La cosa più bella de L’Aquila è la voglia di normalità

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La cosa più bella de L’Aquila è la voglia di normalità

14 Gennaio 2011

Per chi sente le vacanze tra Natale e Befana come un periodo da passare a “casa”, sia essa l’abitazione in cui si vive o si è nati, oppure il luogo dove ritrovare la propria famiglia e i vecchi amici, farlo a L’Aquila a 21 mesi dal terremoto ha un significato particolare.

L’Aquila e i paesini abruzzesi sono la tipica realtà della provincia italiana in cui se il 24 dicembre ti si blocca la macchina in una buca, come successo a me, in due minuti uno sconosciuto che ti vede dalla finestra di casa sua scende in strada ad aiutarti, e un altro che passa di lì e non ti conosce si ferma e si mette a spingere l’auto con te. Questo ovviamente non vuol dire che la zona sia una sorta di paradiso bucolico, come dimostra il fatto che negli ultimi mesi siano aumentati i furti nelle case al punto che, in un borgo tradizionalmente tranquillo, sia comparsa una strana targa che recita “Attenzione: Proprietario Armato”, con tanto di pistola disegnata. L’Aquila rimane comunque una realtà in cui restano forti i legami familiari, affettivi e sociali, dove tra Natale e la Befana è tutto un passare di casa in casa per pranzi, cene, caffè con la famiglia di sangue o con quella acquisita della propria moglie o quatrana (la tua ragazza, ndr), con pomeriggi e serate passate con gli amici a giocare a carte, dai giochi tradizionali come Bestia a quelli d’importazione, vedi Texas hold’em, per finire a giochi di paese tanto vecchi da essere quasi dimenticati come la Passatella.

Il tutto nonostante il terremoto, e le piccole scosse che ogni tanto ancora si avvertono, che hanno scosso ma non demolito la voglia di normalità nello stare con gli altri. Una voglia testimoniata dagli esempi più diversi. Il Tribunale dell’Aquila, con la Cancelleria, l’Archivio di Stato e gli altri uffici giudiziari, si è spostato temporaneamente nei capannoni del nucleo industriale di Bazzano, fuori città. Di fronte al capannone del Tribunale è stato costruito un piccolo colonnato, che vuole ricordare in qualche modo l’atmosfera dei Portici del centro storico dove si era soliti incontrarsi prima o dopo le udienze, e in questo modo rendere un po’ più familiare e normale la stranezza del nuovo ambiente di lavoro per le centinaia di persone che ci passano le giornate. Voglia di normalità che spiega il buon successo avuto dai veglioni organizzati a L’Aquila, dai ristoranti più rinomati che hanno riaperto come Villa Giulia e Casale Signorini a quelli più di bocca buona come la Conca, ai nuovi locali nelle periferie, Arnold’s, Divina, Quinto Quarto, alle discoteche Frida e Greta Garbo.

Il successo più bello e simbolico l’hanno avuto le due manifestazioni organizzate in centro il 31 dicembre: nel tendone di Piazza Duomo, che già nelle settimane precedenti aveva ospitato spettacoli teatrali e concerti con 2mila persone venute per gli Stadio, il Comune ha organizzato un variegato veglione di capodanno; a Piazza Palazzo, i comitati “3e32” e “Casematte” hanno autogestito un open party con i concerti più alternativi, tra gli striscioni “Riprendiamoci la città” e “L’Aquila che resiste”. Migliaia di persone a capodanno si sono ritrovate tra le due piazze, negli stessi luoghi dove prima del terremoto si tirava tardi con gli amici ogni fine settimana.   

Negli stessi giorni ha tenuto banco la questione del pagamento delle tasse sospese nei mesi successivi al sisma. Cittadini e imprese dei comuni colpiti dal terremoto, il cosiddetto “cratere”, hanno ripreso a pagare regolarmente le tasse a luglio 2010, eccetto i lavoratori autonomi e le piccole imprese con volume di affari talmente ridotto da rientrare in determinate soglie di esenzione. Ciò ha dato un grave colpo all’economia della zona, che era stata messa a terra dal sisma ed è aiutata solo in parte dall’ovvio boom dell’edilizia. Anche se ci sono segnali positivi – nel 2010 nel nucleo industriale di Pile sono stati assegnati 74 lotti aggiuntivi per l’insediamento di nuove realtà produttive – la disoccupazione resta alta, in attesa della “Zona Franca”, cioè esente da tasse per le nuove imprese che si insediano a L’Aquila, non ancora istituita e dalla sorte incerta.

Inoltre, era previsto che la restituzione dei 14 mesi di tasse arretrate (aprile 2009 – giugno 2010) iniziasse subito e senza sconti, mentre le zone terremotate di Umbria e Marche hanno potuto farlo dopo 10 anni dal sisma del 1997 e con il 60% di sconto sulle somme dovute. Per questo, e per i problemi verificatisi nella gestione non tanto dell’emergenza quanto della ricostruzione vera e propria, molti aquilani sono più volte scesi in piazza durante il 2010. Il risultato, al momento, è che il decreto governativo di fine anno ha stabilito che la restituzione delle tasse arretrate inizierà a luglio 2011, sarà spalmata su 120 rate mensili (10 anni) e non prevederà sconti.  

Un risultato ottenuto anche grazie alla pressione congiunta delle istituzioni locali (Regione, Provincia e Comune dell’Aquila) e dai parlamentari abruzzesi, che pure sono stati spesso politicamente in contrasto tra loro nello scorso anno. Da quando la gestione della situazione è passata dalla Protezione Civile agli enti locali – Bertolaso ha lasciato la carica di Commissario straordinario il 1° marzo 2010 – le divisioni tra il presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi (Pdl), nuovo Commissario, e il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente (Pd), vice-Commissario, sono cresciute fino alle dimissioni di quest’ultimo dal ruolo di vice-Commissario. La scarsa cooperazione tra gli enti locali è particolarmente dannosa per la città, visto che le competenze si sovrappongono e si completano nella erogazione dei fondi stanziati dal governo, nella gestione dei vari servizi pubblici e nella pianificazione della ricostruzione, e un esempio lo si è visto con la questione ancora irrisolta dello smaltimento delle macerie. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che la giunta comunale dell’Aquila è in uno stato di debolezza simile a quello del governo Prodi nel 2006-2008, con assessori che si dimettono, consiglieri che cambiano partito, e la maggioranza di centrosinistra che si spacca e va sotto quando si tratta di eleggere i presidenti delle varie commissioni del consiglio comunale. Da ciò derivano alcuni dei problemi della ricostruzione, e delle recenti polemiche sulla inefficienza del Comune nel gestire i fondi a vario titolo ricevuti. 

Nonostante ciò, passi in avanti sono stati fatti verso un ritorno alla normalità: dagli oltre 64.000 sfollati assistiti da Protezione Civile ed enti locali subito dopo il terremoto, si è ora scesi a 39.680. Di questi, circa 14.400 hanno trovato una sistemazione autonoma e usufruiscono del relativo contributo statale (da 300 a 600 euro al mese); poco più di 14.000 abitano nelle C.A.S.E. (Complessi Abitativi Simicamente Ecocompatibili) fatte costruire dalla Protezione Civile nel 2009 e ora in gestione al Comune dell’Aquila; quasi 7mila vivono nei M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori), le casette in legno gestite dai 56 Comuni del “cratere”; 2.200 sono in affitto a spese degli enti locali; e circa 2mila sono ancora ospiti di caserme e alberghi, situazione quest’ultima sempre più costosa e insostenibile a 21 mesi dal terremoto. La gestione nel complesso efficace dell’emergenza abitativa ha contribuito ad evitare il temuto spopolamento dell’Aquila dopo il terremoto: sebbene sia difficile fotografare la situazione visto l’alto numero di residenti che in realtà stanno altrove e di pendolari che di fatto vivono in città, è un buon segno il fatto che su oltre 72.000 residenti a L’Aquila solo 609 abbiano cambiato residenza lasciando la città dopo il sisma, a fronte di 920 nuove iscrizioni all’anagrafe comunale nel 2010.

Se i numeri dicono qualcosa sul quadro generale, per capirne di più si deve venire a L’Aquila a vedere con i propri occhi.  Nei 56 Comuni del “cratere” ci sono tantissime frazioni e paesini colpiti dal sisma, dove la realtà della ricostruzione ha due volti. La ristrutturazione di case recenti o la costruzione di nuove procede di buon passo, grazie agli ovvi vantaggi logistici di questo genere di lavori. Uno degli effetti è che in molti punti il paesaggio è radicalmente cambiato durante il 2010, come se ci fosse stata una esplosione di colori: le case nuove o ristrutturate sono state dipinte di rosso, viola, arancione, azzurro, verde, varie combinazioni di colori pastello, che hanno affiancato o sostituito i tipici muri a intonaco bianco, o grigi come le pietre tradizionalmente usate per le vecchie case. E’ come se dopo lo scampato pericolo del sisma una reazione spontanea delle persone sia stata dare un tocco di colore alla propria casa, se non era possibile farlo alla propria vita. La nuova tendenza ha contagiato anche la Questura dell’Aquila, che dal sobrio, e triste, grigio del cemento armato a vista è passato al rosso e all’azzurro. Allo stesso tempo il restauro dei centri storici dei piccoli comuni langue, perché spesso lì si trovano le seconde case di famiglie che nel corso delle generazioni si sono spostate a L’Aquila o in abitazioni nuove, e per tutti ora la priorità è sistemare la prima casa dove si vive e non la seconda “al paese”, per la quale peraltro non sono previsti contributi statali. In generale piccoli comuni o frazioni dell’Aquila come Paganica ricevono meno attenzioni, e meno fondi, del centro storico del capoluogo che giocoforza è il cuore del problema e, si spera, della soluzione. In questa situazione fosca, brilla la luce di alcune scintille di vitalità, come i presepi viventi allestiti a Camarda e Pianola che durante le vacanze di Natale hanno richiamato nei due piccoli borghi migliaia di persone.  

Un’altra cosa che balza all’occhio girando nel territorio aquilano è il fiorire di negozi e bar in campagna, vicino alle C.A.S.E. dove si sono spostate molte famiglie sfollate, e nei nuovi piccoli e medi centri commerciali aperti nella periferia dell’Aquila, come “L’Aquilone”. Qui molti aquilani, specialmente gli adolescenti, che prima facevano le vasche (lo struscio pomeridiano, ndr) sotto i Portici ora passano il sabato pomeriggio, e non solo, tra pizzerie al taglio, piccoli negozi dal nome familiare che hanno riaperto qui, e nuove, grandi realtà come Decathlon prima non presenti in una città ancorata al modello della bottega.

In periferia, ad esempio in quartieri come Pettino, molte case sono tornate abitate, dopo una ristrutturazione che non richiedeva lavori troppo radicali – le case cosiddette “A”, “B”, e “C” – e molte altre sono ancora avvolte da cantieri. Alcune invece, di solito le più gravemente danneggiate cosiddette “E”, sono ferme al 6 aprile 2009. Questo quadro di luci e ombre è dovuto ai necessari tempi tecnici per la ristrutturazione dei condomini, ma anche ai colpevoli ritardi della macchina amministrativa che vaglia e finanzia le domande e i progetti presentati. Inoltre, tutto il comparto dell’edilizia aquilana fatica a smaltire l’enorme mole di lavori avviata, da ingegneri e architetti che hanno preso più clienti di quanti potessero normalmente accontentare a ditte edili che spesso hanno avviato più cantieri di quanti potessero condurre a un ritmo spedito, e hanno poi subappaltato anche a ditte non abruzzesi con ulteriori ritardi. Tutta la filiera edilizia è sovraccarica di lavoro, e anche trovare un semplice idraulico per farsi riparare il lavandino è un’impresa. Uno degli effetti è che ci sono proprietari che avevano ottenuto i finanziamenti pubblici e avviato il cantiere a febbraio 2010 sicuri di rientrare a casa in estate, e invece sono ancora in attesa che finiscano i lavori. E meno male che nel 2009 la costruzione delle C.A.S.E. è stata appaltata a grandi ditte del Nord Italia con una gestione centralizzata degli appalti dalla Protezione Civile, sennò invece di avere appartamenti per 14mila persone in 9 mesi si sarebbero avuti container per 9 anni come nelle zone terremotate di Umbra e Marche. Comunque, nel solo comune dell’Aquila è stato erogato mezzo miliardo di euro del fondo messo a disposizione dal governo per la riparare le case danneggiate, soldi distribuiti alle circa 15.400 domande di finanziamento finora vagliate. A fianco ai finanziamenti è mancata però da parte delle autorità competenti una programmazione organica della ricostruzione del tessuto urbano, ed il risultato è che la città, fuori dal centro storico, sta rinascendo in modo spontaneo ma disorganizzato.

Salendo verso il centro per Via Venti Settembre, si arriva al vuoto dove sorgeva la Casa dello Studente, il cui crollo è stato rievocato di recente da Saviano nella trasmissione Vieni via con me. Secondo il procuratore dell’Aquila, con i tempi medi della giustizia italiana, ci vorranno 16 anni per arrivare a una sentenza definitiva sulle eventuali responsabilità per la morte degli 8 studenti rimasti sotto le macerie. Per il momento, un piccolo angelo di legno piantato in una aiuola lì dì fronte, circondato da foto, fiori e caschi dei vigili del fuoco, ricorda in modo semplice e toccante la tragedia avvenuta.

Il centro storico dell’Aquila è come una film-documentario, dove diverse scene raffigurano diversi fasi del periodo post-sisma. La quasi totalità degli edifici è imbracata in strutture di legno o metallo per impedire altri crolli e mettere in sicurezza le vie, e quindi di fatto ferma alle settimane successive al 6 aprile 2009. Una piccolissima parte è avvolta da cantieri, specialmente quelli ai confini esterni del centro o sull’asse del Corso che, dalla Fontana Luminosa alla Villa Comunale, taglia in due la città ed è aperto al passaggio pedonale, e la sede di Bankitalia è addirittura ritornata già a posto. Lì la scena racconta di passi in avanti verso un ritorno alla normalità.

Una normalità che è sembrata quasi a portata di mano durante il mercatino della Befana dello scorso 5 gennaio. A differenza del 2010, le 280 bancarelle non hanno occupato solo via Castello ma anche Piazza Duomo, e il Corso era pieno di gente a passeggio sotto le luci di Natale. La sensazione di calca che in ogni altro contesto sarebbe stata sgradevole era invece quasi piacevole, come quando si sente scorrere di nuovo il sangue nelle vene dopo che un gelone aveva bloccato la circolazione. La fila tra due ali di bancarelle a Via Castello spesso si bloccava perché qualcuno rincontrava un conoscente che magari non vedeva da mesi e si rimaneva a parlare qualche minuto, che diventavano molti se a chiacchierare erano le solite vecchiette. E poi la sensazione di muoversi tra volti familiari sebbene sconosciuti, perché visti mille volte negli anni passati tra quelle strade. Tra le bancarelle di prodotti tipici, quelle gestite da veri abruzzesi si riconoscevano perché chi comprava qualcosa si fermava un quarto d’ora a parlare con il venditore di come era venuto quest’anno il pecorino di Campotosto o di Castel del Monte. Appena c’è stata una buona occasione per rivivere il centro storico, come avvenuto con la Notte Bianca la scorsa estate o l’anniversario del terremoto, anche i tanti ancora riluttanti a tornare a rivederlo così conciato dopo il terremoto si sono fatti forza e si sono uniti alla folla in strada.

Negli altri giorni dell’anno questo non succede, ma il centro non è più il deserto della fine del 2009 perché a poco a poco vengono aperte ai pedoni pezzetti di vie e piazze. E nelle zone ancora chiuse persone che ci vivevano o lavoravano spesso scavalcano le transenne per andare a rivedere un portone o un balcone, salvo poi essere redarguiti dalla polizia o dai vigili con un tono spesso simile a quello del genitore che alle 4 di mattina rimprovera il figlio adolescente per aver fatto troppo tardi con la quatrana. Le vie e piazze del centro in un certo senso sono state fatte rivivere anche dai Comitati cittadini, il “popolo delle carriole” e aquilani qualunque. Da un lato con diverse manifestazioni di protesta e attività in piazza, una delle quali ha lasciato sulla statua di Sallustio a Piazza Palazzo una pala, un drappo tricolore, e una callarella (il secchio basso e largo dove il muratore tiene a portata di mano il cemento fresco, ndr) quasi ad arruolare anche il letterato latino tra chi vuole ricostruire L’Aquila. Dall’altro con tante testimonianze diverse appese alle transenne che circondano gli edifici inagibili dei Portici: ci sono le foto dei rosoni aquilani dopo il sisma; ci sono appese 309 coccarde neroverdi (i colori dell’Aquila, ndr) per ricordare i morti del terremoto, e le chiavi delle case del centro per ricordare chi è ancora sfollato; c’è l’angolo del poeta, e quello per chi vuole scrivere “tre parole per L’Aquila”; ci sono le foto delle manifestazioni e dei turisti. Ai Quattro Cantoni, l’incrocio tra i Portici e il Corso, ci sono le citazioni del Furbo di Pianola, espressione che in aquilano indica chi è, o prova ad essere, più sveglio degli altri: un po’ come le Pasquinate a Roma, i biglietti anonimi del Furbo di Pianola appesi per il Portici prendono in giro governo, sindaco, autorità varie, e gli aquilani stessi, sulla situazione post-terremoto. Una frase ad esempio è dedicata al Sindaco Massimo Cialente e alla complicata situazione in Comune: “Massimetto, a quando l’invenzione di un assessorato per la complicazione delle cose semplici?!”.

Una cosa semplice e al tempo stesso difficile l’hanno fatta gli esercizi commerciali che hanno riaperto in centro in edifici parzialmente agibili, con la porta o la vetrina circondata da imbracature e le insegne nuove appese sui ponteggi. Il Bar Nurzia a Piazza Duomo aveva riaperto già a novembre 2009, seguito poi dal Boss a Piazza Regina Margherita, che da tre generazioni è una delle migliori enoteche dell’Aquila; dal Canguro, la buona rosticceria a capo Piazza; dalla gelateria Florida a piè di Piazza, dove l’estate si andava a prendere il gelato con la quatrana; dal Bar del Corso ai Quattro Cantoni dove ci si dava appuntamento ai tempi del liceo; il ristorante I Percorsi del Gusto vicino Santa Maria Paganica che non ha nulla da invidiare ai locali chic del Pigneto, la Grotta di Aligi di fronte alla Villa Comunale con la cucina tradizionale di montagna, e la pizzeria a via del Gatto sempre piena di gente; e poi i fiorai di Via Castello, un’ottica, una tabaccheria, una piadineria, un negozio di abbigliamento, un calzolaio, un parrucchiere, un negozio di alimentari, una pasticceria, due gioiellerie, gli sportelli di due banche e di una agenzia immobiliare, mezza dozzina di bar. Uno qua, uno là. A fatica. Una trentina appena in oltre un anno e mezzo, mentre prima del sisma erano centinaia e centinaia le vetrine in centro. Una trentina di avamposti nella “zona rossa” ancora inagibile, alcuni dei quali mandano a tutto volume la radio su altoparlanti piazzati per strada, per segnalare ad aquilani e turisti che capitano ai margini del centro che lì c’è qualcuno che li aspetta a braccia aperte, che vuole spezzare un silenzio innaturale per il cuore della città. Silenzio che è stato spezzato anche dalle voci degli attori e musicisti che hanno dato vita alla stagione teatrale e sinfonica 2010-2011 nel Ridotto del Teatro Comunale, l’unico palco agibile a L’Aquila, circondato da edifici transennati, dove a dicembre hanno messo in scena Shakespeare a e gennaio è in calendario Bergman.

Oggi la “zona rossa” a L’Aquila non è qualcosa da sfondare in corteo con molotov e sassaiole. E’ invece un reticolo di transenne e impalcature che si affronta in modi molto più pacifici, faticosi e lunghi, quali interpretare ordinanze contraddittorie, compilare pile di carte bollate, fare la spola tra banche e uffici pubblici, inseguire ingegneri e operai per far partire e finire ‘sti benedetti cantieri, e riaprire così il centro, un pezzo alla volta. Se questo è qualcosa che possono fare gli aquilani per la loro città, per chi non vive né lavora nel capoluogo abruzzese il compito è molto più semplice: si tratta solo di prendere l’auto o la corriera dell’Arpa e venire a L’Aquila. Venire a vedere la Fontana della 99 Cannelle finita di restaurare lo scorso dicembre che getta acqua gelida e pulita come certi cieli aquilani, o la Basilica di Collemaggio dalla facciata perfettamente integra e le navate incredibilmente imbracate. Venire a sciare a Campo Felice o a Campo Imperatore (la funivia del Gran Sasso ha finalmente riaperto) e poi riposarsi al cinema o a teatro, venire a mangiare gli arrosticini in trattoria, a comprare un torrone o un pecorino. Venire a vedere il centro dell’Aquila. E’ inopportuno il “turismo delle macerie”? Dipende. Se si ha e si mostra un minimo di rispetto per le macerie e per chi ci è morto sotto, per la città ferita che sta cercando di riprendersi, non è inopportuno. E’ anzi un modo per capire che a L’Aquila non è tutto a posto e non è tutto in malora, per conoscere e far conoscere questa realtà che è complessa e non certo in bianco e nero. E’ un modo, soprattutto, per dare un aiuto concreto, perché ogni euro speso a L’Aquila non passa né rischia di perdersi per le vie delle burocrazie, delle onlus o delle campagne di sms, ma arriva direttamente al cameriere, alla cassiera, al barista, al commesso, al pastore che caglia il latte all’operaio che impacchetta il torrone. Venite a L’Aquila, vale la pena.

PS Un cartello anonimo appeso davanti alla Casa dello Studente recita: “Ai turisti, ai forestieri e ai curiosi… quello che state visitando non è un posto qualunque, NON è una attrattiva turistica. Questo era un pezzo della nostra città, viva fino a poco tempo fa. E’ troppo presto per trattarla come un sito archeologico, dove mettersi in posa sorridenti per scattare una foto. Abbiate pietà di chi sotto queste macerie è morto e di chi a causa di quelle morti ancora piange. Considerate che dove voi venite a curiosare, noi ci viviamo. La nostra è una realtà difficile che difficilmente capirete. L’unico aiuto che potete dare è riportare con onestà quello che vedete e fare in modo che tutti conoscano la dignità e la forza che ci fanno andare avanti.

L’AQUILA BELLA ME’. BUON NATALE!”