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La crisi spirituale della civiltà europea

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Symposio "A Growing Gap: Living and Forgotten Christian Roots in Europe and the US"
Vienna, 27 aprile 2006

1. Introduzione autobiografica

Credo che il modo migliore per introdurre i problemi che intendo affrontare sia una breve auto-introduzione.

Personamente, non sono ateo. Non nego l’esistenza di Dio e mi oppongo a tutte quelle filosofie che hanno dichiarato la “morte di Dio” o “l’inutilità di Dio”, da Feuerbach a Marx a Comte a Nietzsche a Freud. È per questo che, dei due temi che mi sono stati assegnati, mi occuperò del secondo – la crisi della civiltà europea – e non del primo, l’umanesimo ateistico. Questo umanesimo, supposto che sia mai stato un umanesimo, è per me morto e sepolto, anche se l’odore di questi cadaveri intellettuali continua ad ammorbare la cultura europea. Feuerbach e Marx esalano ancora secolarismo, Nietzsche il nihilismo, e Freud l’idolatria della scienza ridotta ad un tranquillante per le coscienze.

Per ragioni che non è il caso qui di spiegare, non posso definirmi un cristiano credente. Seguo Pascal, secondo cui Dio è una scommessa, e Kant, secondo cui Dio è un postulato della vita morale. Credo che si debba vivere velut si Deus daretur, o più precisamente, velut si Christus daretur. Senza l’idea di Dio, quale limite avrebbe la nostra vita morale? Quale giudice resterebbe delle nostre azioni? Di fronte a chi risponderemmo dei nostri comportamenti?

Parlando in positivo, mi considero un credente nei valori fundamentali del cristianesimo%3C/em>, la dignità della persona, la vita, l’uguaglianza, la fratellanza, la solidarietà, eccetera.

Per completare questa breve auto-presentazione, posso aggiungere i tre fatti principali che mi hanno portato alla convinzione che esiste una grave crisi morale e spirituale dell’Europa.

Il primo fatto è la reazione dell’Europa di fronte alla fine del comunismo. Il sentimento più diffuso fra le élites culturali non comuniste dell’Europa occidentale fu più di rimpianto che di soddisfazione, più di nostalgia che di speranza. Si disse: non crediate che tutti i problemi siano risolti. Oppure: non pensiate che gli ideali di giustizia, uguaglianza, miglioramento, autogoverno, che stanno alla base del comunismo si siano dissolti. Più che sentirsi vittoriosa, l’Europa si sentì orfana. Aveva già perso l’identità positiva cristiana e ora non aveva neanche quella negativa anticomunista.

Il secondo fatto che menziono è la reazione dell’Europa all’11 settembre e al fondamentalismo islamico. Il primo giorno dopo l’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono eravamo tutti americani. Il secondo giorno lo eravamo solo nei necrologi. Il terzo giorno non c’era più un americano in Europa. Non mi riferisco alle divisioni sulla guerra in Iraq, mi riferisco a quella strana “sindrome di colpevolezza” da cui siamo affetti, secondo la quale tutto ciò che ci accade, compreso gli attacchi del fondamentalismo e del terrorismo islamico – supposto che ci sia consentito di chiamarlo “islamico” – sono giustificati dalle nostre colpe ed errori.

A questa sindrome si deve aggiungere che l’Europa sta elaborando un’idea del nostro continente come un’oasi di pace perpetua. E sta coltivando una forma di ostilità e diffidenza nei confronti dell’America, vista invece come una superpotenza aggressiva. Lo stesso cardinale Schönborn, nella sua lettera a George Weigel del 31 agosto 2004, ritiene che gli Stati Uniti hanno sviluppato una forma di «imperialismo, sebbene trainato dalla grande visione dell’idea americana» e scrive che «l’integrazione europea è un progetto di pace fra nazioni europee e la loro storia di sangue».

Anche a me piace questo progetto di pace, ma mi chiedo come l’Europa possa perseguirlo se declina le sue responsabilità internazionali. In che modo l’Europa intende mantenere la pace? Alla maniera di chi ritira le truppe dal fronte, di chi nega qualunque uso della forza, di chi chiede scusa se in Occidente si usa l’ironia anche contro le religioni, di chi tace sulle chiese bruciate e sui martiri cristiani? Tutti questi modi di mantenere la pace non ricordano il modo tragico con cui si mantenne la pace a Monaco nel 1938?

Il terzo fatto cui mi riferisco è più personale. Si tratta del mio incontro, prima intellettuale e poi personale, con il cardinale Ratzinger poi Benedetto XVI. Quando ho letto che, secondo lui, «il confronto [fra l’Europa] e l’Impero Romano al tramonto si impone», la mia convinzione si è rafforzata.

I sintomi della crisi spirituale dell’Europa – della sua «collisione con la sua stessa storia», come dice Benedetto XVI – a me sembrano evidenti. I principali sono:

  • il mancato riferimento alle radici cristiane dell’Europa in una Costituzione che inizia citando Tucidide e prosegue riferendosi a tradizioni mai menzionate col loro nome;
  • una fioritura di legislazioni nazionali contrarie ai valori fondamentali del cristianesimo, come la vita, la dignità umana, il matrimonio;
  • la secolarizzazione assunta come ideologia o come una sorta di religione di stato;
  • il rifiuto, quale non si vede in America, di consentire alla religione di giocare un ruolo nella sfera pubblica;
  • il multiculturalismo, che è una forma di integrazione degli immigrati che non attribuisce valore particolare alla tradizione autoctona;
  • il relativismo, che è la dottrina secondo cui nessuna cultura o civiltà può essere comparata con alcun’altra, per cui tutte hanno la stessa dignità.

Se questa è la crisi, qual è il rimedio? La mia risposta è duplice: un progetto culturale a favore di una religione civile cristiana, e l’adozione di politiche coerenti con questo progetto.

2. Una religione civile cristiana

Ho avanzato l’idea di una religione civile cristiana nel libro Sena radici scritto con l’allora Cardinale Ratzinger. E ho lanciato un Manifesto culturale e politico per la difesa dell’Occidente che è scritto secondo le linee di questa idea. Consentitemi perciò di presentarla nei suoi termini ampi.

Quando dico “religione” mi riferisco ad una fede, un credo. Come tutte le religioni, essa è un atteggiamento antecedente alle nostre decisioni culturali e politiche, è una cornice o una guida delle nostre scelte di vita.

“Civile” significa che essa è un costume collettivo, il quale fornisce un ethos, cioè una identità a individui e popoli. In questo senso, “civile” non solo non è incompatibile con le varie confessioni religiose cristiane professate in Europa, ma si accorda con i fondamenti di ciascuna di esse.

Questo spiega perché una religione siffatta deve essere “cristiana”. Nel senso che i suoi valori sono quelli che, in Europa, sono stati tramandati dalla tradizione giudaico-cristiana.

C’è ora da chiedersi: chi può impegnarsi in questo progetto culturale?

In primo luogo, ovviamente, dovrebbero farlo i cristiani credenti e perciò la Chiesa cattolica e le varie chiese cristiane europee.

In secondo luogo, alla religione civile cristiana dovrebbero essere interessati anche i non credenti, perché essa non implica necessariamente una fede trascendente.

In terzo luogo, il progetto dovrebbe essere perseguito da tutti coloro che si richiamano ai princìpi del conservatorismo politico, in particolare la difesa della tradizione, che in Europa, nonostante la cattiva coscienza di coloro che abbozzarono la Costituzione, è la tradizione cristiana.

Questo progetto richiede dei prezzi, naturalmente.

Il prezzo dei credenti cristiani è quello di mirare all’essenziale, cioè i valori fondamentali della loro fede, e di sacrificare i vantaggi contingenti, cioè i privilegi temporali delle loro Chiese. Per essere più espliciti, nella defunta Costituzione europea, era pi

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