La crisi dell’Ucraina non è ancora finita

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La crisi dell’Ucraina non è ancora finita

29 Maggio 2007

E’ piuttosto dubbio che il compromesso raggiunto dai “due Viktor” – il presidente della repubblica Yushenko   e quello del consiglio Yanucovich – che prevede lo svolgimento di  nuove elezioni legislative da  tenere il 30 settembre prossimo,  basterà a risolvere la crisi ucraina, che con alterne vicende si trascina almeno dalla rivoluzione arancione del dicembre 1994.  Si può solo sperare  che essa non sbocchi, come si è seriamente temuto pochi giorni addietro, in scontri armati tra le due opposte fazioni o con la polizia della giovane repubblica.

Le perplessità sugli sviluppi della situazione non sorgono soltanto dal timore che l’accordo non duri sino al momento delle votazioni e dalle loro eventuali conseguenze. Il problema non è, infatti, soltanto istituzionale e politico, né  può essere limitato ad una rivalità personale. Esso è legato al fatto che non di due differenti “fazioni” si dovrebbe parlare, ma di due diverse anime di quello Stato o addirittura di due Ucraine, fuse forzatamente dalle vicende storiche, specie quelle dell’ultimo secolo, e dalle manipolazioni geografiche e demografiche operate in modo arbitrario da Stalin e da Khrusciòv.

L’Ucraina è simile a un mostro mitologico, a un Minotauro in cui la parte bestiale e quella umana non riescono a convivere. In una siffatta situazione le elezioni servono a ben poco. Se è vero che la maggioranza (quasi l’80%) dei cinquanta milioni di abitanti è etnicamente ucraina, i russi popolano la Crimea e parte delle regioni orientali e principalmente non riescono a dimenticare di essere stati loro i “padroni” (come in altri stati ex-sovietici) e continuano a guardare a Mosca per ispirazione e protezione. La Russia di Putin non li abbandona, sia sostenendone le formazioni politiche, sia utilizzando le armi economiche su cui ha fondato il suo ritorno sulla scena politica mondiale, a cominciare dal gas. Aprendo e chiudendo i suoi rubinetti o almeno aumentandone il prezzo, Mosca cerca di conservare la sua egemonia in tutta quella regione su cui per tre secoli e mezzo hanno dominato gli zar imperiali e quelli comunisti. Peraltro, per esercitare la sua pressione, Mosca, oltre che del gas e di altre risorse naturali, della popolazione etnicamente russa e dei partiti filo-russi, dispone nel territorio ucraino delle sue installazioni di armi nucleari e della base militare navale di Sebastopoli, porto su cui  avrebbe voluto conservare la sua sovranità. Che nel 1997 si sia contentata di un affitto ventennale non pregiudica ulteriori sviluppi tra dieci anni e magari prima.

L’Ucraina (o meglio la sua anima occidentale) che nel 1994 è entrata a far parte del programma “Partnership for Peace”   della NATO, non nasconde il suo desiderio di stringere più forti legami non solo con l’Unione Europea, ma anche con gli Stati Uniti proprio per proteggersi del troppo intraprendente vicino. Sinceramente o strumentalmente Mosca considera queste intenzioni un ulteriore anello di quell’accerchiamento che costituisce il suo tradizionale incubo. Poiché in realtà nessuno minaccia la Russia, gli stati europei non dovrebbero mancare di sostenere l’aspirazione degli ucraini a decidere sovranamente del loro destino.