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Conferenza Onu di Doha

La Chiesa sa che Stato e mercato non bastano per salvare l’economia

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La prima e forse fondamentale affermazione della Dottrina sociale della Chiesa sull’economia è che la realtà economica non è mai solo economica. Lo ha scritto nella Centesimus annus Giovanni Paolo II a proposito del crollo dei sistemi economici dei paesi comunisti. Quando capita che un intero sistema economico crolli, le cause ultime vanno ricercate «non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel fatto che l’intero sistema socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa, si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei beni e dei servizi». Quando l’economia si riduce a produrre solo beni e servizi finisce anche di essere vera e propria economia.

Questo principio è stato ribadito qualche giorno fa da una articolata Nota redatta dal Pontificio Consiglio Justitia et Pax e fatta propria dalla Segreteria di Stato vaticana in vista della Conferenza ONU di Doha sul finanziamento allo sviluppo che si aprirà il 29 novembre prossimo. Anche la crisi finanziaria di oggi non è solo una crisi finanziaria e la ripresa non comporterà solo soluzioni di ordine finanziario. Non c’è una ragione “finanziaria” per concedere mutui casa insolvibili. Tantomeno ce n’è una per impacchettare quei mutui insolvibili dentro fondi di investimento per acquirenti inconsapevoli. In altre parole: non c’è una ragione finanziaria per mentire. Sembra solo finanza ed invece si tratta di morale. Quando una banca vende un mutuo-casa o lo colloca in borsa mediante un fondo di investimento, è consapevole che sta scambiando un rapporto con una famiglia? Sembra solo finanza, ed invece si tratta di un rapporto fiduciario con una famiglia. La fiducia non è un elemento in sé finanziario, eppure se non c’è la fiducia l’economia e la finanzia non funzionano. 

Parafrasando Böckenförde, potremmo dire che l’economia consuma presupposti che non è in grado di ricostituire. L’economia vive di presupposti – come per esempio la fiducia or ora vista -, non è essa che li costituisce e, quando vengono meno, non è essa a poterli reintegrare. I rapporti dell’uomo con le cose dipendono dai rapporti dell’uomo con gli altri uomini, dalla “grammatica” secondo cui funziona la società. Ma questa, appunto, non è un fatto economico.

La Nota della Santa Sede richiama questi concetti sforzandosi – bisogna dire con successo – di collegarli il più possibile con i problemi reali della finanza di oggi, anche quelli più pruriginosi. Faranno discutere certe frasi molto dure sui paradisi artificiali: «I mercati "offshore" sono stati un anello importante sia nella trasmissione dell'attuale crisi finanziaria, sia nell'aver sostenuto una trama di pratiche economiche e finanziarie dissennate:  fughe di capitali di proporzioni gigantesche, flussi "legali" motivati da obiettivi di evasione fiscale e incanalati anche attraverso la sovra/sottofatturazione dei flussi commerciali internazionali, riciclaggio dei proventi di attività illegali». Sostenendo una tesi molto simile a quanto dichiarato dal Ministro Tremonti alla Conferenza all’Università Cattolica del 19 novembre scorso, la Nota della Santa Sede  denuncia che «si è rimandato di affrontare alcune questioni importanti:  la tracciabilità dei movimenti finanziari, la rendicontazione adeguata delle operazioni sui nuovi strumenti finanziari, l'accurata valutazione del rischio». Tremonti aveva accusato la finanza di aver dimenticato la partita doppia e di aver privilegiato il conto economico rispetto a quello patrimoniale. Come dire la decisione di «vivere indebitati», «sviluppare delle attività fuori di ogni tipo di giurisdizione», puntare sull’istante e sull’azzardo, una specie di «capitalismo take away”. Non dissimili le parole della Nota di Giustizia e Pace, che ugualmente se la prende soprattutto con l’abitudine a perseguire «vantaggi che durano quanto dura la fase di euforia finanziaria». Anch’essa è dell’idea che si è agito «pressati dall'obiettivo immediato di perseguire risultati finanziari a breve», e così «si sono trascurate le dimensioni proprie della finanza: la sua vera natura, infatti, consiste nel favorire l'impiego delle risorse risparmiate là dove esse favoriscono l'economia reale, il bene-essere, lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini».

A leggere questa Nota ritorna in mente un libro dei primi anni Novanta di Michel Albert dal titolo “Capitalismo contro capitalismo”. Era un’arringa contro il turbocapitalismo americano dei tempi brevi e dell’indebitamento scriteriato e a favore del modello allora cosiddetto “renano”, ossia europeo, soprattutto tedesco, e giapponese. Gli stessi concetti sviluppati dieci anni dopo da Ronald Dore in “Capitalismo di borsa e capitalismo di welfare”. Il fatto è che se ora finisce il capitalismo di borsa non è detto che quello di welfare stia molto bene, anzi. 

Proprio questo vuole dire la Nota della Santa Sede, richiamando ripetutamente la responsabilità morale degli operatori e insistendo sulla “società civile internazionale”. Il mercato non basta, ma non è detto che gli Stati riescano a farcela. L’economia sociale di mercato non è certo quella del “troppo in fretta e troppo subito”, per dirla ancora con Tremonti, ma non è nemmeno quella di una Renania che non esiste più. L’insistenza della Santa Sede sulla morale individuale, sulla società civile come terzo elemento oltre - non “tra” ma “oltre” – il mercato e lo Stato e, soprattutto, sulla attenzione alle ripercussioni negative della crisi finanziaria sui finanziamenti allo sviluppo indica un percorso nuovo e diverso. E’ questo l’elemento più interessante della Nota del cardinale Martino.

 

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1 COMMENT

  1. “Famiglia Cristiana” in chiesa
    Colgo l’opportunità che mi da questo spazio per informare i lettori assidui de “L’Occidentale” (come me) dell’esistenza di un nuovo GRUPPO FACEBOOK che ho fondato io stesso e che ho chiamato “FUORI DALLE CHIESE FAMIGLIA CRISTIANA”. Invito quanti fossero interessati al suo messaggio ad aderire.
    Fino ad alcuni giorni fa il testo della presentazione non era quello che vi propongo ora, ma è intervenuto il vicedirettore di Famiglia Cristiana, Don Truglia, intimandomi di cessare “la campagna contro Famiglia Cristiana, o saremo costretti a passare la pratica all’avvocato perchè valuti i possibili danni e ne richieda il risarcimento”.
    Aveva ragione in parte la mia denuncia era intrisa della sofferenza e dell’indignazione (a casa mia il giornale arriva puntuale da cinquant’anni)dopo molti mesi di questa strana guerra santa che il giornale sembra aver scatenato contro ogni atto di un governo legittimato da un ampio consenso. Ho quindi provveduto ad attenuare i toni ad eliminare aggettivi, ad autocensurarmi, rientrando in me stesso come era loro dovuto.
    Ma è strano che la redazione abbia scambiato per una “campagna contro il giornale” quella che era e resta una semplice richiesta alle diocesi da parte di un cattolico, in tempi di grande polarizzazione e di aspro scontro politico ideologico, di valutare l’opportunità di sospendere la diffusione in chiesa(del cui privilegio il settimanale gode in modo quasi esclusivo) e non la scomunica di una linea editoriale assolutamente legittima, anche per l’attuale “regime”. O forse hanno letto nella mia iniziativa la veemenza dei loro toni da scomunica, la demonizzazione che informa i loro editoriali. Dunque questa è la descrizione del Gruppo FB:
    “Non è più tollerabile la vendita di FAMIGLIA CRISTIANA accanto al Tabernacolo.
    Non si contesta a nessuno il diritto di schierarsi politicamente nel modo più esplicito, ad un certo punto di un lunghissimo cammino in un mondo in rapida e costante trasformazione, neanche ad un settimanale così radicato nella tradizione, nella coscienza e nel cuore del mondo cattolico.
    Ma farsi strumento e a volte anche regista di una fazione, con animosità non controllata e perseverante,
    che accoglie abitualmente editoriali pieni di cose SEMPLICEMENTE NON VERE, prive di finezza intellettuale, facilmente confutabili con un minimo di analisi logica se sostenuta da una visione onesta della realtà,
    favorisce l’ulteriore diffusione di astio e di disprezzo nella parte intellettualmente e culturalmente più indifesa del popolo, già esposta a questo assurdo clima da guerra civile che il bipolarismo ha generato, un popolo davvero malato di politica.
    Potrei mostrarvi una lunga serie di brani che ho tratto da quelle pagine in tanti mesi di attento studio, vi garantisco che ne verrebbe fuori un collage sconcertante.
    Ma FC e JESUS possono pensare e scrivere tutto quello che vogliono: a me preme sottolineare che questa campagna mediatica (perché di una vera campagna si tratta come tutti i più importanti media hanno rilevato) ferisce e umilia costantemente l’altra parte dei cattolici e del popolo dei non praticanti che alla Chiesa e alla religione guarda con attenzione e con speranza, la parte numericamente prevalente ma muta sotto il giogo del politicamente corretto.
    FAMIGLIA CRISTIANA ed il suo mensile “JESUS”, venduti in chiesa, non semplicemente diffusi o “proposti”, facilmente assimilabili a voce ufficiale della Chiesa con la C maiuscola, se non quella di Dio stesso, NELLE PAGINE CHE NON TRATTANO TEMI STRETTAMENTE RELIGIOSI O ECCLESIALI
    hanno scelto una strategia che secondo me HA POCO DI CRISTIANO.
    Se spetta alle gerarchie il giudizio di merito,
    a noi deve essere consentito chiedere con fermezza non certo una sia pur larvata scomunica,
    ma semplicemente che sia negato ai periodici della S.Paolo srl
    il privilegio quasi esclusivo di abitare il Tempio di Dio e che tornino a condividere con tutti gli altri organi di stampa l’esposizione alle intemperie, del clima e del mercato, in leale concorrenza.
    Siamo tutti figli dello stesso Dio, senza alcuna distinzione antropologica, anche noi estranei all’universo culturale della Sinistra Italiana,
    che però ci guardiamo bene dal pretendere una “par condicio” nel mondo dei media:
    non chiediamo un banco anche per “Comunione e Liberazione” accanto a quello della S.Paolo,
    né l’Ufficio Stampa dell’Opus Dei nelle sacrestie,
    né la diffusione di Radio Maria dagli altoparlanti delle chiese parrocchiali.
    Noi non ci riteniamo depositari della Verità e vogliamo che le mani che si uniscono nella recita del Padre Nostro e nello scambio di un segno di Pace alla fine della Messa, segnino ogni volta l’inizio di un nuovo percorso di umiltà, di conversione e di riconciliazione.

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