La cultura italiana ha bisogno di concorrenza e di idee a costo zero

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La cultura italiana ha bisogno di concorrenza e di idee a costo zero

18 Maggio 2011

Non capisco perché tanta indignazione, tanto clamore. I pesanti tagli al fondo unico dello spettacolo e alle risorse per la scuola erano del tutto prevedibili, sono i due lati della stessa medaglia. Sono parte cioè di un modello preciso di sviluppo che prevede la sistematica emarginazione della cultura dalla collettività. Credo che sia sotto l’occhio di tutti come il degrado dei valori e della valenza culturale sia stata caratteristica distintiva della nostra società negli ultimi decenni. Un degrado che coinvolge l’intera sfera sociale, dei media, e personale. Ma ciò che maggiormente preoccupa sono i meccanismi del sistema, dalle strutture di governo ai terminali periferici che di degrado prosperano, se ne nutrono, alimentando una macchia nera di “non cultura” che si espande velocemente, lievita.

La cultura è inutile, inquina, “non si mette nel panino” è la propaganda dei virili leader in canottiera o delle prorompenti signorine dai tacchi a spillo e seni di plastica. Del resto in nessun’altra parte del mondo esiste una contrapposizione così ampia fra cultura e ricchezza mentre, per contro, esiste una strettissima correlazione fra furbizia e ricchezza. Forse anche per questo sono in calo le iscrizioni all’università in un Paese, il nostro, dove la quantità di laureati è drammaticamente bassa rispetto al resto dell’Europa, ma dove i giovani laureati sono drammaticamente i più disoccupati d’Europa. Siamo assaliti da cinepanettoni di ogni genere, da roboanti poliziotti obesi di violenza gratuita ma, il vero problema, è la televisione. Lo strumento più potente per capillarità, popolarità, un potenziale enorme che, invece di essere veicolo di cultura, conoscenza, confronto, è di fatto un concentrato di qualunquismo, di stupidità, la fabbrica della volgarità più becera.

Siamo stati assoggettati alla liberalizzazione selvaggia che pone l’interesse privato come priorità dell’agire, amplificato, in Italia, da una pericolosissima commistione politica. Si fruisce nel nostro Paese di una cultura “colluttorio”, che ingeriamo, sporadicamente, in qualche raro evento dai contenuti “veri”, ne assaporiamo il gusto che si esaurisce, però, in breve lasciandoci alla mediocrità o peggio alla bassezza del quotidiano. E pensare che “la bellezza, lo stile, la cultura, sono il petrolio dell’Italia, la nostra più grande ricchezza, oltre che l’inimitabile identità” dice il regista Paolo Virzì. Ci sono, è vero, problemi di bilancio, di debito pubblico, bisogna stringere i cordoni della borsa e forse, a dire il vero, di sprechi nel settore ce ne sono tanti. Che ci piaccia o no bisogna entrare in quella logica che contraddistingue, da sempre, le attività vincenti in tutti i Paesi del mondo. Il concetto cioè che bisogna fare sempre meglio, dare migliori prodotti o servizi ad un costo minore, ogni anno, tagliano gli sprechi e, tale costo, deve essere allineato alla migliore concorrenza.

Questo è il solo principio che, al di là di ogni vuota filosofia, garantisce la sopravvivenza. Il fine non giustifica i mezzi e, benché la cultura sia un investimento, si devono comunque trovare idee migliori per raggiungere l’obiettivo, così come personalmente sono costretto a fare, da anni, nell’industria. Ciò che invece mi rattrista sono le scelte, le priorità e l’assenza sconcertante di proposte alternative. E pensare che di idee, anche a costo zero, ce ne sarebbero molte. Perché, ad esempio, non regolamentare diversamente la televisione, sia pubblica che privata, esigendo contenuti più “decenti”? Questo servizio è già oggi ampiamente pagato dai cittadini con il canone e la pubblicità sul costo dei prodotti. Perché accettare quindi servizi così sfacciatamente scadenti, anzi, nocivi? Perché, ad esempio, si preferisce non accorpare le elezioni ed i prossimi referendum gettando al vento molte più risorse di quelle che basterebbero per il fondo dello spettacolo? Perché si sceglie di cementificare lo stretto di Messina anziché finanziare la ricerca nelle università?

La risposta è in una precisa volontà politica che considera la cultura tossica per il sistema, rende consapevoli i cittadini di come la “piovra mediatica” li sottomette agli imbonitori, rendendoli strumenti del business e non il fine di una vera società aperta. Per questo mi sento di suggerire uno slogan per le prossime assemblee degli attivissimi circoli liberali. “Chi fa cultura avvelena anche te, digli di smettere”. La mail è pronta, che faccio, invio?