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La “commedia all’italiana” di Montezemolo

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Molti quadri dirigenti e tecnici di Confindustria hanno trovato azzardata la scelta montezemoliana nell’assemblea di Confindustria del 24 maggio, di buttarla in politica. Passati gli applausi, resta la mancanza di una seria riflessione sui problemi della confederazione e si sono creati rapporti con governo e opposizione sempre più tesi. Naturalmente si comprende come Luca Cordero di Montezemolo dovesse cercare di recuperare fino in fondo un rapporto forte con la base per tentare di influenzare la successione. Le mosse tentate sinora per vie interne (creare consenso su Andrea Moltrasio o inventarsi un nuovo personaggio) non parevano funzionare. E’ comprensibile anche che Montezemolo non volesse concentrarsi su un vero bilancio dei risultati della sua gestione, che oltre a essere deludente sarebbe stato comunque noioso da esporre, cosa che particoalrmente dispiace a LCdM. Però, l’azzardo di un attacco così frontale alla politica, non era stato previsto da molti: anche se qualche osservatore più attento aveva fatto notare prima del 24 come la campagna del Corriere della Sera non potesse che essere un preludio all’assemblea degli industriali.

Per capire perché Montezemolo tenta l’azzardo bisogna tornare sui fattori della sua vittoria come presidente confindustriale: il bisogno del mondo Fiat di contare su una protezione da parte di viale Astronomia, la tecnostruttura confindustriale (che aveva un punto di riferimento esterno di particolare sagacia come Innocenzo Cipolletta) irritata per la svolta modernizzatrice di Antonio D’Amato, alcune grandi banche d’intesa con Antonio Fazio insofferenti per le critiche (con sponde sul Sole 24 ore) damatiane. Tutti questi fattori di vittoria sono evaporati: il mondo Fiat con Sergio Marchionne si occupa essenzialmente di auto; alla testa delle grandi banche e di Bankitalia (da Alessandro Profumo a Giovanni Bazoli a Mario Draghi) ci sono uomini poco propensi a infilarsi in giochetti di potere confindustriale, soprattutto filomontezemoliani; le tecnostrutture confindustriali messe in movimento in funzione antidamatiana ora operano in senso centrifugo (per di più Cipolletta è irritato con Montezemolo). E non solo in Confindustria ma più in generale il sistema di potere del clan montezemoliano non ha più pilastri veramente solidi. Di fatto regge solo Cesare Geronzi, ma con un potere più di mediazione che decisionale. E, per di più, il futuro presidente di Mediobanca è uomo che fa le sue battaglie in proprio: si consideri come ha sacrificato lo stesso Fazio, quando ha considerato necessario farlo.

La mossa di Montezemolo in questo senso mostra elementi di disperazione e ha il fine di provocare a tutti i costi una rottura, entro la quale costruire equilibri che preveservino almeno una fetta di potere (anche se non più centrale) al presidente uscente e al suo clan.

Un’ondata di movimentismo in Confindustria può significare riuscire a mettere il cappello su un candidato vincente, ritagliandosi qualche spazio: durante l’assemblea molti degli atti di Montezemolo hanno mostrato un particolare simpatia per Emma Marcegaglia, che pure era stata severa critica della gestione attuale di Confindustria.

Gli scenari che esamina Montezemolo, non riguardano, però, prevalentemente l’ottica dell’organizzazione degli imprenditori italiani (e molti “interni” lo criticato per questa comportamento poco “presidenziale”): parole e atti di LCdM sono mirati più alla politica che ai problemi di Confindustria. Così a occhio, si spera di provocare una crisi di governo che crei spazi a tecnici legati alla battaglia montezemoliana (e mielista) per giocarseli, poi sui tavoli di un ipotetico centro o più realisticamente, di un centrodestra ristrutturato.

Una battaglia dura che richiede, soprattutto tenacia: una tenacia che si intravede in certi consiglieri di Montezemolo, sia al vertice del Corriere sia tra i suoi ultimi amici imprenditori, ma che non siamo sicuri sia tra le doti del multipresidente (Ferrari, Fiat, Frau, Fiera di Bologna e così via). Quando il giorno dopo l’attacco durissimo, Montezemolo si rivolge agli ambienti governativi quasi con l’aria di dire “ho scherzato”, più che un condottiero ricorda quei personaggi sbruffoni-codardi della commedia all’italiana, così ben interpretati dai Sordi, dai Tognazzi e dai Gassman. E in effetti anche il suo sodale (ben più scaltro), Paolo Mieli, nella sua intervista  a Liberazione quando si scusa con Rifondazione per un’eventuale taglio delle ali, dovuto non a scelte politiche ma a necessità oggettive (così dichiara con sincero scoramento il direttore del Corriere) e ricorda di essere amico e affine a Rina e Piero, un po’ l’aria dell’Alberto Sordi ce l’ha anche lui.

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