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La Bindi non si fa “sedurre” da Walter

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bindiveltroni_1.jpg Di filo da torcere al super-sindaco della Capitale ne darà parecchio. Perché – complice la provenienza toscana – Rosy Bindi non ama gli slogan generalisti e non ha peli sulla lingua, come non ne hanno i suoi compagni d’avventura di una vita. Non ne ha Arturo Parisi, che a Walter Veltroni e ai soloni del nascituro Partito democratico non le ha mai mandate a dire.

Non ne ha l’amica senatrice Marina Magistrelli, che alla supponenza con cui Dario Franceschini ha commentato la candidatura del ministro della Famiglia alla guida del Pd (“mi auguro che Rosy faccia come noi del ticket”), ha replicato con spietato sarcasmo: “Franceschini usa un ‘noi’ di troppo: il candidato, infatti, è Walter Veltroni. Franceschini non ha ritenuto di dover accettare la sfida e ha scelto di essere vice in una competizione di rilievo…”.

La discesa in campo della pasionaria della Margherita, per quanto penalizzata dalle regole e dalla santificazione permanente del suo avversario, rischia di ammaccare la macchina propagandistica messa in moto da Walter Veltroni più di quanto si possa immaginare. Non solo perché Rosy Bindi incarna la ruvida concretezza di una figura politica magari meno patinata, ma di certo capace di assumere delle posizioni, condivisibili o meno che siano. Ma anche – e soprattutto – perché il ministro potrebbe catalizzare su di sé la simpatia di quanti fino ad oggi, al contrario del sindaco di Roma, si sono sporcati le mani con compromessi e scelte impopolari nell’ambito della difficile esperienza di governo e della travagliata gestazione del nuovo soggetto politico. Di quanti, in fondo, hanno sempre mal digerito che a calarsi incontrastato come “salvatore della patria” dopo tanta fatica (altrui) fosse l’ex segretario Ds, finito in Campidoglio causa tracollo elettorale, ed ora investito di un ruolo messianico per il solo merito d’aver osservato le difficoltà degli altri dal suo dorato aventino, evitando sempre accuratamente di prendere posizione, e sfruttando il suo ruolo marginale rispetto all’agone politico nazionale per rifarsi il maquillage a suon di panem et circenses.

E così, succede che anche chi l’ha duramente contestata sulle unioni civili e su tante altre cose (anche questo giornale ha spesso ospitato interventi assai poco teneri e certamente continuerà a farlo), oggi di fronte alla candidatura di Rosy Bindi per la leadership del Partito democratico provi un moto di simpatia. Non solo per la promessa di rinunciare ad ogni incarico istituzionale in caso di elezione, al contrario del suo avversario. Ma anche, e soprattutto, perché per un Paese, per una classe politica e per un elettorato, è più sano avere di fronte un interlocutore con cui non si condivide nulla e di cui si contesta tutto, ma che abbia il coraggio di decidere e di difendere le sue scelte, piuttosto che un evanescente equilibrista in grado di assecondare allo stesso tempo i no-global e i signori del mattone, di cercare sponda fra i cattolici e patrocinare manifestazioni di segno opposto, di pronunciarsi a favore del referendum e non firmarlo, di “sedurre” un’intera città. Opposizione compresa.

(claudia passa)

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