La Commissione Balladur al traguardo. L’Italia aspetta lo start.

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La Commissione Balladur al traguardo. L’Italia aspetta lo start.

02 Aprile 2008

La breve missione di Gaetano Quagliariello a Parigi ha coinciso con l’ingresso nella fase attiva del lavoro del comitato Balladur. Le 77 proposte di revisione costituzionale sono state infatti presentare giovedì scorso al Consiglio di Stato per poi passare entro il mese di maggio all’Assemblea nazionale e al Senato. Nello stesso tempo il governo di Francois Fillon si prepara a  trasformare  il pre-progetto del comitato in un disegno di legge da far approvare al Parlamento riunito in seduta comune a Versailles il prossimo 7 luglio.

Il capo di gabinetto di Sarkozy,  Emmanuelle Mignon (i giornali francesi la definiscono la “machine à idées du president”) che ci riceve nel suo ufficio all’Eliseo, ci spiega che il governo ha previsto di non ricorrere al referendum confermativo e per questo sarà necessaria una maggioranza dei tre quinti per il via libera parlamentare. La Mignon tradisce qualche preoccupazione: per quanto il comitato presieduto da Balladur fosse formato secondo criteri bipartisan (il vice presidente è Jack Lang)  il voto favorevole del Partito Socialista non è scontato. “Il difficile arriva adesso” ci dice accigliata Emmanuelle Mignon, “non credo che i francesi, se interrogati, ci direbbero che oggi il problema della Francia è  costituzionale”.

Quagliariello non manca di condividere la stessa preoccupazione sul versante italiano, dove spiega che però su alcune materie, come la modifica dei regolamenti parlamentari e la riforma della legge elettorale, non si parte da zero nel rapporto con il centro-sinistra. Più difficile sarà rimettere in moto la discussione sulla riforma della Costituzione: “per questo mi interessa molto il “metodo Balladur” – dice il senatore italiano alla sua interlocutrice e spiega: “potrebbe essere utile anche per noi collocare il lavoro preliminare fuori dalle commissioni parlamentari dove si sconta un qualche riflesso corporativo e affidarlo invece ad un comitato trasversale di esperti che – come nel caso francese – produca un testo votato nel suo insieme e non proposta per proposta”.

La Mignon ascolta con interesse e osserva, con un velo di ironia, come il percorso delle riforme può essere parallelo nel metodo ma opposto nel merito: “Noi abbiamo il problema di rafforzare i poteri del parlamento per bilanciare e inquadrare meglio i poteri del presidente che in questo momento è troppo esposto. Se invece ho capito bene il dibattito italiano, il vostro sforzo è quello di rafforzare l’esecutivo e ridurre le costrizioni di un bicameralismo perfetto”.  In effetti una delle proposte cruciali del rapporto Balladur consiste nel trasferire al Parlamento almeno il 50 per cento del potere sulla formazione dell’Ordine del Giorno, ora nelle mani dell’esecutivo per poco meno del 100 per cento. Ci sono persino casi, come quelli previsti dal comma 49/3 che consentono al governo di far approvare una legge senza alcun passaggio parlamentare.
Ne avevamo parlato non più di mezz’ora prima con un senatore illustre come l’ex primo ministro Jean Pierre Raffarin (in corsa per la presidenza del Senato),  che ci aveva dato il punto di vista dell’altro versante istituzionale: “Si tratta – diceva – di un provvedimento necessario anche se l’impatto sul Parlamento sarà esplosivo: gestire il 50 per cento dell’Ordine del Giorno non sarà cosa da poco, forse neppure i nostri servizi parlamentari sono preparati a questo, e per deputati e senatori sarà una sorta di rivoluzione delle loro abitudini di lavoro”.

L’Italia sembra lontana anni luce se si pensa che qui il governo deve ricorrere alla decretazione d’urgenza o ai voti di fiducia per vedere i suoi provvedenti approvati in tempo ragionevoli. Tutto il resto è nelle mani delle onnipotenti conferenze dei capigruppo.

La Mignon ci riporta in Francia quando ci parla di una delle misure più controverse tra quelle proposte da Balladur: la possibilità per il Presidente della Repubblica di parlare davanti alle Camere. “I socialisti si oppongono perché la interpretano come una misura che accresce il potere d’intervento dell’Eliseo, ma è vero il contrario: aumenta il potere di controllo del Parlamento e induce il Presidente a una maggiore trasparenza”. L’osservazione non poteva essere più tempestiva: proprio in quel momento si svolgeva all’Assemblea Nazionale un dibattito voluto dai socialisti, scandalizzati dal fatto che Sarkozy avesse annunciato l’invio di nuove truppe in Afghanistan davanti al parlamento inglese…Emmanuelle Mignon lo sa bene e sottolinea il paradosso con un sorriso che sembra dire: “se in quello francese non lo fanno parlare…”

Di questa riforma – come di altre nella stessa direzione – avevamo parlato il giorno prima con Edouard Balladur in persona. Era stato un incontro piuttosto impressionante, vista la statura politica e umana del personaggio. Tutti i suoi modi tradiscono un’attitudine quasi regale. Il suo patriottismo non gli concederà mai d’ammetterlo ma la Francia ha avuto una grande occasione di sceglierlo come presidente (nel ’95 contro Chirac) e l’ha lasciata cadere.

L’impostazione che Balladur voleva dare ai lavori del suo comitato era tendenzialmente presidenzialista ma la maggioranza dei membri non è stata disposta a seguirlo fino in fondo. Così, ci spiega, il lavoro del comitato si è tradotto in una sorta di “presidenzialismo possibile” entro i confini costituzionali della V Repubblica. Si trattava insomma, secondo Balladur, di “secolarizzare e stabilizzare i cambiamenti prodotti dalla riduzione a cinque anni del mandato presidenziale”. Una riforma che ha drasticamente ridotto il rischio di coabitazione ma ora richiede un riequilibrio tra i poteri. Quagliariello segue il ragionamento e trova anche qui un parallelo italiano. Dal 1994, spiega, l’Italia è andata quasi insensibilmente verso un modello di governo del premier: gli elettori votavano e voteranno anche questa volta per il presidente del Consiglio. Si tratta – dice ancora il senatore – di qualcosa da cui è difficile tonare indietro ma che va “secolarizzato e stabilizzato”. Il premierato all’italiana deve essere trasportato dalla “costituzione materiale” a quella formale e coordinato con i regolamenti parlamentari.

Balladur ci saluta con un pensiero di grandissima ammirazione per Papa Benedetto XVI a cui però non fa mancare una raccomandazione: “pensi meno all’Europa e più all’America Latina”.

E’ invece tutto centrato sull’Europa l’incontro con Michel Barnier, ex ministro degli Esteri e attuale ministro dell’Agricoltura. Un à plomb tutto ministeriale il suo ma pieno di nostalgia per l’esperienza da commissario europeo a cui sembra voler tornare quanto prima. “Entro dieci anni – ci dice – non ci sarà un posto per l’Italia o per la Francia al tavolo delle decisioni planetarie, ma ci potrebbe essere un posto per l’Europa se troviamo un’idea nuova su come rifondarla”. Poi parla dei rapporti tra Italia e Francia, e sembra sinceramente preoccupato: “Sono paradossalmente scarsi: è come se i nostri due paesi stessero schiena a schiena, non si guardano, non si capiscono. Eppure le occasioni di collaborazione sono infinite e il peso per l’Europa di migliori rapporti tra noi sarebbe importantissimo”. Barnier chiede notizie delle elezioni e dice che una vittoria di Berlusconi potrebbe dare una marcia nuova alle relazioni franco-italiane. Quagliariello condivide e dice: “forse la terza volta di Berlusconi potrebbe essere la volta buona dopo due occasioni perdute: nel ’94 il pregiudizio anti Berlusconi in Francia era molto forte; poi nel 2001 è mancata l’intesa umana con Chirac. Ora con Sarkozy le cose potrebbero cambiare sul serio. Quagliariello ricorda tra il serio e il faceto che Berlusconi considera il presidente della Repubblica Francese il suo “miglior allievo”. Barnier incassa con eleganza.

Si parla anche dei rapporti tra i rispettivi partiti, l’Ump (anche questo per certi versi un partito unico del centro destra) e il Pdl. Se ne era discusso anche con Raffarin, entrambi infatti sono dirigenti di primo piano dell’Ump. Si pensa di organizzare incontri bilaterali e Roma e a Parigi entro l’estate e poi a fine 2008 o nel 2009, prima delle elezioni europee, di una Convenzione a cui partecipino Sarkozy e Berlusconi. Si prendono per un maggiore coordinamento tra le fondazioni, Magna Carta in Italia, la fondazione Schuman e altre in Francia.

Sulla strada del rientro chiedo a Gaetano Quagliariello chi potrebbe presiedere una commissione come quella Balladur in Italia. Ci pensa ma non dice alcun nome. Butto lì quello di Amato, non sembra entusiasta ma neppure ostile. Forse glielo richiedessi oggi, dopo il casino della lista Pizza, mi darebbe una risposta più colorita.