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L'analisi

La consacrazione di Trump, difensore dell’Occidente dai nuovi totalitarismi idelogici

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Non è vero che Trump sia stato “divisivo”, come certa stampa l’ha definito, nel suo discorso nel giorno dell’Indipendenza. Tra l’altro, come se l’essere concilianti fosse beneagurante o auspicabile, in politica. Per Giovanni Gentile, ad esempio, non fu così, perché al Discorso agli italiani, del giugno del ‘ 43, in Campidoglio, a Roma, seguì il suo assassinio dell’anno successivo da parte dei gappisti, e proprio per aver pronunciato quel discorso di conciliazione. E poi, come categoria del “politico”, come ha insegnato Carl Schmitt, è la diade amico-nemico a contraddistinguerla: dicotomia che non significa mai nientificazione del nemico – come di fondo intendeva Kant – ma riconoscimento di esso. Detto questo, ai detrattori di Trump in servizio permanente effettivo, va fatto notare che è proprio la difesa ad oltranza delle statue, dal vandalismo degli insorti in nome di fantomatici principî che essi stessi negano, il tema che unificherà il paese. Sotto quest’egida, ogni americano liberale si riconoscerà, quand’anche si definisse un liberal (va sempre ricordato che negli Usa i liberal non sono i liberali europei, ma, casomai, i cosiddetti progressisti). E Trump punta ad unire proprio attraverso l’impegno profuso nel salvare statue e preservando i monumenti della storia americana, anche in vista della sua rielezione autunnale. E la libertà la si difende anche contrastando i manifestanti e quei ben poco democratici, autentici fiancheggiatori dei devastatori in azione. E poi, diciamolo: la spinta al presidente nello sfruttare le divisioni – culturali o politiche che siano – non solo gli è stata offerta dai devastatori e da tutto l’apparato sistemico degli ideologi attivi sorretto dai media – ma è una strategia che Trump conosce bene, la quale ricorda anche il “massacro americano” che ha descritto nel suo discorso inaugurale.

Divisioni che gli vengono offerte anche dalla richiesta di de-finanziare la polizia, la quale si ritorcerà contro proprio verso chi la sta richiedendo con violenza, ricompattando quella maggioranza silenziosa che non urla, non scende in piazza e lavora, la quale vuole sicurezza. Sicurezza che solo Trump può garantire. Altro che divisionismo, pertanto, di Trump, che unifica attraverso il richiamo alla comune tradizione americana, costituita da una medesima origine, superando anche quella violenza che è alla base fondativa di alcune città, come New York. Ma il discorso ai piedi del monte Rushmore ha fatto qualcosa di più, che dare una caratterizzazione al rally di novembre per la Casa Bianca. Il discorso del 4 luglio ha consacrato, definitivamente, Trump, come leader politico non solo degli Usa, ma dell’intero Occidente. È lo spazio vuoto che ancora mancava nel puzzle della carriera del tycoon americano, ora riempito. Insomma, il 4 luglio 2020 è la data in cui Trump è assurto a comandante di un Ovest culturale e politico senza nocchiere, proprio quando ha messo in guardia, tutti, dall’esistenza di «un nuovo fascismo di estrema sinistra che richiede fedeltà assoluta». E guai «se non parli il suo linguaggio, esegui i suoi rituali, reciti i suoi mantra e segui i suoi comandamenti», poiché «allora sarai censurato, bandito, inserito nella lista nera, perseguitato e punito». Parole che andrebbero scolpite su un altro monte americano, tipo il Rushmore. Trump, con questa riflessione, paragonabile a quelle della liberazione che de Gaulle tenne a Bayeux negli anni ’40 – ha definitivamente abbandonato sé stesso – quello dell’arte di fare affari – per divenire uno statista, il quale, proprio nel richiamo al passato, da un lato traccia il destino del paese, dall’altro tiene in vita quel american dream, costituito soprattutto dall’ottimismo nel futuro, che denega il pessimismo di quella ragione tra l’altro illogica. Un razionalismo che da una parte si appella astrattamente a dei principî definiti universali, e che, da un’altra, nel concreto, li nega. Proprio come accade con l’imbrattamento, la decapitazione e il rovesciamento delle statue. L’intento unificatore di Trump, inoltre, lo si è avvertito anche in altri passaggi del discorso della settimana scorsa, non messo in risalto dal lamestream media.

A proposito degli interpreti della tendenza culturale dominante, Trump ha sottolineato che «coloro che cercano di mentire sul passato, lo fanno per guadagnare potere nel presente», aggiungendo che «quelli che mentono sulla nostra storia, quelli che vogliono che ci vergogniamo di ciò che siamo, non sono interessati alla giustizia o alla guarigione». Il loro obiettivo è la demolizione», ha continuato poi Trump. Ecco, sarebbero queste le parole della terapia, da parte dei liberal, le quali però farebbero scadere il “medico” dalla condizione di iatreus a quella di pharmakeus, di mero spacciatore di farmaci. E ora, soprattutto al tempo delle pandemie virali, ciò di cui si ha bisogno è lo iatreus, il medico autentico, quello che si mette al servizio dell’altro, e non di ideologie galeniche imbottigliate.

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