’altro. Oppure, volumi come Girls of Riyadh (Le ragazze di Riyadh) e Queens of the Screen: Pioneers of the Egyptian Cinema (Regine dello schermo: le pioniere del cinema egiziano), dedicati alla questione femminile contemporanea. Alcune produzioni regionali, inoltre, affrontano temi sensibili proprio a livello regionale. Come, per esempio, il film giordano Recycle, che descrive a figura di un ex estremista che, a fatica ma con successo, riesce a sbarcare il lunario rifuggendo la tentazione di tornare alla violenza. Un recente film egiziano, Hassan and Marcos, racconta la storia divertente ed edificante della pacifica convivenza tra una famiglia cristiana e una musulmana. Altri lavori sono tesi ad offrire alternative positive ai modelli comportamentali jihadisti, come l’imminente serie a fumetti The 99, creata da un innovativo imprenditore e psicoterapista kuwaitiano. O ancora, il commovente film giordano Captain Abu Raed, che affronta il tema degli abusi in famiglia presentando un eroe improbabile, un colto inserviente aeroportuale che ispira i bambini bisognosi del quartiere a ricorrere all’istruzione per una vita migliore. E la lista di certo non si ferma qui.   

Sfortunatamente la censura governativa, i frammentati sistemi di distribuzione e le intimidazioni estremistiche fanno in modo di tenere lontane dal pubblico molte produzioni di questo tipo. I libri sopraccennati, per esempio, sono stati tutti proibiti dai censori governativi, un fatto che spinge un gran numero di autori a pubblicare all’estero, dove spesso lo fa sotto pseudonimo. Un impegno da parte degli Stati Uniti che contribuisca a superare barriere del genere sarebbe in grado di aumentare in modo impressionante la libera circolazione delle idee e d’incoraggiare il necessario dibattito nella regione.

Certo, il Medio Oriente non è il blocco orientale. Sebbene le élites sovietiche andassero alla ricerca d’informazioni e idee dall’Occidente, sono molti, nella regione del Medio Oriente, a guardare con profondo sospetto le idee e le intenzioni occidentali. Un palese appoggio americano nei confronti degli artisti più innovatori del mondo arabo potrebbe minare la loro credibilità e, in alcuni casi, mettere a rischio la loro sicurezza personale. Alla luce di ciò, gli occidentali dovrebbero pensare con accortezza a come determinare delle partnership tra pubblico e privato che possano essere considerate legittime in questa regione. Il governo degli Stati Uniti, inoltre, dovrebbe prestare particolare attenzione a mantenersi alla debita distanza.

Ancora oggi come all’epoca della Guerra fredda il potere del lavoro artistico d’influenzare pensiero e azione è più importante e necessario che mai. Tutto quel che serve adesso è un po’ di creatività da parte degli Stati Uniti.

© Foreign Policy
Traduzione Andrea Di Nino

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1 COMMENT

  1. Cultura
    Si possono condividere le idee espresse nell’articolo, ma solo in parte. Lo sfaldamento del comunismo è avvenuto solamente quando un Presidende degli USA ha mostrato i muscoli e la volontà di adoperarli. E tutti sappiamo chi fosse quel Presidente.

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