La beatificazione anacronistica di Enrico Berlinguer in due libretti

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La beatificazione anacronistica di Enrico Berlinguer in due libretti

20 Maggio 2012

Abbiamo l’impressione che sia in corso una sorta di beatificazione di Enrico Berlinguer. Qualche mese fa era stata ripubblicata la storica intervista sulla questione morale che il compianto segretario comunista concesse ad Eugenio Scalfari nell’estate del 1981. Adesso lo stesso editore manda in libreria un’altra intervista a Berlinguer fatta in occasione di un numero speciale dell’Unità, pubblicato nel dicembre del 1983, dedicato all’anno che stava per iniziare ma anche al famoso romanzo distopico di George Orwell (Ferdinando Adornato intervista Enrico Berlinguer, La consapevolezza del futuro, Roma, Aliberti, 2012, pp. 59, € 6,50).

Quasi in contemporanea viene pubblicata una piccola antologia di pensieri e massime esemplari dell’uomo politico sassarese, che prende il titolo da un vecchio film di Benigni (Berlinguer ti voglio bene, a cura di Tommaso Gurrieri, Firenze, Barbès editore, 2012, pp. 79, € 6,90). Libretti sulle cui copertine spicca l’immagine dell’uomo politico sardo, proposto come icona di una sinistra orgogliosa della propria supposta diversità antropologica. In sostanza, la messa in circolazione di questi santini sembra voler creare un’aura leggendaria attorno alla figura di Berlinguer, facendone un punto di riferimento sempre attuale. Pure, leggendo i testi il bilancio non risulta per nulla esaltante.

Se l’intervista sulla questione morale (che abbiamo segnalato su queste colonne tempo fa) è, soprattutto per le sue ricadute future, un documento storico di notevole importanze, l’intervista sul 1984 è molto meno interessante, e semmai può essere utile per intendere i limiti culturali e politici del personaggio. Il curatore, che è lo stesso intervistatore di allora, non manca di avvertire come, nelle sue risposte, "Berlinguer esibisce alcuni dei più vieti luoghi comuni dell’ortodossia comunista: la difesa scolastica del marxismo, la concezione unilaterale dei movimenti per la pace, il preconcetto giudizio sul reaganismo, la costante evocazione del socialismo come fine ultimo".

Tuttavia Adornato ritiene che il testo di Berlinguer contenga una coraggiosa rottura, perché il segretario comunista afferma di "considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale". In realtà, leggendo l’intervista la presunta rottura si può derubricare più banalmente a un’onesta constatazione sociologica. Infatti, la resa all’aritmetica della composizione sociale, non scalfisce la visione del mondo berlingueriana incentrata sui caposaldi dell’anticapitalismo e della ragione di partito; come si coglie in alcune giunture dell’intervista: dal parallelo (quasi involontario) tra Khomeini e Reagan, o dall’affermazione secondo cui la fine dei partiti di massa costituirà "un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell’uomo in generale".

Tali impressioni risultano ampiamente corroborate dall’antologia predisposta da Gurrieri, anche perché la forma della sentenza o motto esemplare esalta il nocciolo duro della mentalità berlingueriana facendone percepire in modo nitido i tratti di fondo. La critica al modello sovietico si esprime nella anodina constatazione che lì esiste "un regime politico che non garantisce il pieno esercizio delle libertà"; per converso la critica al sistema economico occidentale è forte e priva di reticenza come quando afferma che "il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico è causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza".

Ancora più decisa risulta la difesa dell’idea, che è riassunta nella formula, che si vuole evocativa ma che risulta solo generica, per cui "il comunismo è la trasformazione secondo giustizia della società". Anche la revisione ideologica si sforza di salvare l’eredità del comunismo; per quanto si dica che la dottrina dei padri del comunismo sia in buona parte superato, Berlinguer non manca di sottolineare come "gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro vitalità".

Se l’antologia risulta interessante, l’introduzione del curatore lascia quasi sgomenti. Anziché tentare di storicizzare la vicenda di Berlinguer e del Pci, Gurrieri presenta una visione dell’Italia repubblicana al tempo stesso buonista e complottista, dove le forze oscure della reazione hanno sempre impedito l’affermazione del progresso. Non c’è, non diciamo un’autocritica, ma almeno un conato di riflessione sugli ultimi decenni e sui problemi che gli eredi politici di Berlinguer si sono trovati a fronteggiare.

A compensare, sia pure indirettamente, la pochezza interpretativa soccorre il ricco corredo iconografico. Tante le foto che immortalano Berlinguer: da quella celebre in braccio a Benigni, a quelle terzomondiste che lo raffigurano a fianco di Fidel Castro e di Ho Chi Min. Le più interessanti, però, sono quelle che colgono momenti della vita di partito, dove il leader sardo compare accanto a vari dirigenti comunisti (fra gli altri: Pajetta, Bufalini, Ingrao, Occhetto, Amendola, Napolitano) sullo sfondo di congressi, manifestazioni o di interni burocratici del "bottegone". Immagini che ci presentano un "mondo di ieri", temporalmente non distante, ma irrimediabilmente lontano.