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Regioni alla riscossa

La Caporetto di Conte e il (benemerito) colpo di mano delle Regioni 

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Segnate sul calendario le giornate di venerdì e sabato. Sono i giorni nei quali le Regioni, dichiarando nei fatti archiviata la pandemia, si sono rivoltate contro il governo centrale, hanno assunto il controllo del Paese nella regolazione delle riaperture, hanno segnato uno spartiacque che difficilmente resterà senza conseguenze sul piano politico e istituzionale.

Certo, ufficialmente tutto è avvenuto con il sorriso sulle labbra, all’insegna della “grande sinergia” (eh, come no). Dall’una e dall’altra parte è stato sparso miele a piene mani, tutti si sono detti soddisfatti, il presidente del Consiglio ha potuto persino atteggiarsi in conferenza stampa a magnanimo imperatore che ringrazia i proconsoli per la gentile collaborazione. E in fondo qualche motivo di sollievo Palazzo Chigi ce lo ha davvero, dal momento che potrà forse sperare in un crollo economico un po’ meno pesante del previsto senza assumersi agli occhi degli italiani la responsabilità diretta dell’allentamento sanitario. 

E invece se si è arrivati a questo punto – a una soluzione che è certamente un grosso passo avanti rispetto ai demenziali protocolli di sicurezza circolati nei giorni scorsi ma comunque, come vedremo, non è esente da problematicità – l’esecutivo una colpa ce l’ha, e pesa come un macigno. 

Riavvolgiamo rapidamente il film. Con la proclamazione della pandemia, il lockdown è stato una conseguenza difficilmente evitabile. Mentre tuttavia il Sud è stato salvato dal punto di vista sanitario e ammazzato dal punto di vista economico per l’incidenza del turismo e del terziario sul suo Pil, al Nord il ritardo nella chiusura delle attività industriali ha contribuito a una diffusione ulteriore del virus, con i risultati che purtroppo ben conosciamo. 

Col passare delle settimane, e lo stabilizzarsi delle curve statistiche – praticamente per l’intera durata dell’epidemia dalle Marche in su si sono concentrati il 97 per cento dei decessi -, il governo da un lato ha negato l’autorizzazione all’istituzione di zone rosse con misure di contenimento rafforzato nei focolai, e dall’altro si è rifiutato di ragionare sulla definizione di aree omogenee per livello di contagio e la differenziazione delle misure di sicurezza. Sicché abbiamo avuto regioni come la Basilicata, pressoché immuni, equiparate alla Lombardia; regioni con situazioni molto differenziate, come l’Abruzzo che ha visto qualche focolaio sulla costa mentre grazie a una gestione amministrativa e sanitaria particolarmente efficace ha mantenuto l’area dell’Aquila praticamente “Covid free”, costrette ad adeguarsi a disposizioni uniformi; regioni ad altissima infettività impossibilitate a blindarsi come avrebbero dovuto. 

Da lì sono partite le prime (provvidenziali) insubordinazioni. Alcuni governatori hanno istituito zone rosse di propria iniziativa e contro il parere del governo. E mentre Ponzio Pilato da Palazzo Chigi stava a guardare e nel Centro-Sud milioni di persone iniziavano a chiedersi per quale ragione dovessero essere condannate alla povertà in assenza di evidenze epidemiologiche, da più parti si è iniziato a invocare un tavolo ad ampio coinvolgimento per programmare la ripartenza e tener conto delle differenze territoriali. 

Parole al vento. Winston Conte, autoproclamatosi erede di Churchill, ha intignato a fare da sé a colpi di dpcm. Ma allo stesso tempo ha omesso di assumersi la responsabilità politica di scelte chiare, trincerandosi dietro una pletora di task force inutili se non dannose. I provvedimenti economici si sono rivelati un flop dietro l’altro, e al passaggio cruciale della ripartenza si è arrivati totalmente impreparati. Sicché le stesse imprese, che per settimane avevano scalpitato per riaprire i battenti, hanno minacciato di restare chiuse a oltranza per l’assenza di condizioni minime per riprendere a lavorare. 

Arriviamo così ai nostri giorni. Il primo scadenzario della “fase 2” è stato scavalcato dai fatti, perché le Regioni hanno iniziato a decidere per sé. Il governo dapprima ha mostrato i muscoli impugnando i provvedimenti dei governatori giudicati più indisciplinati (vedi Santelli in Calabria), poi ha capito che la situazione rischiava di esplodergli in mano. Anche perché l’insubordinazione si è fatta questione di sopravvivenza e col passare dei giorni è diventata la norma. 

E’ accaduto così che mentre a Palazzo Chigi giocavano a Risiko tra l’Inail, l’Istituto Superiore di Sanità e le varie task force, partorendo bozze di protocolli surreali per la ripresa delle attività commerciali e produttive, le Regioni hanno iniziato a sfornare ordinanze dettando ciascuna regole proprie. Col paradosso, tra l’altro, che in alcune zone dove il livello di contagio è ancora sostenuto si decideva per la riapertura, e in altre con livelli epidemiologici prossimi allo zero (tipo la Campania) gli sceriffi di turno continuavano a brandire il lanciafiamme (salvo poi invocare elezioni regionali a luglio).

Sicché siamo giunti al surreale. L’esecutivo, che aveva annunciato l’imposizione di protocolli standardizzati, si è limitato a diffondere nella giornata di giovedì delle linee guida che i governatori avrebbero potuto liberamente adattare. Venerdì mattina si è tenuto un consiglio dei ministri che in teoria avrebbe approvato un decreto che avallasse la geometria variabile. In serata il colpo di scena: la conferenza delle Regioni si è accordata su un protocollo comune, avanzatissimo sul fronte della riapertura, e lo ha imposto al governo che ha finto di accettarlo di buon grado. E sabato, nel rendere noto il risultato del consiglio dei ministri del giorno prima, si è fatto finta che l’esito fosse già preventivato e che il decreto varato il venerdì mattina contenesse già le indicazioni emerse soltanto in serata dall’intesa fra i territori. Intesa che, come dicevamo in premessa, non è certo immune da contraddizioni: come infatti era insensato un lockdown indiscriminato a oltranza senza differenziazioni, anche i più accaniti fan della riapertura sanno che comportarsi in Lombardia come se nulla fosse può determinare qualche rischio. Ma, vista la situazione, quella intrapresa dalle Regioni era l’unica strada percorribile. La si è percorsa, e si è lasciato che Giuseppi fingesse a reti unificate di aver guidato i giochi anziché subirli per manifesta incapacità. 

Il bilancio è presto fatto. Abbiamo un virus enormemente indebolito, un quadro istituzionale stravolto (a fin di bene), un’incognita economica che dopo il blitz delle Regioni consente di coltivare qualche ragione in più di speranza nonostante le inadeguate politiche di governo. Abbiamo una classe dirigente nazionale che ha proclamato fallimento e nuovi leader territoriali che si vanno affermando sul terreno. Anche all’interno degli stessi partiti: è difficile non vedere, ad esempio, l’opa lanciata da Bonaccini sul Pd o l’emergere di Luca Zaia come contraltare di governo in una Lega fin qui indiscutibilmente salviniana. 

Sul piano degli equilibri istituzionali, la portata di ciò che è accaduto in queste ore probabilmente non è stata ancora ben compresa. Tecnicamente, se non si è trattato di un golpe bianco, poco ci manca. Ma a giudicare dai fatti che abbiamo sommariamente qui cercato di ricostruire, anche i più critici del regionalismo e i più affezionati alla supremazia dello Stato nazionale non possono non ammettere che a Roma si è giocata la finale di Chiampions League con la squadra più scarsa degli ultimi decenni, e che fra altrettanti decenni i libri di storia racconteranno che le Regioni (alcune) hanno aiutato l’Italia quantomeno a uscirne viva. Forse.

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