La Cdl fa cappotto e la giunta Soru traballa
13 Giugno 2007
Il più felliniano dei sindaci di marca Unione, Massimo Cacciari, non perde tempo a filosofeggiare nell’analizzare i risultati dei ballottaggi: “C’è stata una vera e propria débâcle al Nord e una sconfitta al Sud. Ormai la questione settentrionale è grande come una casa”. E ancora: “Manca l’immagine, manca la comunicazione, non c’è alcun progetto di cambiamento nei confronti del Lombardo Veneto”.
Se tanto basta a consolarlo, Cacciari sappia che il suo Nord non è solo. Perché nella proditoria Unione c’è anche il caso Sardegna, regione sinistramente governata dall’illuminato tycoon internettiano Renato Soru. Le elezioni amministrative sono state per i sardi una ghiotta occasione per mettere freccia a centrodestra e per dare concretezza al diffuso malessere covato nei confronti del Governatore. E gli elettori hanno assestato un fendente impietoso. E netto. Come in un crescendo rossiniano la protesta si è trasferita dalla piazza, quasi quotidianamente occupata dai sindacati e dalle associazioni di categoria, al segreto dell’urna. Quel che resta all’Unione nel campo di battaglia elettorale è davvero pochino: la guida di qualche paesino, di poche anime, sparso qua e là nell’aspro territorio di Sardegna.
L’esito della tornata elettorale si riassume più semplicemente in un concetto sportivo: cappotto.
È proprio l’assenza di democrazia a creare il vuoto più imbarazzante nei commenti a caldo del centrosinistra. Lo ha evidenziato Paolo Maninchedda, ex uomo del Presidente, eletto nel partito di Soru e poi scappato via: “Ma che pena – ha scritto il consigliere regionale – vedere quanti per tre anni hanno detto di sì a tutto; quanti hanno agevolato soluzioni legislative ai limiti della legittimità; quanti hanno votato con convinzione la legge statutaria; quanti hanno sostenuto con convinzione le follie dell’inceneritore d’Ottana; quanti hanno appoggiato anche le intemperanze, non dico le idee, le intemperanze del Presidente, anche le sue vendette con chi dissentiva da lui; che pena, vederli ora gridare in fuga che la colpa è tutta sua e non anche della sua compagnia acquiescente”.
Nelle giustificazioni degli alleati, sempre più infedeli, c’è poi, e soprattutto, la legge salvacoste fortemente voluta dal Governatore. Legge che senza concordare alcunché coi Comuni, impone il divieto totale di costruzione sino a due chilometri dalle coste. Iattura, iattura, iattura. Per la fragile economia sarda è il collasso. Ma Soru ha tirato dritto. Confermando in toto la sensazione, diffusa e reale, che in Sardegna decide e comanda un uomo solo. Che se ne infischia delle valutazioni negative mosse a turno da tutte le forze politiche della coalizione nei sacri palazzi della politica. E che irride, quasi, la crisi nella quale è piombata l’isola.
Nella sua vittoriosa campagna elettorale, era il giugno del 2004, aveva promesso ai sardi, risvegliandone l’orgoglio sopito, che non sarebbero stati mai più camerieri. Previsione azzeccata: ora fanno i disoccupati. È allarme ‘rosso’, infatti. A poche ore dalla chiusura dei seggi l’ala estremista e massimalista dell’Unione ha messo da parte diplomazia e self-control per una più efficace realpolitik: “Siamo di fronte ad un preoccupante scollamento del centrosinistra dal proprio popolo di riferimento”, ha commentato Michele Piras, segretario regionale del Prc. Le ragioni? “Molteplici. C’è la necessità e l’urgenza di un processo unitario ed al contempo che la politica torni finalmente a rappresentare i bisogni sociali”. Che è un po’ come dire, da quando siamo al governo ci siamo fatti gli affari nostri.
Non fanno sconti neppure i promessi sposi Margherita e Ds “I numeri dicono tutto – ha chiosato laconicamente Paolo Fadda, coordinatore della Margherita -. Avevamo parlato al nostro congresso di forte malessere nell’Isola: le elezioni lo confermano. Non abbiamo saputo ascoltare la società”. E ha invocato un vertice per ricercare soluzioni efficaci “prima che sia troppo tardi”. Invertire il senso di marcia è imperativo, magari attraverso “più collegialità nelle scelte, un rapporto diverso tra Giunta e Consiglio. E una verifica di coalizione con la rivisitazione della Giunta”.
Nella nuova politica battezzata del corso soriano, alla fine, si fa appello a vecchi e collaudati sistemi: rimescolare le deleghe assessoriali e affidarle a qualche volto nuovo. Ma sarà come provare a ritinteggiare un muro umido. Ne sono consapevoli in casa Ds. Ha detto il leader regionale Giulio Calvisi: “Serve una correzione di rotta, dobbiamo cogliere i segnali dell’elettorato”. Eppoi ha auspicato “la nascita del gruppo unico (il Partito Democratico) del Consiglio, in modo che in Sardegna sia un’esperienza politica peculiare e d’ispirazione federalista e autonomista, e non una semplice succursale romana”.
Dall’alto della sua posizione, il Governatore non ci sta ad essere messo in mezzo. E scarica le colpe della sconfitta sui partiti del centrosinistra che “negli ultimi cinque anni hanno passato fin troppo tempo a litigare invece che a sostenere efficacemente l’azione del governo locale”.
O più genericamente si arrischia a chiamare in causa la questione morale: “E’ certamente un momento di grande difficoltà della politica e del rapporto tra politica e cittadini, sempre più pericolosamente allontanati dal cattivo giudizio sulla sua poca moralità e trasparenza, i suoi costi eccessivi, dalla esagerata conflittualità e dalla difficoltà di portare avanti in maniera coesa un progetto chiaro di cambiamento che ci riguardi tutti”. Soru salva solo se stesso: “In Sardegna in modo particolare occorre proseguire il processo di cambiamento in atto con coraggio e coerenza, valorizzando i risultati gia raggiunti disoccupazione e aumento della forza lavoro. Occorre altresì rafforzare, come gia previsto nella legge finanziaria, le politiche attive del lavoro in modo da accelerare ulteriormente il processo in atto di riduzione della disoccupazione”.
Ma non deve essere molto convinto neppure Soru della bontà delle politiche soriane. Tanto è vero che in occasione del ballottaggio, per strappare Oristano al centrodestra, Mr. Tiscali ha benedetto uno squallido apparentamento tra l’Unione, l’Udc e Fortza Paris (partito moderato e autonomista schierato con il centrodestra in Consiglio regionale, quindi in opposizione a Soru). Di più, negli ambienti politici isolani si insinua il dubbio che sia stato lo stesso Governatore a promuovere il singolare apparentamento. Indiscrezione mai smentita dall’interessato. Escamotage simile, specie nell’esito finale, l’Unione l’ha architettata a Selargius. L’elettorato, in particolare quello centrosinistrorso, è rimasto disgustato dai giochi di potere. E ha punito con l’astensionismo i propri leader. Per Soru è stata anzitutto una caduta di stile. Ha voltato le spalle al suo credo politico, e a ragione ora la Casa delle Liberta si interroga se ne abbia mai avuto uno, pur di evitare il tracollo iniziato due settimane fa con la sconfitta, al primo turno, nei due centri costieri di Olbia e Alghero. Al danno elettorale, Soru ha quindi dovuto sommare la beffa di un comportamento immorale e privo di scrupoli.
La tendenza della classe politica sarda non si può definire calvinista, alla punizione si preferisce l’indulgenza. E quindi si prospetta una soluzione all’acqua di rose per la crisi aperta dalle elezioni amministrative. Insomma, basterà un rimpasto di giunta e la promessa che d’ora in avanti si camminerà più uniti. E democraticamente si precipiterà nel baratro. Uno schianto dal quale si salverà, forse, solo Renato Soru. Che proverà a cadere sui cadaveri dei partiti del centrosinistra.
Il centrodestra sentitamente ringrazia. Nel 2009 si rinnoverà il Consiglio regionale e questa è tutta campagna elettorale a costo zero.
