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Il Cav. fa i conti con Bossi: non giochi allo sfascio

La Camera si arrende alle procure e fa vincere l’antipolitica

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Come si può barattare la libertà di una persona con il consenso elettorale o gli interessi di partito? La Camera ha detto che si può fare e lo ha certificato con 319 voti. Di Alfonso Papa non fregava niente a quei 319 parlamentari Pd, Terzo Polo, Idv e buona parte della Lega, che gli hanno fatto mettere le manette ai polsi dopo il via libera dell’Aula; molti di loro non hanno letto le carte né sanno di cosa i pm di Napoli lo accusano. E non si sono posti neppure il problema di difendere il ruolo delle istituzioni dall’assalto giustizialista-gacobinista-populista che sta montando come panna, producendo una gigantesca caccia alle streghe, nella quale l’opposizione sguazza seguendo come i topi col pifferaio magico l’urlo di una piazza assetata di sangue, che vuole vedere rotolare teste, sentire il tintinnare di manette, abbattere la casta che Bersani e Casini (guarda caso) identificano con la sola maggioranza.

Si è giocato tutto sulla testa di una persona che è innocente fino a prova contraria (regola che distingue le democrazie dai regimi), di un parlamento che abdica le proprie funzioni e si piega alla carcerazione preventiva di un deputato che va in galera ancora prima di entrare in un Tribunale per essere processato, come è giusto e doveroso sia quando c’è un’inchiesta. Il processo ancora non c’è, la sentenza nemmeno ma Papa è già stato ‘condannato’ dall’Aula di Montecitorio che si è arresa alle procure.

Si è giocato tutto sulla testa di un deputato divenuto il male assoluto, l’emblema della casta, l’untore da inseguire e mettere al rogo: si sono giocate lotte intestine di partito come quella andata in scena nei banchi leghisti con un Maroni a controllare che i suoi votassero giusto (cioè per l’arresto) e che alla fine ha da dire solo “siamo stati coerenti” e un Bossi assente. Così, a voto chiuso, anche l’intervento in Aula della leghista Carolina Lussana che pure ha toccato le corde del garantismo (contro la carcerazione preventiva ricordando il no di Scalfaro dieci anni fa e sottolineando come “serva solo ad anticipare la condanna”) sono cadute nel vuoto. E ai parlamentari pidiellini attoniti, molti dei quali con le lacrime agli occhi o una frase sola –“che schifo, siamo tornati indietro di diciassette anni” – per commentare come è andata, sono sembrate la classica foglia di fico dietro la quale nascondere beghe interne e forse anche un non detto: la presa di distanza dal Cav., sempre più evidente.

Difficile, diversamente, comprendere come alla maggioranza siano mancati 27 voti alla Camera, mentre al Senato ne ha incassati 24 in più se non in buona parte per i tatticismi padani che su Papa hanno votato in un modo e su Tedesco in un altro. Ma lo stesso sospetto cade anche su qualche parlamentare pidiellino che si sarebbe trasformato in franco tiratore. E’ il sospetto di molti deputati che puntano l’indice contro il Carroccio e non solo, come fa Giorgio Stracquadanio stigmatizzando la grancassa contro la casta “alimentata anche dai giornali di area centrodestra, contribuendo a creare un clima da caccia alle streghe che ha finito per fare presa sul nostro elettorato. Grazie tante anche a loro”. E Fabrizio Cicchitto chiosa lapidario: “Alla Camera c’è stato un voto liberticida”.

 Si sono giocati tutto sulla testa di Papa anche quelli delle opposizioni, a cominciare da Casini che ad esempio su Cuffaro la pensava diversamente. E che poco più tardi Berlusconi accuserà di essere garantista a corrente alternata, un “garantista di facciata”. Hanno fatto lo stesso quelli del Pd per mandare un segnale a Di Pietro e pure a Vendola, per ribadire che sono loro l’ago della bilancia al prossimo giro di giostra (elettorale). E lo hanno fatto anche su Tedesco, fatto entrare in Senato al posto di De Castro (spedito all’europarlamento) per sottrarlo agli arresti domiciliari che per lui i pm di Bari hanno chiesto, salvo poi fare dietrofront e cavalcare l’onda lunga dell’antipolitica. Esemplare, da questo punto di vista, la stizza con cui Franceschini ha detto che il Pd nonostante il voto segreto avrebbe fatto vedere fisicamente il proprio sì all’arresto ricorrendo a uno stratagemma tecnico (tenere la mano ben visibile sul pulsante del sì) che crea non poco imbarazzo a Fini quando Crosetto chiede lumi al presidente della Camera sulle parole dell’esponente democrat.

Si sono giocati la testa di Papa perfino i Radicali che delle battaglie garantiste hanno sempre fatto la loro bandiera. Fino a ieri, e indipendentemente da ciò che Papa è andato a dire e a ‘provare’ davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere. Cosa che come lui ha ricordato nel suo intervento “i pm mi hanno negato per sei mesi nonostante avessi chiesto di essere sentito e di poter chiarire la mia posizione”.

Non spettava a Montecitorio (ma a un giudice e a un tribunale) stabilire se Alfonso Papa è colpevole o innocente, eppure con il sì all’arresto la Camera ha abdicato alla difesa delle prerogative scritte dai padri costituenti in quella Carta tante volte portata nelle piazze del popolo indignato a prescindere, o evocata come un mantra nella retorica degli interventi in Aula. I padri costituenti avevano previsto pesi e contrappesi, fissato guarentigie e tutele per preservare l’equilibrio tra poteri dello Stato.  

 Garantismo non significa impunità, significa affermare un principio: la presunzione di innocenza di una persona fino all’ultimo grado di giudizio, perché come ha sottolineato in Aula Silvano Moffa (Popolo e Territorio, il gruppo che ha chiesto il voto a scrutinio segreto) “la libertà personale non può essere violata prima della sentenza di condanna” o come ha ricordato Maurizio Paniz (capogruppo Pdl in Giunta): “Il Parlamento non può farsi travolgere dal ‘dagli addosso all’untore’ né consentire che venga colpito un pilastro della Costituzione: la presunzione di innocenza. Privare ora Papa della libertà significa colpire senza se e senza ma la nostra funzione parlamentare”.

Il disegno politico si è disvelato: colpire Papa per colpire Berlusconi e il governo. Non è un caso se Bersani si è affrettato a dire che la maggioranza si è rotta. Non è un caso se Leoluca Orlando ha dichiarato che “finalmente l’indignazione della gente è entrata nel Palazzo” mentre uscendo dalla Camera veniva osannato da un gruppetto di militanti dell’antipolitica in presidio permanente che ha raggiunto con aria festante forse per dire loro che giustizia è stata fatta. Ma quale giustizia?

Il punto è che alla Camera ha vinto l’antipolitica come fa osservare Gaetano Quagliariello: “Votare contro l’arresto di un parlamentare non è assolvere. Noi, semplicemente abbiamo difeso un principio liberale. Certo è che alla Camera ha vinto l’antipolitica, al Senato no”. Nell’intervento in Aula il vicepresidente dei senatori Pdl è stato chiaro con Tedesco che poco prima aveva chiesto il sì con voto palese al suo arresto:  “Tedesco avrebbe preteso che il Senato lo assolvesse dandogli la patente del 'perseguitato', o in alternativa votasse a favore del suo arresto. Noi non possiamo assolverlo perché non siamo un tribunale e non riteniamo che sia un perseguitato, ma difendiamo le sue prerogative perché in questo modo difendiamo il Parlamento, le istituzioni, lo Stato. E lo facciamo da avversari, esprimendo il giudizio più pesante possibile sul suo operato politico e sulla gestione della sanità pugliese”. Se avesse voluto consegnarsi, l’ex esponente del Pd ora nel gruppo Misto poteva farlo dimettendosi da senatore, è il ragionamento di Quagliariello, senza “pretendere dal Senato l’abbattimento dell’ultimo residuo contrappeso nel rapporto tra la giustizia e le istituzioni rappresentative della sovranità popolare. Sappiamo che fuori dal Parlamento già si preparano nuovi roghi, nuove pire, ma come rappresentanti delle istituzioni siamo tenuti anche al coraggio di decidere sulla base non della convenienza politica di un momento ma di principi che valgono per gli amici e per gli avversari, per chi è innocente e anche per chi forse sarà riconosciuto colpevole”.

Perché la questione centrale è che “l’antipolitica non si può sfamare dandole in pasto le istituzioni, o consegnando alla magistratura la facoltà di intaccare l’integrità del plenum delle Camere e dunque determinare l’esistenza o meno delle maggioranze e la sopravvivenza dei governi”.

Sul piano politico resta da capire quanto il voto alla Camera su Papa peserà negli equilibri della maggioranza e soprattutto nel rapporto tra Pdl e Lega e in quello tra Bossi e Berlusconi. Il premier ha lasciato l’Emiciclo col volto terreo: nessuna dichiarazione, solo un breve colloquio con alcuni dei suoi nella sala del Governo, prima di convocare lo stato maggiore del partito a Palazzo Grazioli per fare il punto della situazione.

Da Bossi pretende un chiarimento (venerdì), vuole capire cosa è successo ma anche che intenzioni ha la Lega, perché la linea dei padani in questi giorni desta più di un sospetto: dal triplo salto carpiato del Senatur su Papa cui ha contrapposto i distinguo su Milanese, alla posizione sul decreto rifiuti che martedì ha costretto la maggioranza a rinviare di un giorno l’esame, dopo essere andata sotto sulla richiesta di rispedire il testo in commissione e ieri ha segnato l’ennesimo sbandamento col sì del ministro Prestigiacomo alle mozioni contro cui si erano già espressi governo e maggioranza. Un sì che ha fatto passare parte dell’emendamento Idv, col centrodestra battuto per due volte (alla fine il decreto è tornato in commissione ma sarà destinato a decadere). La Lega non può giocare allo sfascio, avrebbe detto il Cav. ai suoi, perché fa male anche a se stessa.

I sospetti dei pidiellini si concentrano su Maroni e sulla linea che incarna e sempre più appare anti-berlusconiana, indipendentemente da Bossi. Sul caso Papa e il dl rifiuti, la Lega ha giocato da sola, ma cosa farà oggi al Senato sul voto al rifinanziamento delle missioni all’estero. Ieri sera il viceministro Castelli ha annunciato che a Palazzo Madama lui voterò contro il rifinanziamento, anche se sa di dare “un dispiacere a Berlusconi”. Non importa se a farlo è un rappresentante del governo, lui ha già detto che se il Cav. ritiene decadute le condizioni di fiducia, si dimetterà seduta stante. Posizione personale? Lo vedremo in Aula.

Certo è che così la situazione non può reggere a lungo. Come è stato certificato ieri alla Camera, dove 319 deputati hanno scritto una delle pagine più brutte della storia parlamentare.

 

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