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La battaglia per l’Eurasia si vince conquistando i cuori degli iraniani

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Un’altra “zona frantumata” è la penisola arabica. Le ampie distese controllate dalla famiglia reale saudita sono sinonimo di Arabia, come India è sinonimo del subcontinente. Ma mentre l’India è densamente popolata in tutta la sua estensione, l’Arabia Saudita costituisce una rete geograficamente nebulosa di oasi separate da vaste lande aride. Autostrade e collegamenti aerei sono vitali per la coesione del regno. E mentre l’India è costruita su un’idea di democrazia e pluralismo religioso, l’Arabia Saudita è costruita sulla lealtà a una famiglia allargata. Però, se l’India è circondata da stati dalla geografia incerta e dall’autorità carente, i confini sauditi scompaiono in un inoffensivo deserto al nord e sono protetti a est e sudest da solidi e ben governati sceiccati.

Dove l’Arabia Saudita è veramente vulnerabile, e dove la fragilità dell’Arabia è più acuta, è nel popolosissimo Yemen, a sud. Sebbene abbia un’estensione pari soltanto a un quarto dell’Arabia, la sua popolazione è quasi altrettanto numerosa. Ne segue che il nocciolo demografico della penisola è concentrato nel suo angolo montagnoso sudorientale , dove ampie piattaforme basaltiche si innalzano in grandi strutture sabbiose o in dorsali vulcaniche, abbracciando una fitta serie di oasi densamente popolate sin dai tempi antichi. Dato che né i turchi né gli inglesi hanno mai avuto un reale controllo dello Yemen, non è stata lasciata quell’infrastruttura burocratica che altre colonie hanno avuto in eredità. Nei miei viaggi nello Yemen, qualche anno fa, ho incontrato un paese pieno di camionette zeppe di giovani armati fedeli a questo o quello sceicco, mentre ben pochi erano i segni della presenza del governo. Gli accampamenti di questi sceicchi ribelli sono protetti in genere da parapetti di fango essiccato, qualcuno anche da pezzi d’artiglieria. Esistono diverse stime sul numero di armi circolanti nello Yemen; la cosa sicura è che qualunque yemenita voglia procurarsene una, non ha difficoltà a farlo. Nel frattempo, le riserve d’acqua potabile non dureranno per più di una, massimo due generazioni.

Non dimenticherò mai quel che mi disse nella capitale Sanaa un esperto militare statunitense: “Il terrorismo è un’attività imprenditoriale, e in Yemen ci sono più di 20 milioni di persone aggressive, bene armate e col bernoccolo degli affari, tutti buoni lavoratori, almeno in confronto ai loro vicini sauditi. E’ questo il futuro, ed è temuto come la morte dal governo di Riad”. Il futuro di questo paese profondamente tribale avrà molto da dire sul destino dell’Arabia Saudita. Ed è la geografia, non certo le idee, a determinare tutto ciò.

La “mezza luna fertile”, incastonata tra il Mediterraneo e la pianura iraniana, costituisce un’ulteriore “zona frantumata”. I paesi di questa regione – Giordania, Libano, Siria, Iraq – sono vaghe espressioni geografiche che prima del XX Secolo avevano ben poco significato. Se cancellassimo i confini ufficiali dalla mappa, resteremmo con una spennellata di concentrazioni sciite o sunnite che contraddicono le frontiere nazionali. All’interno di queste frontiere, le autorità governative del Libano o dell’Iraq sono appena esistenti. Il governo siriano è tirannico e fondamentalmente instabile; quello giordano è razionale ma sotto un discreto assedio (la principale ragione d’esistere, per la Giordania, è di fungere da cuscinetto per gli altri stati arabi suoi vicini, che temono un confine in comune con Israele).

Di tutti gli stati geograficamente illogici della mezza luna fertile, nessuno è più illogico dell’Iraq. La tirannia di Saddam Hussein, di gran lunga la peggiore del mondo arabo, era però geograficamente motivata: ogni dittatore iracheno, a partire dal colpo di stato del 1958, doveva essere ancor più repressivo del precedente per essere in grado di tenere unita una nazione priva di confini naturali, da sempre attraversata da fortissime identità etniche e settarie. Le montagne che separano il Kurdistan dal resto dell’Iraq, e la divisione della pianura mesopotamica tra sunniti, al centro, e sciiti, al sud, può rivelarsi più determinante, per la stabilità del paese, del desiderio di democrazia. La quale, se non riuscisse a mettere solide radici istituzionali in un tempo ragionevolmente breve, dovrà assai probabilmente pagare dazio alla realtà geografica del paese, che determinerà un ritorno alla tirannia, o un’esplosione di anarchia.

Se non fosse per tutte le cose dette e scritte sull’Iraq, geografia e storia potrebbero indicare che potrebbe essere la Siria l’autentico occhio del ciclone delle turbolenze arabe. Aleppo, al nord, è una città-bazar che ha profondi legali storici con Mosul e Baghdad, a est, e l’Anatolia con Damasco. Ogni volta che le fortune di Damasco declinavano con l’ascesa di Baghdad, Aleppo riacquistava la sua grandezza. Girando per i suk di Aleppo, è sorprendente constatare quanto lontana sembri Damasco. I bazar sono dominati da curdi, turchi, circassi, arabi cristiani, armeni e altri; al contrario dei suk di Damasco, che sono per lo più un mondo prettamente saudita.

Come in Pakistan e nell’ex Jugoslavia, ogni setta o religione, in Siria, ha confini precisi. Tra Aleppo e Damasco vi è la patria dei musulmani sunniti, in costante espansione. Tra Damasco e il confine giordano ci sono i drusi, e sulle montagne al confine col Libano ci sono gli alawiti; entrambe le etnie sono ciò che resta delle migrazioni persiane che, mille anni fa, si riversarono in Mesopotamia.
Le elezioni del 1947, del 1949 e del 1954 hanno inasprito queste divisioni, polarizzando il voto su schemi settari. L’ultimo Hafez el Hassad giunse al potere nel 1970, dopo 21 cambi di governo in 24 anni. Per tre decenni, è stato il Breznev del mondo arabo, evitando il futuro con la sua incapacità di costruire una società civile nazionale. Suo figlio Bashar dovrà riuscire ad aprire il sistema politico, anche solo facendo leva su una società che cambia velocemente grazie all’influsso di canali satellitari e internet. Ma nessuno può sapere quanto potrà essere stabile una Siria post-autoritaria. Gli interessati devono temere il peggio. Eppure una Siria post-Assad può riuscire meglio dell’Iraq post-Saddam, soprattutto perché lì la tirannia è stata assai meno dura. In effetti, arrivare nella Siria di Assad dopo essere stati nell’Iraq di Saddam è stato come arrivare in paradiso.

Oltre alla sua incapacità di risolvere il problema della legittimazione politica, il mondo arabo è incapace di assicurare il proprio sviluppo. Nel XXI Secolo i turchi domineranno gli arabi, perché gli uni avranno l’acqua e gli altri no. Infatti, per sviluppare il proprio arretratissimo sudest e così eliminare il separatismo curdo, la Turchia dovrà deviare tratti sempre maggiori del fiume Eufrate dalla Siria all’Iraq. E più il Medio Oriente diventerà un regno di aree urbane assetate, più l’acqua acquisterà valore rispetto al petrolio. Le nazioni che la possiederanno avranno la possibilità di ricattare quelle che non ce l’hanno; in altre parole, avranno potere. L’acqua sarà come l’energia nucleare, facendo così della desalinizzazione e delle strutture energetiche “dual use” (suscettibili di impiego militare o civile, ndt) il bersaglio dei loro missili in eventuali guerre future. Non solo nella West Bank, ma in ogni posto dove non c’è spazio di manovra.

Un’ultima “zona frammentata” è il nocciolo persiano, che va dal Mar Caspio al nord dell’Iran fino al Golfo persico, a sud. Praticamente tutte le risorse energetiche del Medio Oriente, gas e petrolio, giacciono in questa zona. Come le rotte marittime si irradiano dal Golfo Persico, così oleodotti e gasdotti vanno estendendosi dalla regione del Mar Caspio fino al Mediterraneo, al Mar Nero, alla Cina e all’Oceano Indiano. La sola nazione che si trova a cavallo di tutte e due queste aree di produzione energetica è l’Iran, come osservato da Geoffrey Kemp e Robert E. Harkavy in “Strategic Geography and the Changing Middle East”.

Il Golfo Persico possiede il 55% delle risorse mondiali di greggio e l’Iran lo domina, dallo Shatt el Arab fino al confine iracheno sullo Stretto di Hormuz, a sudest: una linea costiera lunga 1.317 miglia nautiche grazie alle sue numerosissime insenature e isole, che offrono una miriade di posti ideali per celare imbarcazioni pirata contro il traffico delle petroliere. Non è affatto casuale che l’Iran sia stato la prima superpotenza della storia mondiale. C’è una certa dose di logica geografica in questo.

L’Iran è la maggiore fusione universale del Medio Oriente, strettamente sintonizzato a tutti i noccioli a lui esterni. Il suo confine si adatta molto approssimativamente alla conformazione geografica del territorio – pianure a ovest, montagne e mari al nord e al sud, distese desertiche a est, verso l’Afghanistan. Per queste ragioni, l’Iran ha una tradizione di stato-nazione e civiltà urbana assai più antica di tanti altri luoghi nel mondo arabo, e di tutti gli stati della mezza luna fertile. A differenza delle illogicità geografiche che abbondano nelle regioni confinanti, non c’è niente di artificiale nell’Iran. Non è sorprendente che l’Iran sia adesso corteggiato da India e Cina, le cui marine domineranno le rotte navali euroasiatiche del XXI Secolo.

Tra tutte le “zone frammentate” nel grande Medio Oriente, il nocciolo iraniano è unico: l’instabilità provocata dall’Iran non deriverà dalla sua implosione, ma da una forte, coesa nazione iraniana che esploderà verso l’esterno da una piattaforma geografica naturale per frantumare le regioni che la circondano. La sicurezza fornita all’Iran dai suoi confini naturali è stata, storicamente, un aiuto poderoso per una proiezione esterna. Il presente non è diverso. Attraverso un’ideologia senza compromessi ed efficientissimi servizi informativi, l’Iran gestisce un non convenzionale, postmoderno impero di entità parastatali in tutto il Medio Oriente: Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, il movimento che fa capo all’imam Saadr in Iraq. Se la logica geografica dell’espansione iraniana appare simile a quella della Russia descritta da Mackinder, è perché lo è.

La geografia odierna dell’Iran, come prima quella della Russia, stabilisce quale sia la strategia più realistica per mettere in sicurezza questa disastrata regione: il contenimento. Come per la Russia, l’obiettivo di contenere l’Iran è quello di mettere sotto pressione le contraddizioni del regime teocratico e impopolare di Teheran, nel tentativo di cambiarlo dall’interno. La battaglia per l’Eurasia ha molti fronti, sempre più interconnessi. Il principale è quello delle menti e dei cuori degli iraniani, proprio come accadde per gli europei dell’est durante la guerra fredda. L’Iran è la dimora di uno dei popoli più sofisticati del mondo musulmano; viaggiando in quelle terre, si incontrano assai meno antiamericani e antisemiti di quanti se ne possano incontrare, ad esempio, in Egitto. E’ qui che la battaglia delle idee incontra i dettami della geografia.

Anche in questo secolo, gli assiomi di Mackinder restano validi nella battaglia per l’Eurasia: l’uomo inizierà, ma la natura prenderà il controllo. L’universalismo liberale e l’individualismo di Isaiah Berlin non sono svaniti, ma sta diventando chiaro che il successo di queste idee è, in larga misura, legato alla geografia. E’ stato sempre così, e adesso è ancor più difficile negarlo, mentre la recessione in corso sta portando l’economia mondiale a contrarsi, per la prima volta in sessant’anni. Non solo il benessere, ma anche l’ordine sociale e politico ne usciranno intaccati, lasciando soltanto le frontiere della natura e le passioni degli uomini quali arbitri nel decidere della annosa questione: chi può prevalere, come, e su chi? Pensavamo che la globalizzazione ci avesse liberati da un mondo antico fatto di vecchie mappe, e invece quello ritorna, forte come prima.

Dobbiamo imparare a pensare come nell’epoca vittoriana. E’ l’atteggiamento che ci deve guidare in questo nuovo realismo. I deterministi geografici hanno diritto di sedere assieme agli umanisti liberali, fondendo così le analogie tra il Vietnam e Monaco. Abbracciare le costrizioni e le limitazioni della geografia è impegnativo soprattutto per gli americani, abituati a pensare che nessun impedimento, naturale o d’altro genere, gli si possa opporre. Ma negare i fatti della geografia porta soltanto a disastri che ci rendono vittime di questa geografia.

Meglio, allora, dare un attento sguardo alla carta geografica e capire fino a che punto sfidare i limiti che ci impone, in modo da dare un aiuto realmente efficace alla diffusione dei principi liberali. E’ proprio nel mezzo di questa vendetta della geografia che si trova l’essenza del realismo, il punto cruciale di una politica globale lungimirante: lavorando al limite di ciò che è possibile, senza precipitare nel precipizio dell’irraggiungibile. (fine)

Tratto da Foreign Policy

Traduzione Enrico De Simone

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