La crisi durerà ancora ma il mercato sta espellendo le mele marce

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La crisi durerà ancora ma il mercato sta espellendo le mele marce

22 Ottobre 2008

Quello che è certo è che l’uragano non è ancora sfumato del tutto. L’incontrollata liquidità vacante che affligge numerose banche e società finanziarie statunitensi (ma anche europee…) sta mettendo in ginocchio i mercati e facendo ribollire il sangue agli investitori. Tuttavia, le misure che i governi di mezzo mondo stanno adottando per contrastare l’estrema volatilità dei mercati sembrano, agli occhi di molti, inevitabili. La scelta degli Stati di utilizzare soldi pubblici per impedire il collasso sistemico è il frutto di un neokeynesismo che colpevolizza il liberismo economico senza guardar con oggettività ai fatti. Sempre più ormai parlano apertamente di crisi sistemica, spesso a ragione. Infatti, proprio di sistemicità bisogna discutere, anche se quello che stiamo vivendo è effimero.

Una domanda sorge spontanea: la crisi in atto è una crisi sistemica, trasferibile successivamente anche al settore industriale, oppure è solamente di liquidità bancaria, derivata da madornali errori (ma pur sempre errori, indotti o meno) compiuti dalle banche nella valutazione di un mercato, quello immobiliare, che ha visto quintuplicare il proprio valore nel giro di pochissimi anni? Difficile dirlo, ma ci sono molti aspetti a favore di una crisi più ampia delle previsioni. I requisiti base per una crisi sistemica riguardano il sistema di liquidità e solvibilità del soggetto stesso, in questo caso le banche impegnate con posizioni aperte sui c.d. “toxic assets”. Però se si trattasse di crisi di liquidità tutti i miliardi di dollari iniettati nei mercati da parte delle banche centrali avrebbero risolto qualcosa. Peccato che non sia andata proprio così. Al contrario, la prima ipotesi sembra essere quella più accreditata. Indotti o meno, gli errori ci sono stati, non si può negare. Ma quello che preoccupa maggiormente è l’estensione globale della stessa crisi, anche grazie al corretto funzionamento degli strumenti di finanza derivata. Il loro obiettivo primario era infatti quello di trasferire il rischio, fatto che è avvenuto perfettamente, spalmando lungo le banche asiatiche ed europee tutto il marcio prodotto sul mercato immobiliare negli ultimi anni. La conseguenza di tali sbagli si può facilmente intuire: una volta depurato il mercato dai rigonfiamenti speculativi di pochi, il riassetto non potrà che essere veloce. Inutile piangere sul latte versato. Dopo anni di pancia piena, quello che molte banche statunitensi stanno vivendo in queste ore non è altro che il riequilibrio delle posizioni esponenzialmente elevate assunte pochi anni fa. Che il mercato immobiliare avesse raggiunto un livello di pricing assolutamente ingiustificato lo si sapeva dal 2003, solo che nessuno ha fatto qualcosa. Solo ora si sta cercando di porre una pezza a tal processo di risanamento del sistema stesso solo che, forse, per molti soggetti il tempo è scaduto.

 

Che la situazione non sia semplice, lo dimostrano i fatti. Bear Stearns, IndyMac Bancorp, Fannie Mae, Freddie Mac, Lehman Brothers, AIG, Washington Mutual dimostrano come un management senza scrupoli possa gravare sulle spalle di istituzioni finanziarie con una storia importante. Ma dimostrano anche quanto lo Stato possa perpetrare nelle maglie della finanza, non sempre con la giusta cognizione di causa. Eppure, secondo Bush, il momento è cruciale: gli Usa (ma non solo…) stanno vivendo «una crisi che potrebbe diventare ancora più grande, a meno che non siano prese misure decise e tempestive, che siano in grado di evitare che il paese scivoli nella recessione». Peccato che di recessione già si tratti. Lo si può evincere dai dati sul mercato del lavoro a stelle e strisce, in netta frenata e con sempre più posti di lavoro tagliati, come ricordato anche da Mario Seminerio sulle pagine di Libero Mercato. Per la cronaca, i dati occupazionali americani sono stati presentati entro la prima settimana di settembre, quindi non è una notizia proprio nuovissima che l’economia yankee sia in rallentamento. Perfino la Federal Reserve ha confermato la frenata, anche dei volumi produttivi, esattamente come sta accadendo in Europa, con il mercato dell’auto (vedi Fiat, PSA) che non riescono a sostenere gli obiettivi prefissati ad inizio anno e dovranno ricorrere alla cassa integrazione. Ma questo non conta, sempre secondo la massima che «la crisi potrebbe diventare panico»: come se il buco da oltre 1600 miliardi di dollari, creato con lo scoppio della bolla dei subprime, non abbia già gettato nel panico milioni di persone. Si, perché non si tratta solo di pochi operatori finanziari oppure un nugolo di risparmiatori che hanno avuto i miraggi. La crisi esiste, il riassetto sarà notevole, le perdite anche.

Ma ricordando la lezione di Schumpeter forse non si deve guardare a questo periodo con estrema negatività. Un sistema che si regge su fondamenta ben costruite, molte delle quali però sono crollate. Questo è il caso delle investment banks statunitensi, le celeberrime banche d’affari che hanno visto sgretolarsi il terreno da sotto i piedi. Ma l’impulsività e l’irrazionalità che ormai hanno invaso i mercati vanno ben oltre le logiche statali di intervento per ripristino degli equilibri di mercato perduti. Infatti, almeno in questo caso, è proprio lo stesso gioco del mercato che sta espellendo le mele marce, le stesse che hanno contribuito a creare la bolla dei celebri subprimes. Impedire, manipolando o spingendo verso una direzione l’opinione pubblica, che i processi di mercato vadano avanti secondo il loro corso è qualcosa che si potrà ripercuotere con forza sul futuro economico americano e non solo. I governi potranno pensare di risollevare il morale, aumentare la fiducia e far ritrovare il sorriso ai propri cittadini solo quando avranno compreso che sono i singoli a dover scontare le proprie colpe, non tutto un mercato che ha dimostrato di saper fare il proprio lavoro.