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Il sostegno della finanza allo sviluppo locale

La Cooperazione Bancaria come modello di fiducia per la comunità

Nel recente convegno “Cooperating for the public good: self governance, polycentricity and the commons”, che ha visto la partecipazione straordinaria della Prof.ssa Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana, l’Assopopolari ha affrontato il delicato e controverso problema dei “beni comuni”. Nel 2009 la Ostrom è stata insignita del Premio Nobel per l'economia, insieme a Oliver Williamson, per l’analisi della governance e in particolare delle risorse comuni. Il riconoscimento ha voluto sottolineare l’importanza di aver teorizzato l’esistenza di una terza via tra Stato e mercato, che identifica, attraverso una teoria generale, le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare attualità oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l’atmosfera, il clima e l’acqua. Ma molto significativa anche per l’attuale crisi finanziaria, che si può leggere come l’abuso di una proprietà comune: la fiducia delle famiglie, delle PMI e dei piccoli risparmiatori.

Nell’incontro la Olstrom ha ricordato come uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno, ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, gode infatti per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il “saccheggio” del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui potrebbe appropriarsi solo in parte.

La studiosa, soffermandosi sul problema dell’acqua, ha evidenziato che, nonostante sia una risorsa rinnovabile, alcuni attori potrebbero non rendersi conto di mantenerne la sua rinnovabilità, e questa considerazione è frutto di numerosi anni di studio che empiricamente le hanno dimostrato come ci sia una tendenza a sovrasfruttarla considerandola quasi inesauribile. In merito ha voluto presentare quella che è la “regola della natura” che adottavano le popolazioni indigene americane prima che nel continente arrivassero gli europei: ogni azione e ogni decisione importante andava presa considerando le conseguenze che avrebbe comportato per la settima generazione futura. È questo un approccio che permette di non sterminare i beni comuni affinché possano essere disponibili anche per i posteri.

Il merito di Elinor Ostrom è stato quello intuire l’esistenza di un percorso alternativo fra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le “common properties” non degenerino. La professoressa prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le “common pool resources” (“beni comuni di tutti”) dai “free goods” (“beni di nessuno”): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.

I temi trattati nel convegno dalla Ostrom trovano punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che, attraverso il concetto di gioco ripetuto, mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori scoprono il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati e fatti evolvere in vere e proprie istituzioni.

Questa considerazione si presta ad essere estesa anche al modello delle banche cooperative, che si sono mostrate durante la recente crisi economica particolarmente efficaci nella loro funzione, evitando un profondo credit crunch, in quanto meno propense a razionare il credito ai propri clienti e ad alzare i tassi creditori durante una fase di stress finanziario.

Dal dibattito è emersa tutta la rilevanza della relazione fra fiducia e liquidità. Durante la recente crisi economica c’è stata una incrinatura grave della fiducia che ha determinato una conseguente contrazione della liquidità; tuttavia questo fenomeno non ha contagiato le banche popolari e cooperative, che al contrario hanno esercitato la loro funzione creditizia anche durante le fasi più acute della negativa congiuntura economica.

L’obiettivo di questi istituti è quello di far confluire risorse e fiducia verso quei progetti di cui la comunità ha bisogno per crescere, con la consapevolezza che la loro opera non resterà residuale solo se si permeeranno la società e le istituzioni politiche di cultura e regole diverse. La finanza non viene così intesa come processo di standardizzazione, di spersonalizzazione e di disgregazione, ma come strumento di valorizzazione delle identità, delle differenze, delle relazioni interpersonali, dell’interazione solidale tra le persone, le imprese e le istituzioni che animano il territorio, una finanza che diventa parte integrante nei processi di sviluppo locale.

I territori, pertanto, accogliendo le comunità, occupano un ruolo primario e non marginale o periferico rispetto al mondo globalizzato. Il loro sviluppo viene finanziato in generale dalla fiscalità ma, in questo ambito, l’attività delle Banche Popolari è da sempre in prima linea e non in modo occasionale. Esse, infatti, non si limitano a concedere credito alle famiglie ed alle piccole imprese, ma sono costantemente impegnate anche nel sostegno diretto dei territori, destinando mediamente il 5% dei loro utili a opere di sviluppo sociale e culturale dell’area. È un segno dei tempi il fatto che, laddove gli anni della turbo-finanza hanno condotto il mondo a una crisi senza precedenti, la Cooperazione Bancaria emerge e opera controcorrente, non limitandosi alla sola prossimità alle comunità, nella forte convinzione che i territori siano parte integrante delle stesse.

*Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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