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La Chiesa a Cuba per aiutare la transizione

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La Chiesa offre al regime cubano una mano nella transizione, chiede però maggiore libertà per poterlo fare. E’ questo il principale significato “politico” della visita pastorale del cardinale Bertone a Cuba per commemorare il decimo anniversario dello storico viaggio di Giovanni Paolo II.

Che il regime cubano debba pensare a dei cambiamenti è evidente a tutti. I cubani non possono vendere l’auto o la casa, non possono viaggiare all’estero, non possono andare in albergo, devono adoperare una moneta di serie B, perché il peso di serie A è riservato ai turisti. Con ogni probabilità saranno queste restrizioni, dal piccolo significato politico ma dal grande impatto sulla quotidianità, a mettere sempre più in crisi il sistema. Per questo il cardinale Bertone ha detto ai giornalisti di aver chiesto al nuovo leader cubano Raoul Castro, insediatosi proprio durante la sua presenza a Cuba, di attuare delle “aperture”. L’espressione era presa da un discorso di Giovanni Paolo II di 10 anni fa, quando aveva detto: “Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”. Il Cardinale Bertone ha ripetuto lo stesso invito: chiedendo apertura%2C offrendo apertura e, soprattutto, garantendo l’opera di accompagnamento della Chiesa cubana.

Sul piano dell’offerta il Cardinale ha denunciato l’embargo economico contro Cuba, che ha considerato ingiusto e dannoso per il popolo. E’ un atteggiamento costante della diplomazia vaticana. Giovanni Paolo II aveva condannato anche l’embargo all’Iraq, sostenendo che questa misura non colpisce i governi al potere ma la popolazione, anche la più indifesa. Sul piano della richiesta di apertura, il cardinale ha chiesto libertà religiosa (la chiesa “desidera ampliare senza limiti il suo raggio d’azione” ) e libertà di educazione. Queste richieste sono state rivendicate sulla base di due ragionamenti, uno storico – quanto il cristianesimo ha fatto di bene per Cuba a partire dalla fondazione della nazione ad opera di Varela e Martì entrambi cattolici e uno anche beatificato – e uno di buon senso – senza la libertà la chiesa non può dare il suo contributo al bene della nazione specialmente in questo difficile momento.

“Il cammino sarà difficile e richiederà lo sforzo intelligente di tutti” aveva scritto Fidel Castro il 18 febbraio scorso nella sua lettera di addio. La Chiesa è pronta a fare la sua parte in questo sforzo intelligente, per questo ha bisogno di poter essere se stessa. Finché non si possono costruire nuove chiese, mentre nella diocesi di Guantanamo, istituita anch’essa quando arrivò papa Wojtyla, le comunità religiose sono passare in 10 anni da 19 a più di duecento, mentre i fedeli devono riunirsi nelle case e con mezzi di fortuna, è difficile dare il proprio contributo, che secondo il cardinale è soprattutto “di pacificazione”.

A più riprese e in più occasioni Bertone ha usato il termine “pacificazione” e ha insistito sul perdono. Sono temi evangelici, che però in questo momento di passaggio, ove vendette e rese dei conti, sono senz’altro in agguato, assumono anche un valore sociale e politico: “La menzogna, l’ingiustizia, l’oppressione e la violenza possono essere sradicate con la forza del perdono e della solidarietà”. Un appello pastorale, che però si adatta molto bene alla situazione cubana.

La linea della chiesa nei confronti dei regimi difficili è ormai chiara. In una specie di nuovo “ultramontanismo” la chiesa mira direttamente ai popoli ed è pronta a dare il proprio aiuto anche ai governi se questi le permettono di arrivare prima e in profondità ai popoli. Il bene della chiesa cattolica e il bene della nazione così finiscono per coincidere, la libertà religiosa è strumento per la libertà civile e politica. In fondo è lo stesso concetto espresso dal papa nella “Lettera ai cinesi”.

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