Bilancio del primo G2

La Cina non cede sulle questioni principali durante la visita di Obama

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In sei ore di incontri, in due cene e durante una pomposa conferenza stampa di 30 minuti, in cui il presidente Hu Jintao non ha concesso che gli venisse posta alcuna domanda, il Presidente Obama, nella sua prima visita in Cina, si è trovato di fronte ad un paese in rapida crescita, sempre più deciso a tenere testa agli Stati Uniti.

Su argomenti come l’Iran (Hu Jintao non ha parlato pubblicamente della possibilità di sanzioni), la moneta della Cina (Hu non ha fatto alcun cenno riguardo a un cambio del suo valore) ed i diritti umani (in una dichiarazione congiunta è stato riconosciuto che i due paesi “presentano delle differenze”), la Cina ha tenuto duro di fronte alle maggiori richieste americane.

Con la puntigliosa gestione cinese di tutte le apparizioni pubbliche di Obama nel paese, la visita del presidente americano, secondo il punto di vista degli esperti, è servita a mostrare la capacità della Cina di respingere le pressioni esterne piuttosto che la sua volontà di assecondare i principali punti dell’agenda di Obama.

“Effettivamente la Cina ha gestito in modo impeccabile tutte le apparizioni pubbliche di Obama, ottenendo da parte sua delle dichiarazioni a favore delle posizioni cinesi di importanza politica per gli americani, e riuscendo in realtà ad evitare discussioni su argomenti controversi come i diritti umani e la politica monetaria della Cina”, ha dichiarato Eswar S. Prasad, un esperto cinese dell’Università di Cornell. “In un colpo da maestro, sono riusciti a spostare la discussione pubblica dai rischi globali posti dalla politica monetaria cinese ai pericoli di una politica monetaria libera e delle tendenze al protezionismo negli Stati Uniti”.  

Dalla Casa Bianca hanno continuato a sostenere di aver raggiunto l’obiettivo prefissato con questa visita in Cina – vale a dire l’inizio di un dare-avere, assolutamente necessario, con un gigante economico in ascesa.  Hanno inoltre sostenuto che con una civiltà tanto antica come quella cinese, per Obama sarebbe stato controproducente – e avrebbe ricordato lo stile del Presidente George Bush – affrontare Pechino battendosi il petto e alzando la voce, rischiando di alienare i cinesi. Obama, sempre secondo la visione dei suoi assistenti, ha fatto valere le sue ragioni durante gli incontri privati e nelle riunioni a tu per tu.

Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca ha dichiarato: “Non mi aspettavo, e in questo posso ben parlare a nome del presidente, che le acque potessero aprirsi o un cambiamento radicale con un’unica visita in Cina di soli due giorni e mezzo”. Ed ha aggiunto: “Sappiamo bene che c’è molto da fare e continueremo a lavorare duramente per riuscire ad ottenere maggiori progressi”.

Diversi analisti cinesi hanno evidenziato il fatto che Obama non sia andato via da Pechino a mani vuote. I due paesi hanno elaborato una dichiarazione congiunta di cinque punti, stabilendo di lavorare insieme su diverse questioni. Il documento prevede scambi regolari tra Obama e Hu, e richiede che ciascuna parte presti maggiore attenzione alle preoccupazioni strategiche dell’altra. La dichiarazione contiene, inoltre, l’impegno a lavorare insieme come partner su questioni economiche, sull’Iran e sui cambiamenti climatici.

Ma nonostante il tono conciliante che ha avuto inizio alcune settimane fa, quando Obama, prima della sua visita in Cina, ha rifiutato di incontrare il Dalai Lama, leader spirituale tibetano, per evitare di offendere i leader cinesi, rimangono dei dubbi sul fatto che Obama stia effettivamente compiendo progressi in Cina, o altrove in Asia, sulle questioni politiche di maggiore importanza nell’agenda americana.       

Il presidente ha dovuto respingere le critiche provenienti dai conservatori americani, per il fatto che Obama sembra aver ammorbidito la posizione americana circa lo stanziamento di truppe sull’isola giapponese di Okinawa, e per essersi inchinato all’imperatore del Giappone.  

Durante una conferenza regionale a Singapore,  Obama ha annunciato una battuta di arresto anche riguardo a un'altra priorità fondamentale nella politica estera, i cambiamenti climatici, riconoscendo che un accordo complessivo per combattere il surriscaldamento globale non è più un obiettivo raggiungibile entro quest’anno.         

I presidenti americani in passato si sono sempre preoccupati di raggiungere risultati concreti nelle loro visite d’oltremare. Il presidente Bush ha ottenuto delle importanti conferme durante le sue visite a Pechino per la sua priorità in politica estera – la guerra globale al terrorismo – e il presidente Bill Clinton ha portato la Cina ad unirsi alla World Trade Organization, dopo lunghe trattative. Ogni volta che uno di questi due presidenti si è recato in visita nel paese, inoltre, la Cina ha fatto alcune piccole concessioni anche sul piano dei diritti umani.

Questa volta, Hu ha rifiutato di seguire la guida del presidente russo Dmitri A. Medvedev, che, dopo mesi di messaggi da parte dell’amministrazione di Obama, adesso si dice pronto alla possibilità di sanzioni più dure nei confronti dell’Iran, qualora le trattative non riescano a frenare il programma nucleare iraniano. L’amministrazione necessita del supporto della Cina, nel caso in cui sanzioni più pesanti  debbano essere approvate da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma durante l’apparizione dello scorso giovedì a Pechino insieme ad Obama, Hu non ha fatto alcun cenno in merito alle sanzioni.

Piuttosto, ha tenuto a sottolineare quanto fosse “importante risolvere in modo appropriato la questione nucleare iraniana attraverso il dialogo e le trattative”. E poi, come a voler sottolineare a fondo questo punto, ha aggiunto: “Durante i colloqui, ho fatto notare al presidente Obama che, date le differenze nelle nostre condizioni locali, è semplicemente normale che possiamo dissentire in merito ad alcuni argomenti”.

I funzionari della Casa Bianca hanno riconosciuto di non aver ottenuto quello che volevano dal presidente Hu riguardo all’Iran, ma hanno tenuto a sottolineare che l’approccio di Obama darà i suoi risultati nel lungo periodo. “Non stiamo cercando di metterli alla guida o di far cambiare loro direzione, ma tentiamo piuttosto di evitare che assumano una posizione ostruzionista”, ha precisato un membro dell’amministrazione.

Mercoledì mattina, durante un incontro a Pechino con un alto funzionario cinese, il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton ha nuovamente fatto pressioni sulla Cina in merito all’Iran. Ha infatti comunicato al funzionario, Dai Bingguo, che sebbene la Cina non abbia ancora deciso quale tipo di sanzioni accetterà nei confronti del paese iraniano, “è necessario che fornisca un segnale”, come ha riportato un alto ufficiale americano, rimanendo nell’anonimato per poter descrivere lo scambio.

Non è sembrato che Obama sia riuscito a smuovere la Cina neanche sulla questione monetaria. Pechino è stato oggetto di forti pressioni non solo da parte degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa e di numerosi paesi asiatici, affinché modificasse la sua attuale politica, in base alla quale mantiene la moneta cinese, il renminbi, stabilizzata ad un valore artificialmente basso rispetto al dollaro, in modo da favorire le sue esportazioni. Alcuni economisti sostengono che la Cina debba compiere questo passo per prevenire il ritorno di squilibri commerciali e finanziari, che possono aver contribuito alla recente crisi finanziaria.

Nella giornata di giovedì, Obama si è limitato semplicemente a citare “le affermazioni passate” della Cina a favore di un cambiamento verso tassi di scambio orientati al mercato, lasciando intendere che non è riuscito ad ottenere da Pechino un nuovo impegno a muoversi al più presto in quella direzione.

Esistono molte ragioni per cui la Casa Bianca ha tenuto conto del chiaro desiderio espresso dalla Cina, affinché la visita presidenziale fosse priva di quelle polemiche che spesso accompagnano gli incontri tra i leader di due paesi. La politica estera di Obama si fonda sulla volontà di riformulare l’immagine degli Stati Uniti, presentandoli come un ascoltatore premuroso per gli amici e allo stesso tempo anche per i rivali. “No, non siamo riusciti a rendere la Cina una democrazia in tre giorni - magari se ci fossimo battuti forte il petto avrebbe funzionato”, ha scritto Gibbs in un messaggio e-mail giovedì sera. “Ma non è stato così negli ultimi 16 anni”.

Kenneth Lieberthal, uno studioso della Brookings Institution che si è occupato delle questioni cinesi nell’amministrazione di Bill Clinton, è d’accordo. “Gli Stati Uniti attualmente esercitano un’enorme influenza sul pensiero popolare in Cina, ma questo avviene essenzialmente attraverso l’esempio”, ha dichiarato lo studioso. “Se facciamo un passo ulteriore, andando a dire ‘Ora ragazzi dovete diventare come noi’, allora perdiamo l’impatto rappresentato da chi siamo”.

Il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Michael A. Hammer, ha aggiunto: “Il motivo per cui siamo venuti è quello di parlare chiaramente delle questioni che rivestono maggiore importanza per noi, non in un modo inutilmente offensivo, ma piuttosto secondo lo stile di Obama di mostrare sempre rispetto”.

Il presidente Obama, sebbene abbia voluto dare un’immagine più soft, ha comunque colpito i cinesi su alcune questioni delicate.

Stando accanto al presidente Hu, giovedì Obama ha portato il discorso sul Tibet, dove le autorità appoggiate da Pechino hanno limitato la libertà religiosa, ed ha affermato “Sebbene riconosciamo che il Tibet faccia parte della Repubblica Popolare della Cina, gli Stati Uniti sostengono la recente ripresa del dialogo tra il governo cinese ed i rappresentanti del Dalai Lama per risolvere le problematiche e le differenze che possono esistere tra le due parti”.     

© International Herald Tribune
Traduzione Benedetta Mangano

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