La controversia sul Mar Caspio danneggia gli europei

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Alcune settimane fa il Giornale ha pubblicato un interessante articolo (Gas, l’Eni raddoppia in Asia centrale) circa l’evoluzione della produzione di petrolio e gas nella regione del Caspio. L’autore dell’articolo, Paolo Giovanelli concludeva indicando nell’esistenza del monopolio russo del trasporto dell’energia nella regione, detenuto in particolare da Gazprom, Lukoil e Transneft, la principale difficoltà dell’Eni e degli altri operatori internazionali ad ottenere prezzi più ragionevoli per la loro produzione.La difficoltà nel “rompere” questo blocco monopolistico in modo da ridimensionare il price making russo, risiede fondamentalmente nella irrisolta questione sullo status giuridico del Mar Caspio e nell’impossibilità di realizzare vie di approvvigionamento alternative che dipartano dal lato orientale del più grande lago salato del mondo.

Decidere dello status del Mar Caspio: privilegio per pochi.La questione è emersa principalmente come effetto della fine dell’Unione Sovietica, con la conseguente nascita di nuovi Stati rivieraschi sul Mar Caspio e la volontà di sfruttare le riserve energetiche della regione. Nel 2004 le proposte di costruire una pipeline sottomarina che colleghi le due sponde del lago e si raccordi poi alla rete BTC (Baku-Tiblisi-Ceyhan) che porta in Turchia, sono state respinte da Iran e Russia a causa di presunte ricadute negative sull’ambiente. In realtà, l’opera non avrebbe giovato ai profitti dei due paesi che si spartiscono il monopolio del trasporto degli idrocarburi del Mar Caspio verso il Mar Nero e il Golfo Persico.

La Russia cerca di ostacolare la creazione di infrastrutture di trasporto alternative alle sue in grado di collegarsi con reti già esistenti verso l’Europa, come per esempio il Consorzio della pipeline del Mar Caspio (CPC) in cui partecipano molte industrie petrolifere internazionali e alla cui espansione Mosca oppone di fatto un veto se non verrà accettata la partecipazione di Transneft, il monopolista delle pipeline russo. L’Iran, invece, che possiede la più grande flotta navale per il trasporto di greggio, se fosse costruito una pipeline sottomarina vedrebbe anch’essa la propria porzione di ricavi ridotta e il suo redditizio sistema di swap, ovvero di scambio di prodotti petroliferi sul Caspio in cambio di un’uguale quantità di petrolio sul Golfo Persico, messo di fronte ad un forte concorrente.

Interessi “condominiali” e interessi nazionali
L’intreccio di questi interessi si combinano in quello che appare un tacito accordo tra Russia e Iran per mantenere i privilegi derivanti dallo status quo e soprattutto tenere alla larga dall’area altri paesi interessati alle sue preziose risorse energetiche. Tuttavia, se Iran e Urss un tempo erano gli unici stati ad affacciarsi sul Mar Caspio, oggi di stati ve ne sono cinque, con l’aggiunta di Kazakhstan, Turkmenistan e Azerbaijan più la Russia che è quel che è rimasto dell’impero sovietico.

Come suggeriva Giovanelli nel suo articolo, la Russia e gli altri stati rivieraschi del Mar Caspio dovrebbero accordarsi su quale definizione giuridica assegnare alla massa d’acqua sulla quale si affacciano e quindi come regolare le attività che si svolgono sia sulla sua superficie sia nell’ambiente sottomarino. Si tratterà di trovare una soluzione compresa tra un quadro normativo tipico dei laghi internazionali oppure uno maggiormente conforme a ciò che viene prescritto dalla consuetudine generale e da trattati internazionali sul diritto del mare. A complicare la situazione interviene anche la prassi applicata ai tempi dell’Unione Sovietica che si è rivelata piuttosto ambigua nel rapporto tra le sue “repubbliche” e l’Iran. Con quelle suddivideva il Mar Caspio in chiare zone d’influenza mentre con l’Iran parlava di condominio.

Lo status quo
I trattati Iran-Urss, risalenti al 1921, al 1935 e al 1940, presumevano un “condominio” della sovranità sulle acque del Caspio, considerato alla stregua di lago internazionale. Il trattato d’amicizia del 1921 riguardava i diritti di navigazione, mentre dello sfruttamento delle risorse si parla solamente in riferimento ai diritti di pesca. L’aumento dei traffici e della pesca portarono al trattati di commercio e navigazione del 1935 e del 1940 dove venivano esclusi dalla navigazione imbarcazioni di stati terzi se non battenti bandiera russa o iraniana. Lo sfruttamento delle risorse come gas e petrolio venne definite ambiguamente. L’Iran, infatti, rilasciò una concessione sul proprio territorio per l’installazione di stazioni di pompaggio e di stoccaggio ma unicamente secondo il proprio ordinamento interno. La questione delle linee di confine non veniva per nulla affrontata e l’unico testo che sanziona il condominio de facto sul Mar Caspio è uno scambio di note allegato al trattato del 1940 in cui lo si definisce “un mare sovietico e iraniano”.

Il Mar Caspio e la fine dell’Unione Sovietica

Nel 1991, con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, i nuovi stati indipendenti sul Mar Caspio non si sono più sentiti vincolati dai trattati precedenti. Nonostante la Dichiarazione di Alma Ata, in cui si dichiara l’intenzione di adempiere agli obblighi contratti dall’Unione Sovietica (perciò anche quelli relativi al Mar Caspio), la situazione è cominciata a complicarsi con la richiesta da parte delle neonate repubbliche di una sistemazione concordata della questione.Nel 2003 è stato raggiunto un accordo per l’istituzione di una cornice giuridica per la “Protezione dell’ambiente marino del Mar Caspio” che stabilisce la regola del condominio per le questioni concernenti la tutela dell’ambiente marino. Russia, Kazakhstan e Azerbaijan hanno poi siglato accordi bilaterali tra di loro per la definizione dei confini, escludendo però Turkmenistan e Iran che si sono anzi dichiarati contrari ad azioni unilaterali o bilaterali volte a definire la questione.

La Russia ha proposto tali accordi, rifacendosi anche alla prassi fra le repubbliche dell’era sovietica, facendo riferimento ad una linea mediana ricavata dal contorno delle coste e in pratica proponendo un criterio simile a quello contenuto dalla Convezione del Diritto del Mare di Montego Bay del 1982 per la definizione del mare territoriale, e lasciando le porzioni esterne in una sorta di regime dell’alto mare ossia libero a tutti. La Russia è comunque l’unica tra questi Stati ad avere ratificato tale convenzione, il cui contenuto non è interamente riproduttivo di una consuetudine internazionale avente carattere generale e per questo non è applicabile anche agli stati che non l’hanno ratificata (in proposito si veda il Briefing paper dell’agosto 2005 elaborato dal Royal Institute of International Affairs).

L’Iran verrebbe sfavorito da questa soluzione a causa della forma convessa della sua costa e pretende così una suddivisione alla pari tra i 5 paesi, richiedendo per sé una quota non inferiore al 20% della superficie e dei fondali. Secondo uno studio condotto da Eni, Shell e Kepco nel 1998, la sezione iraniana del Mar Caspio è potenzialmente ricca d’idrocarburi, ragione in più per non rinunciare alla propria quota. L’Iran è anche preoccupata per la propria sicurezza. In uno status di condominio e quindi di libera navigazione come stabilito dal trattato del 1940 (che non fa distinzione tra navi civili e militari), esiste potenzialmente un grave rischio per la sponda persiana del Mar Caspio. Sebbene non sia mai avvenuto, la flotta militare russa, l’unica presente in quel mare, potrebbe avvicinarsi alla popolosa costa iraniana senza che il regime di Teheran possa obiettare alcunché.

Unione Europea e Stati Uniti in panne
Nel clima d’incertezza dei rapporti internazionali iraniani, la recente proposta di Mosca di condividere con gli Stati Uniti un sistema d’avvistamento radar in Azerbaijan deve avere fatto squillare a Teheran più di un campanello d’allarme. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono interessati ad evitare ingerenze di Russia e Iran e gradirebbero trattare direttamente con gli altri operatori. La definizione dello status giuridico del Mar Caspio come “mare” offrirebbe questa possibilità ed ecco perché russi e iraniani sono interessati a mantenere la situazione cosi com’è, fintanto che è possibile. Ma stando così le cose, americani ed europei possono sperare di ottenere qualche concessione in uno sforzo diplomatico rivolto al Kazakhstan, all’Azerbaijan e al Turkmenistan a cui va ad aggiungersi la volontà di impegnarsi finanziariamente per la realizzazione di costose infrastrutture e l’attuazione di politiche favorevoli finalizzate all’integrazione economica verso questi paesi situati tra il Caucaso e l’Asia Centrale.

Gli accordi del maggio scorso sulla realizzazione di nuove pipeline tra Kazakhstan, Turkmenistan e Russia lungo la costa orientale del Mar Caspio devono essere stati un doccia fredda per Ue e Stati Uniti, che invece prediligevano un tracciato sottomarino nel Mar Caspio meridionale ora però scartato. L’influenza di Mosca nei rapporti con i suoi vecchi territori imperiali sono ancora fortissimi e questo va a scapito soprattutto dell’Europa e delle sue aziende che hanno un potere negoziale sempre più ridotto, facendo inevitabilmente ricadere i costi di transazione con l’unico fornitore nell’area, le aziende statali russe, sui suoi utilizzatori finali, e cioè i cittadini europei.In mancanza di un accordo tra i cinque Stati rivieraschi rimangono ancora in vigore gli accordi tra Urss e Iran. Tuttavia, sebbene i termini degli accordi siano diventati desueti rispetto alle esigenze di crescita e sviluppo degli stati rivieraschi, chi comanda in Russia e Iran probabilmente la pensa diversamente.

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