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La Cina ha paura di far brutta figura e cambia idea sul Darfur

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Nel corso della conferenza sul conflitto in Darfur che si svolge oggi a Parigi, il nuovo presidente francese Nicolas Sarkozy ha detto di essere pronto a occuparsi di questa tragedia. Tema di cui invece non si era occupato il suo predecessore Jacques Chirac. Tuttavia ci sono molti dubbi sulla “portata” di questa conferenza : mancano i rappresentanti dell’Unione Africana, del governo sudanese e dei movimenti che si battono per i diritti dell'uomo in Darfur.

Sono invece presenti i rappresentanti dei paesi G7 (tra cui la segreteria di Stato americana, Condoleezza Rice), i vice-ministri degli Esteri russo e cinese, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, il segretario generale della Lega Araba e rappresentanti di alcuni altri paesi. Gli ottimisti si aspettano che l’incontro possa spingere la comunità a formare un fronte unito contro i crimini commessi in Darfur.

Va notato comunque che finora gli stati presenti al summit non hanno trovato un accordo neppure su quanto accade in Darfur da quattro anni. Il governo degli Stati Uniti già nel 2004 ha parlato di “genocidio”. Gli europei, invece, hanno cercato di evitare questo termine e hanno definito la violenza contro la popolazione indigena  “un crimine contro l’umanità”. Anche le Nazioni Unite hanno preferito non parlare di genocidio. In un rapporto molto controverso del maggio 2006, la Commissione Internazionale sul Darfur, organizzata dall’ONU, è arrivata alla conclusione  che il governo del Sudan non ha “perseguito una politica di genocidio”. Il rapporto è stato criticato da diverse Ong che hanno anche richiesto una politica più efficace per fermare la tragedia. In questo senso si è anche espressa la Rice che prima dell’inizio della conferenza di Paragi ha detto che finora la comunità non è stata all’altezza delle sue responsabilità.

Ma come è possibile che un conflitto di questo tipo, nel quale i ruoli (di vittima e carnefice) sono ben definiti ormai da tempo, continui a svolgersi senza che la comunità internazionale avvii un’azione decisa ed efficace? In questo contesto si deve ricordare che il numero di vittime del conflitto è stimato in oltre 200mila e i profughi hanno toccato quota  2,5 milioni. Un fattore che ha complicato la discussione sulla crisi umanitaria. Il tutto mentre il governo del Sudan, presieduto da Omar al-Bashir, ha sempre negato di essere coinvolto nella violenza. Così, coloro che hanno sempre “scusato” l’atteggiamento  di Khartoum si sono schierati contro possibili sanzioni per il Sudan. In realtà, le responsabilità del regime nei confronti delle stragi ancora in corso nel Darfur non sono in dubbio. I più autorevoli  osservatori del conflitto concordano nel ritenere che il governo di Khartoum abbia armato e appoggiato attivamente i miliziani arabi, i cosiddetti Janjaweed. Ovvero coloro che hanno ucciso o cacciato via gran parte della popolazione del Darfur. Secondo Alfred Taban, direttore di Khatoum Monitor, un'Organizzazione non governativa, il presidente al-Bashir considera la gente del Darfur come una tribù inferiore e ha promesso preziose terre della popolazione indigena ai miliziani arabi. Ma siccome il governo non ha perpetrato direttamente la strage (ma lo ha fatto indirettamente finanziando i Janjaweed), ha potuto persuadere alcuni stati della comunità internazionale a non imporre delle sanzioni.

La Cina, per esempio, è stata convinta da Khartoum. Pechino è il principale importatore di petrolio sudanese e ha effettuato investimenti di alto valore nel paese africano. In cambio, ha venduto armi al Sudan. Il governo cinese, fino a pochissimo tempo fa, ha impedito che si raggiungesse un accordo sulle sanzioni contro il governo di Khartoum in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Le iniziative per fermare la violenza sono state numerose: l’Unione Africana (UA) è presente nel Darfur con una forza di stabilizzazione composta da 7mila soldati, ma  questa forza si è mostrata troppo debole per  risolvere la situazione. Nell’agosto 2006, il Consiglio di Sicurezza ha deciso di estendere la missione dell’ONU stanziata nel sud del Sudan

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