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L'analisi

La Costituzione protegge autonomia e indipendenza del Parlamento rispetto ad invasioni di altri poteri

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Una recente vicenda relativa al libero esercizio del mandato parlamentare, nelle sedi istituzionali e nel collegio elettorale, offre lo spunto per alcune riflessioni intorno alla sfera di efficacia dell’articolo 68 della Costituzione.
Tale disposizione da alcuni anni non gode di “buona stampa”: da quando una revisione costituzionale ne ridusse il contenuto (sospinta dall’onda dell’antipolitica dei primi anni ’90 del secolo scorso, mai sopita ed anzi in tempi più recenti ravvivata), essa è stata spesso additata come espressione di un privilegio non solo da contenere in limiti tassativi, ma forse anche da espungere.
Fuor di retorica e di pregiudizio, critico o favorevole, è appena il caso di rammentare che ogni articolo è giuntura di parti distinte, secondo un antico insegnamento (S. Tommaso, Summa, II, IIae, q. 1, art. 6), sicché ogni sua alterazione e ancor più la sua soppressione si riflette necessariamente sul complesso di tali parti.
E ciò è tanto più vero quando si versi in ipotesi di attività di controllo  parlamentare, tipica e atipica, che il deputato o il senatore eserciti con riguardo all’interpretazione e all’applicazione di congegni di prevenzione della criminalità organizzata che attribuiscano ad organi amministrativi poteri profondamente incidenti sui diritti costituzionali dei cittadini.
Ma veniamo al caso.
E’ accaduto che l’ex Senatore Carlo Giovanardi è stato imputato per fatti posti in essere quando era ancora titolare del munus rappresentativo e a suo dire (ma con riscontro in atti parlamentari tipici) posti in essere proprio nell’esercizio delle sue attribuzioni: le asserite prove deriverebbero da intercettazioni e tabulati telefonici delle conversazioni con il senatore, acquisiti in procedimenti a carico di soggetti terzi.
il G.I.P. procedente aveva sollevato questione di legittimità costituzionale a carico dell’art. 6, co. 3, l. n. 140/2003, che espressamente include tali atti tra quelli per i quali occorre richiedere l’autorizzazione di cui all’art. 68, co. 3, Cost.
Il Giudice a quo sosteneva la tesi, invero più fragile che sottile, secondo cui i tabulati non rientrerebbero tra le comunicazioni e conversazioni di cui alla norma costituzionale, essendovi una differenza ontologica presupposta dal testo dell’art. 68 Cost.
Nitida e convincente la risposta della Corte costituzionale: “Il duplice riferimento, nell’art. 68, terzo comma, Cost., a «conversazioni o comunicazioni», induce a ritenere che al contenuto di una conversazione o di una comunicazione, siano accostabili, e risultino perciò protetti dalla garanzia costituzionale, anche i dati puramente storici ed esteriori, in quanto essi stessi “fatti comunicativi”. Del resto, il termine «comunicazioni» ha, tra i suoi comuni significati, quello di «contatto», «rapporto», «collegamento», evocando proprio i dati e le notizie che un tabulato telefonico è in grado di rilevare e rivelare”.
A tal punto, veniva sottoposta richiesta di autorizzazione al Senato: emessa la pronuncia della competente Giunta, si attende ancora la decisione dell’Assemblea.
Frattanto, però, mutato il Giudice competente per effetto di una riqualificazione dei capi di imputazione (essendo caduta l’ aggravante mafiosa) il G.I.P. investito della cognizione, su conforme richiesta del P.M., ha emesso decreto di giudizio immediato.
E qui si coglie un primo profilo di criticità: i ridetti tabulati permangono nel plesso istruttorio assunto a base della richiesta del parquet e del susseguente provvedimento del Giudice delle indagini preliminari: lungi dall’essere espunti dal fascicolo, come vorrebbe la legge (art. 6, co. 6, l. n. 140/2003), risultano invece posti tra i materiali non necessari ai fini della sottoposizione a giudizio, ma oggetto «di successiva valutazione allorquando la fase processuale lo richiederà», pur nella piena, doverosa cognizione della pendenza del procedimento parlamentare per l’autorizzazione all’acquisizione.
Non solo.
Benché la Corte Costituzionale avesse fatto giustizia del previo tentativo di ridurre la portata normativa dell’art. 68, co. 3, Cost., il G.I.P. ha ammesso l’uso di videoregistrazioni di colloqui con l’allora senatore, carpite senza il consenso di questi da un coimputato, accedendo alla singolare tesi secondo cui si tratterebbe di documento ai sensi dell’art. 234 c.p.p., come tale escluso dall’ambito di applicazione dell’art. 68 Cost.
In altri termini, sebbene materialmente consistente in una intercettazione abusiva, la provenienza da un privato la renderebbe acquisibile senza necessità di autorizzazione.
L’ex senatore ha pertanto dato documentata notizia di tale scelta al Senato, invocando un intervento a tutela del libero esercizio delle funzioni parlamentari.
Si tratta infatti di una ipotesi di scuola: la esclusione della intercettazione privata all’ambito di efficacia dell’art. 68 Cost. e della l. n. 140/2003in casu  mancando persino uno specifico corredo argomentativo (salvo il riferimento ad un precedente in termini), potrebbe farsi senza sottoporre la questione alla valutazione delle Camere: diversamente da quel che vale le fattispecie di insindacabilità (art. 3, co. 7, l. n. 140/2003), infatti, l’interessato sembrerebbe non avere il potere di investire la Camera di appartenenza, quando assuma che il fatto per  il quale è in corso un procedimento giurisdizionale di responsabilità nei suoi confronti concerne i casi di cui all’art. 68, co. 3, e, quindi, la Camera, a sua volta, non potrebbe chiedere al giudice di sospendere il procedimento.
Può darsi che si tratti in effetti di una lacuna, di un difetto di previsione, del resto fors’anche comprensibile: il legislatore non si è spinto sino ad ipotizzare l’evenienza abnorme di elusione della disciplina attraverso un bizantinismo nominalistico e meno ancora che l’autorità giudiziaria possa rifiutare di sottoporre i casi dubbi alla valutazione delle Camere; o può darsi che non si sia neppure rappresentato l’opportunità di esplicitare la suddetta facoltà dell’interessato di provocare una pronunzia della Camera di appartenenza.
Fatto  è che, nel caso dal quale abbiamo preso le mosse, la Giunta, investitane dal Presidente del Senato, ha ritenuto all’unanimità che dovesse rivolgersi al G.I.P. la richiesta “di precisare se intenda o meno utilizzare la videoripresa in contestazione e, in caso di risposta positiva, se intenda procedere senza autorizzazione del Senato”, formulando espressa riserva di sollevare conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale.
La richiesta in parola muove da una constatazione certamente corretta: ove l’utilizzazione processuale delle intercettazioni effettuate da soggetti privati non fosse soggetta all’autorizzazione prevista dalla Costituzione “si arriverebbe al paradosso – si legge nella delibera della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato –che qualsiasi privato possa intercettare col proprio cellulare e che l’autorità giudiziaria possa avvalersi di tali captazioni nei confronti del parlamentare senza richiedere l’autorizzazione, con conseguente sostanziale elusione dell’art. 68 della Costituzione”.
È lecito invece dubitare che fosse questa o soltanto questa la via percorribile: che cioè – come pure è stato sostenuto nel corso del dibattito in Giunta – quest’ultima non possa valutare l’utilizzabilità processuale delle intercettazioni in assenza di provvedimento giudiziale di rimessione della questione.
La soluzione appare infatti insoddisfacente.
Non si vede per quale ragione le Camere, sebbene legittimamente e formalmente investite della conoscenza dell’abusiva (de)qualificazione di una intercettazione da parte dell’autorità giudiziaria, in elusione della disciplina costituzionale e legislativa posta a garanzia delle prerogative parlamentari, non possa far altro se non sollevare conflitto di attribuzioni.
Il ricorso a tale istituto (suggestivamente individuato da Roberto Bin come “ultima fortezza”) può essere utilmente prevenuto mediante applicazione analogica e a fortiori dell’art. 3, co. 7, l. n. 140/2003: se nella ipotesi ivi espressamente contemplata l’interessato, come si è visto, può provocare una delibera della Camera di appartenenza che determini altresì la sospensione del procedimento giudiziario e, in caso di ritenuta insindacabilità, la declaratoria di improcedibilità, deve ritenersi che a maggior ragione possa domandare che la Camera medesima si pronunzi circa l’acquisibilità agli atti di una conversazione intercettata.
L’organo parlamentare potrà altresì chiedere la sospensione della procedura giudiziaria e, in caso di delibera assembleare di diniego dell’autorizzazione ad acquisire l’atto, il Giudice dovrà dichiararne l’inutilizzabilità, salvo essere lui a sollevare conflitto di attribuzioni: ciò che riflette non già un rapporto di astratta preminenza di un potere rispetto ad un altro (che pure troverebbe logico e sistematico fondamento nella Carta costituzionale), bensì la primaria esigenza di tutelare l’essenziale diritto dei rappresentanti della Nazione ad esercitare liberamente il proprio mandato, che deve essere reintegrato senza indugio, impregiudicata ovviamente restando la successiva cognizione della fattispecie ad opera della Corte costituzionale: “La ratio della garanzia prevista dall’art 68 terzo comma Cost. – ha statuito la Corte costituzionale nella sentenza sopra cit. – non mira a tutelare un diritto individuale, ma a proteggere la libertà della funzione che il soggetto esercita, in conformità della natura stessa delle immunità parlamentari, volte primariamente alla protezione della autonomia e della indipendenza decisionale delle Camere rispetto ad indebite invadenze di altri poteri, e solo strumentalmente destinate a riverberare i propri effetti a favore delle persone investite della funzione “.
* Ordinario di Diritto Costituzionale Università del Salento e Docente Luiss – Guido Carli
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