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La CdL al Quirinale: elezioni solo se cade il governo

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Novanta minuti per rappresentare al Capo dello Stato la “diffusa e profonda crisi di legittimità di questo governo e di questa maggioranza” nel “sentimento diffuso della gente”. Non ha imboccato la strada senza uscita di un’elezione anticipata costituzionalmente poco sostenibile, Silvio Berlusconi. E dopo un’ora e mezza di colloquio con il presidente della Repubblica, affiancato da Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Gianfranco Rotondi, ha spiegato con una semplicità cristallina le ragioni e l’opportunità della salita al Colle: “Il presidente Napolitano e' responsabile del buon funzionamento delle istituzioni – ha detto il Cavaliere - e le istituzioni oggi in Italia non funzionano”.

Le elezioni? “Per noi sono la via maestra per far terminare la legislatura”. Ma “solo se cade questo governo”, perché il ricorso alle urne, se il governo esiste e può contare su una maggioranza seppur risicata, “non è una prerogativa del Presidente della Repubblica”. Del resto, che le istituzioni italiane soffrano di un vistoso malfunzionamento è un dato che neppure l’inquilino del Colle può negare. Al punto che Berlusconi ha lasciato trapelare senza troppi indugi la preoccupazione di Napolitano per l’incapacità del Parlamento di produrre leggi. Ovvero per l’allarmante paralisi che affligge l’istituzione rappresentativa del popolo sovrano, ridotta a discutere del sesso degli angeli nel poco tempo che resta tra una conversione di decreto e un voto di fiducia.

A chi lo accusava di far propaganda, il Cavaliere ha risposto evocando D’Alema pur senza citarlo: al voto ci si andrà, ma solo quando cadrà questo governo. E a chi lo tacciava di essere un demagogo capace solo di cavalcare gli umori della gente, ha risposto negando che vi saranno manifestazioni di piazza. Ogni riferimento a Pier Ferdinando Casini, naturalmente, non è affatto casuale. E forse non è un caso se proprio nelle ore in cui i suoi (ex?) alleati invocavano dal Colle la tutela delle istituzioni, il leader Udc ha cercato il suo momento di gloria battibeccando con Romani Prodi sul futuro di Gianni De Gennaro.

La sinistra? Per il presidente di Forza Italia è ben consapevole della situazione, al punto da invocare, nel disperato tentativo di salvarsi, la discesa in campo dell’uomo più odiato dai maggiorenti del nascituro Partito democratico: Walter Veltroni. Anche perché, incalza Bossi, Prodi “governa contro il Paese”, e questo il Paese ormai l’ha chiaramente compreso. Di qui l’affondo di Fini, che a Napolitano chiede di adoperarsi affinché il “discredito” dell’esecutivo non diventi un discredito per “tutte le istituzioni” e per “l’intero sistema Italia”.

La ricetta, per la Cdl, è una sola: che il Professore vada a casa. E poi si torni alle urne. Umberto Bossi sostiene che al Capo dello Stato le elezioni, nel corso del colloquio, insieme a lui le hanno chieste tutti. Forse sarà anche vero. Prima però è necessario che l’esecutivo perda la sua maggioranza parlamentare. In fondo basta poco: un Rossi o un Turigliatto, e il gioco è fatto. Anche perché, se l’esecutivo dovesse scivolare ancora, questa volta sarebbe assai probabile che la tragedia del governo Prodi si concluda con un happy end.

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