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La conferma di Walker nel Wisconsin è davvero un duro colpo per Obama

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Gli Stati Uniti sono un Paese strano? Ma va là: sono un Paese, Deo gratias, normale. È l’Italia invece a essere un Paese diverso, maldestro e malconcio.

Da noi, se sei un lavoratore del settore cosiddetto ‘privato’, magari persino autonomo, già sei sospetto; mentre se sei uno del cosiddetto ‘pubblico impiego”, ti circonda subito l’aura del guru. I primi possono infatti essere calpestati e vilipesi da tutti, i secondi vanno in paradiso per definizione. Senti le cronache dell’ultimo terremoto della stagione, e i commentatori parlano dei ‘lavoratori, cioè degli operai’, come se l’imprenditore che pure ci ha lasciato le penne proprio come i suoi dipendenti fosse una sanguisuga ma soprattutto il contrario speculare di un tizio che lavora. Se parli di licenziamento, la cosa deve riguardare solo il settore ‘privato’, cioè quello cattivo, brutto e sporco. Se un ministro della Repubblica prova a insinuare che occorrerebbe cominciare a pensare alla parità di trattamento tra lavoratori ‘pubblici’ e lavoratori ‘privati’, magari per quel che riguarda le condizioni di uscita, scoppia la baraonda, litigano gli stessi ministri di cotanto algido e calcolatore governo, e bisogna che faccian subito tutti marcia indietro mediante comunicato congiunto.

D’altra parte, anche il settore detto ‘privato’ (privato davvero di tutto) non è che da noi sia dei più illuminati. Il capitalismo italiano, un oligopolio costante praticamente senza concorrenza vera, è un unicum che non si è mai visto se non in quei luoghi che faticosamente riusciamo ad appaiare al concetto di democrazia. Né l’imprenditoria sta meglio, in coma com’è che già puzza di morto. L’imprenditore è a ‘responsabilità limitata’ sempre, mentre la responsabilità di chi per lui lavora è invece, né può non essere, totale; tutto ciò che spesso l’imprenditore che non rischia e che non investe sa dire al momento clou è “Bambole, non c’è una lira”. Tanto lì non c’è sindacato che tenga soprattutto perché non c’è sindacato che difenda quei lavoratori ‘privati’ che sono la causa stessa dei propri mali essendosi dati con leggerezza in pasto ai ‘padroni’.

Negli Stati Uniti invece no. Vige ancora il contrario, nonostante imperi l’era Barack Obama, il socialismo avanzi pure da quelle parti e lo Stato diventi più pervasivo, invadente, ingombrante e costoso ogni minuto che passa.

Negli Usa, inoltre, succede che i sindacati prima impongano con la forza condizioni assurde, immorali e al limite del furto a vantaggio del ‘pubblico impiego’ e a danno di tutto il resto; poi che i sindacati riescano persino a raggiungere il quorum per sfiduciare chi ha il coraggio morale e politico di dire ‘basta’; ma pure che alla fine i sindacati perdono sia la contesta sia la faccia.

È ciò che è accaduto martedì 5 Giugno, nel Wisconsin, quando il governatore Scott Walker ha vinto alla grande il duello all’ultimo sangue impostogli dalle Sinistre organizzate del suo Stato.

Walker, Repubblicano, è stato eletto governatore del Wisconsin ‒ il 45° di quello Stato ‒ nel Novembre 2010 in concomitanza di quelle elezioni di ‘medio termine’ che hanno comportato una vittoria storica dei Repubblicani e dei conservatori alla Camera federale di Washington per effetto e merito del movimento dei ‘Tea Party’. E proprio i ‘Tea Party’ sono stati l’asso nella manica che in quel Novembre 2010 ha decretato la vittoria di Walker con il 52,25% dei suffragi espressi (pari a 1.128.941 voti popolari) contro il 46,48% (1.004.3030 voti) racimolato dallo sfidante Democratico, Tom Barrett.

Ebbene, in carica dal gennaio successivo, appena ha guardato situazioni e conti dello Stato, il governatore Walker si è messo le mani nei capelli. I sindacati erano infatti riusciti a spuntare per i lavoratori ‘pubblici’ contratti fantasmagorici in base ai quali quelli avrebbero diritto alla pensione versando solamente lo 0.2% della retribuzione nonché alla mutua pagando soltanto il 6%; mentre, ovviamente, i lavoratori ‘privati’ pagano di più, ma molto, molto di più entrambi i servizi. Walker vi ha posto rimedio subito mano, e così, nel giro di davvero poco tempo, ha ridotto di parecchio le enormi discrepanze, certi privilegi assurdi e persino fermato il diritto alla contrattazione manovrata dai sindacati: niente più incasso automatico delle ritenute in busta paga e nessuna richiesta di aumenti salariali al di sopra del tasso di inflazione se non approvati da referendum aziendali.

Insomma, Walker ha assestato un colpo deciso alla ‘dittatura sindacale’, fermandone la prepotenza e il potere indiscriminato di adulterare arbitrariamente il mercato del lavoro per meri e ovvi scopi politici. Perché che quei sindacati afferiscano direttamente alla galassia delle Sinistre ‒ che è più ampia del Partito Democratico, ma che con esso mantiene un legame strutturale ben maggiore di quel che avviene a destra tra il Partito Repubblicano (o certi suoi settori) e l’universo conservatore ‒ non è solo un dato evidente: è soprattutto l’arma su cui punta moltissimo quest’anno la macchina elettorale di Obama.

Nel Wisconsin, cioè, Walker ha bissato i fasti che furono di Margaret Thatcher nel 1984, all’ora del famoso braccio di ferro con i minatori, quando la ‘Lady di ferro” assestò al movimento sindacale sinistro britannico un colpo da cui, nonostante tutto, non si è mai sul serio ripreso, da quel dì marciando sì sempre serrato e però claudicante. E come la Thatcher da quella sfida decisiva e dura uscì politicamente rafforzata e ancora più amata dai certi ‘lavoratori’ britannici che non si erano lasciati irretire dalle Sinistre, così il thatcheriano Walker nel Wisconsin di oggi ha vinto a mani basse.

Certo, contro di lui si era gridato allo scandalo. I sindacati erano scesi subito nelle piazze e nelle fabbriche per raccogliere le firme necessarie alla ‘mozione di sfiducia’ contro quel ‘governatore boia’. Quegli stessi sindacati avevano poi esultato per essere riusciti a raccogliere quasi il doppio del mezzo milione di firme richieste dalla legge per fare la forca al governatore, avevano quindi imbastito una campagna elettorale decisiva dove ‒ diceva la retorica ideologica ‒ il ‘lavoro’ sfidava il ‘padrone’ mostrandosi sicuro di vincere e quindi proiettando l’ombra del risultato sul voto che all’inizio di Novembre si contenderà la Casa Bianca. Ma al momento utile Walker li ha sbaragliati come e più di quanto fatto due anni fa, ovvero con un concorso di popolo enorme, maggiore di prima, fra cui certamente vi sono stati anche molti ‘colletti blu’ non ancora lobotomizzati dal sindacalismo rivoluzionario delle Sinistre americane. Cosa li ha convinti? Molto di ciò che ha ben fatto Walker, tra cui l’avere ridotto di 30 milioni di dollari in un solo anno (il primo del suo governo) il debito pubblico del Wisconsin, proiettando un ulteriore riduzione di 300 milioni sui prossimi due anni, e il tutto senza alzare di uno iota le tasse ma solo tagliando lo sperpero pubblico.

Solo tre volte in tutta la storia statunitense si è giunti al ‘voto di revoca’, in inglese recall election: Walker ne è uscito trionfante con il 53,2% dei suffragi espressi (pari a 1.331.076 voti popolari) contro il 46,3% (1.1.58.337) dell’eterno perdente Barrett. Walker vince, il Wisconsin lo ama, il ‘Tea Party’ è più vivo che mai. E mostra come i suoi eletti siano capaci di buongoverno. A Obama stanno già fischiano le orecchie.

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2 COMMENTS

  1. A dire il vero qui siamo
    A dire il vero qui siamo sospetti tutti.Se vai in banca a riscuotere un assegno,anche dal tuo conto,se superiore a 1000 euro,devi riempire alcuni fogli e dire perché lo stai prelevando.Comunque di Walker in Italia non ne vedo.Forse qualcuno prima delle elezioni,mai dopo.

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