La coerenza della Lega, i voltafaccia di Di Pietro e il masochismo del Pd
18 Giugno 2009
di Dolasilla
Se non ci fosse stato il presagio delemiano di imminenti scosse nell’esecutivo, la coda della campagna elettorale sui ballottaggi e sul contemporaneo svolgimento del referendum sarebbe stata scorticata fra uno sbadiglio e l’altro. Il disinteresse dell’opinione pubblica è a livelli normali, cioè prossimo allo zero. Eppure, quando nel 2007 partì la raccolta di firme contro il “porcellum” ideato nel 2005 dal ministro Roberto Calderoli su esplicita richiesta dell’allora presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, la mobilitazione fu discreta. Si registrò la confluenza naturale fra i soliti settori d’opinione alla ricerca di una perenne indignazione e settori politici, ma anche confindustriali, non dispiaciuti all’idea di dare l’ennesima spallata al periclitante sistema dei partiti.
Su questa base Mario Segni e Giovanni Guzzetti, promotori del referendum, avevano giustamente coltivato qualche sogno se non di gloria certo di successo. Abrogare un meccanismo elettorale per cui deputati e senatori sono nominati, proprio come nelle caste medievali, solo perché il feudatario impone la spada sulla spalla del valvassore è, diciamolo con franchezza, una sconcezza nient’affatto graziosa per un sistema politico che da quasi un ventennio cerca un punto d’approdo per la transizione italiana sempre più simile a una transumanza.
Invece il giocattolo referendario si è rotto quasi subito per strada. Tanti voltafaccia, alcuni imprevisti come quello dei radicali. Il partito referendario con il bollino doc ha demolito i quesiti di Mario Segni e Giovanni Guzzetta perché destinati, qualora approvati dagli elettori, a perpetuare e rafforzare l’attuale “porcellum”. Più malizioso e tardivo il “non possumus” dipietrista. Dopo l’adesione iniziale, sostenuta fino a gennaio, con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali Antonio Di Pietro ha fatto due conti. Il primo sul Pd: se Veltroni tentennava, il successore Franceschini ha varcato il Rubicone e abbracciato le tesi del “sì”. Circostanza non sfuggita a Di Pietro che ha scelto prima una posizione di surplace e poi impostato una marcia indietro molto british quando ha capito che il referendum, per via della soglia di sbarramento prossima o superiore all’8% era temuto come la peste dai partiti extraparlamentari a sinistra. Il risultato elettorale delle europee ha dato ragione allo scaltro molisano che ha mietuto consensi alla sinistra del Pd e prosciugato non poco il serbatoio sempre più secco degli stessi democrats.
Ancora una volta vince in coerenza la Lega Nord. Il boicottaggio del quorum è l’obiettivo secco sul quale scommette Umberto Bossi, con probabilità di successo elevate dopo che è riuscito a convertire il presidente del Consiglio a sposare una linea “non interventista” in campagna elettorale. Per convenienza politica di entrambi: la Lega assicura il sostegno massimo ai candidati del PdL in ballottaggio, in cambio il Cav sceglie il silenzio elettorale sui referendum. La posizione più confusa e quella del Pd. Franceschini continua a ripetere un flebile sì ai referendum, assecondato da un D’Alema tornato improvvisamente manovriero, come quei vecchi convegnisti che si scuotono dal torpore e cominciano a parlare con impeto. I gruppi parlamentari sono contrari, al punto che hanno proposto due distinti ddl al Senato e alla Camera nel tentativo di bloccare il referendum.
Il referendum delle beffe è servito. Contrari integralisti, favorevoli tiepidini e avanguardisti l’hanno svuotato di significato come gli avvoltoi svuotano le viscere di una gazzella. La guerricciola combattuta non è stata indolore, però. Se è vero che il Pd ha pagato un prezzo elettorale a Di Pietro e se è vero che il PdL si prepara a mettere una cambiale all’incasso nei ballottaggi che contano.
