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Dopo il flop di Copenhagen

La conferenza sul clima di Cancun non può essere un’altra occasione perduta

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Alla fine del mese di novembre  si ripeterà, questa volta a Cancun in Messico, la stessa messa sul clima chiusasi un anno fa a  Copenhagen. In un’apoteosi di consumismo sfrenato e di consumi energetici inverecondi, i rappresentati di oltre 180 paesi si incontrarono sotto l’egida dell’Onu per cercare di arrivare ad un punto fermo sui risultati di Kyoto e su cosa fare dopo.

L’esito è sotto gli occhi di tutti; essenzialmente il consueto nulla di fatto condito da documenti privi di qualunque cogenza e, soprattutto discussioni sui cambiamenti climatici, veri o presunti, che non sono arrivati a sortire un ragno dal buco. L’unico risultato certo fu la certificazione dell’inconsistenza del G8, del G20 e di qualunque altro raggruppamento G di paesi comunque invididuati, a fronte della certificazione definitiva del G2: USA e Cina quali unici veri contendenti anche s ul tema climatico come su quello economico e commerciale.

Da allora gli scontri, più o meno velati, tra i due paesi si sono susseguiti su vari fronti, ultimo quello del valore reale delle rispettive monete e della rincorsa gesuitica a mantenerle, entrambe, sottovalutate per sostenere le produzioni nazionali.

Di clima se ne è parlato ben poco dopo la debacle danese ed ancor meno se ne sta parlando in questi giorni: a meno di una settimana, la Conferenza delle parti si apre il 29 novembre, il tema appare assente sui media e, temiamo, anche nei pensieri dei politici obbligati a confrontarsi su altri temi più scottanti e contingenti.

Va detto in questo che parte della responsabilità di questa “dimenticanza collettiva” è proprio dovuta allo sgretolarsi delle potenti lobby verdi che negli ultimi anni così tanto avevano condizionato l’opinione pubblica: prima fra tutte il tanto decantato IPCC,  lo Intergovernmental Panel on Climatic Change dell’ONU, ancora frastornato dalle ultime pesanti batoste prese a causa degli imbrogli che sono stati scoperti a ripetizione nel corso degli ultimi anni.

Un’altra causa, e forse la maggiore, deriva dalla situazione economica internazionale che, nonostante le periodiche affermazioni rassicuranti dei vari politici, si sta presentando tutt’altro che risolta e piuttosto seria come  possiamo vedere con l’inanellarsi di situazioni di default di vari paesi europei che seguono il pesante tracollo statunitense degli ultimi due anni.

A fronte di questa situazione  sarebbe quesi da dire “meno male” perché finalmente, terminata la morsa velenosa degli interessi lobbistichi dei verdi a livello internazionale, il problema delle variazioni climatiche potrà essere affrontato con calma, serietà e senza posizioni aprioristiche disoneste quanto controproducenti in termini di efficacia reale.

Il silenzio corale sul tema è fragoroso e giova soprattutto a quei paesi in forte sviluppo determinato dalle loro condizioni strutturali di partenza arretrate come i famosi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina): potranno continuare ad affrontare il loro sviluppo energetico travolgente in maniera meno attenta all’ambiente. La scusa, sempre valida, sarà la stessa di sempre: non hanno fatto così per secoli i paesi più avanzati? Perché oggi loro dovrebbero avere maggioore sensibilità? E a quale prezzo? E, soprattutto, con quali garanzie di sostegno economico ed infrastrutturale da parte dei “vecchi” inquinatori?

Staremo a vedere cosa partorirà Cancun, e se partorirà qualcosa: dubbi ce ne sono molti e certezze poche, anzi, pochissime. La scusa più probabile sarà che, al peggio, il mondo avrà un altro anno per riflettere prima che il Protocollo di Kyoto termini: non abbiate paura, tempo per fare bla bla ne resterà a bizzeffe.


 

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