La cura dimagrante di Michelle Obama per l’America non funzionerà

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La cura dimagrante di Michelle Obama per l’America non funzionerà

27 Luglio 2011

Dopo la messa mattutina (link Alleluia), domenica pomeriggio ad Akron, tranquilla cittadina del MidWest, di solito vuol dire andare alla partita di baseball nell’arena locale. La squadra di Akron gioca in quella che in Italia sarebbe la Serie C del campionato di calcio, ma lo stadio è enorme rispetto al pubblico accorso. Andare a vedere la partita non è solo un fatto di sport, ma un modo per stare all’aperto con la famiglia, e magari fare quattro chiacchiere in assenza della televisione. Tra un tempo e l’altro della partita, gli inning, intermezzi sono utilizzati per ammazzare il tempo. Non essendo questo un match da Serie A, anche gli spettacoli degli intervalli sono arrangiati alla buona: due tizi dentro enormi costumi di gommapiuma fanno la parodia di un incontro di sumo, dei bambini del pubblico partecipano a qualche tipo di gara, alcune coppie prendono parte a giochi da villaggio vacanza.

La partita di per sé non è molto avvincente, specie per un europeo non abituato al linguaggio di strike, out, bases, pitcher, ecc. A differenza del basket o del football americano infatti il baseball è più complesso, ordinato, preciso, e con un pizzico di intelligenza tattica in più. E’ anche meno fisico, meno brutale, in un certo senso meno guerriero. Infatti i giocatori di baseball indossano pantaloni lunghi e polo, e non gli elmetti e le armature di chi si fa a pezzi per una meta “ogni maledetta domenica”, come nel film omonimo di Oliver Stone. Non ha caso qualcuno ha detto che il baseball rappresenta quello che l’America vorrebbe essere, mentre il football rappresenta quello che l’America è.

Filosofia a parte, durante le tre ore di partita dall’una alle quattro di pomeriggio si mangiano a ritmo continuo hot dog, hamburger, tortilla&chili, nacho e formaggio, ali di pollo fritte, dunkin donuts, cookies, e anche una specia di pizza, tutto cibo che ammazzerebbe qualunque anelito sportivo. Poi è normale che gli americani vadano pazzi per la cucina italiana. La nuova campagna per l’educazione alimentare lanciata da Michelle Obama, MyPlate, raffigura un piatto in cui un quarto dello spazio è occupato da verdure, un quarto da frutta, un quarto da carne e proteine, un quarto da carboidrati. Ma nonostante gli sforzi della first lady, che compare spesso su Vanity Fair con in mano una zucca appena raccolta dall’orto della Casa Bianca, le abitudini alimentari degli americani sono dure a cambiare, e i tassi di obesità specie tra i bambini e gli adolescenti rimangono incredibilmente alti.

Parte integrante di queste abitudini è il modo di fare le porzioni, nei ristoranti come in famiglia. Nel barbecue serale – anzi pomeridiano, visto che inizia alle 18 di domenica – se il padrone di casa invita una dozzina di amici, il cibo preparato basterebbe per cinquanta. Il barbecue americano varia dal manzo al maiale a seconda della latitudine in cui ci si trova nella nazione-continente, e include combinazioni tipiche come il maiale con la salsa di mirtillo. Non manca ormai in molti casi anche qualche tipo di pasta, che si mangia ovviamente fredda, conglomerata in ammassi morbidi come budini, piena di salse, e senza la minima nozione di cosa sia la “cottura”.

Tra i dessert tipici del MidWest hanno un posto d’onore il poundcake, chissà per quale motivo identico al ciambellone dell’Appennino italiano e quindi particolarmente sano, l’ice cream dagli improbabili colori dettati dalle varie combinazioni chimiche che pretendono di essere frutta, e una torta di pesche sciroppate che è una esplosione di sensi. Di fronte ai dessert è facile vedere la differenza tra un europeo e un americano: il primo di solito prova i tre dolci in sequenza per assaporare il gusto di ognuno, il secondo inevitabilmente mischia tutto in un unico piatto che diventa una specie di bomba calorica.

Il barbecue è un altro di quegli importanti momenti sociali per una famiglia media americana, e i suoi amici o vicini di casa, perché sotto l’ombrellone piantato nel prato del cortile di casa si sta tutti insieme a chiacchierare tra un piatto e l’altro, spesso riunendo le tre generazioni di nonni, figli e nipoti. Se la famiglia appartiene alla middle class e/o a un quartiere etnicamente misto, attorno alla tavola siedono i vari Turoff, DeRosa, Korowitz, Archer, Gibson, i cui antenati russi, italiani, polacchi, sassoni e africani mai avrebbero immaginato di finire a mangiare insieme poundcake&ice cream.

Una combinazione, quella etnica e generazionale, che si riflette nella partita di basket tre-contro-tre, improvvisata di fronte all’immancabile canestro posto di fronte al garage. I sei giocatori in campo coprivano due sessi e due continenti, tre razze e quattro cittadinanze, con una fascia di età compresa tra i 44 anni di Dan e i 9 anni di Annie. Annie migliore in campo, che tira a canestro una palla pesante quasi quanto lei e corre avanti e indietro senza soluzione di continuità e senza farsi intimorire da una guardia alta il doppio di lei. Go Annie go.