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La decisione dei giudici: sì al sequestro Ilva, ma per risanare

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Sequestro confermato ma nessuna chiusura. È arrivato con un giorno di anticipo sul previsto il verdetto dei giudici del Tribunale del Riesame sull'Ilva di Taran­to. Ed è un provvedimento che allontana lo spettro della fermata dell'acciaieria a seguito del seque­stro disposto dal gip Patrizia Todisco, libera cinque degli otto inda­gati (tutti dirigenti dell'azienda) e conferma invece gli arresti domi­ciliari per Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell'Ilva, e per l'ex diret­tore del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso.

Il collegio (presidente Antonio Morelli, giudici Rita Romano e Be­nedetto Ruberto) ha depositato il dispositivo alle 13.35 di ieri. È tutto racchiuso in meno di due pagine mentre le motivazioni dovrebbe­ro arrivare già lunedì prossimo. Altro punto essenziale, oltre alle misure sugli indagati, è l'inserimento di Bruno Ferrante, presi­dente dell'Ilva dal 10 luglio scorso, tra i custodi giudiziali. Ferrante, che prende il posto di Mario Tagarelli, presidente dell'Ordine dei commercialisti di Taranto, inizial­mente delegato dal gip agli aspetti amministrativi, ora ha una doppia funzione: è presidente del consi­glio di amministrazione dell'Ilva ma è anche custode giudiziale. In quest'ultima veste ha gli stessi compiti degli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento nominati dallo stesso gip. Il Riesame ha di­sposto che i custodi «garantisca­no la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realiz­zazione di tutte le misure tecni­che necessarie per eliminare le si­tuazioni di pericolo e della attua­zione di un sistema di monitorag­gio in continuo delle emissioni in­quinanti».

«Grande dolore e profonda amarezza»: sono le prime valutazioni di Ferrante qualche ora do­po il provvedimento del Riesa­me. Il fatto che Em ilio e N icola Riva, insieme a Luigi Capogrosso, restino privati dalla libertà perso­nale, è un qualcosa che l'Ilva non si aspettava affatto. «Rispettiamo la magistratura - sostiene Ferran­te -ma valuteremo con gli avvoca­ti come rimuovere la condizione di restrizione della libertà perso­nale». Scontato quindi il ricorso in Cassazione perché, sottolinea Ferrante, «non si può certo nega­re il diritto a difendersi e a utilizza­re tutte le possibilità che il nostro ordinamento prevede». Se pesa molto la conferma degli arresti per i Riva, non è nemmeno da escludere che i vincoli posti dai giudici possano ora far scaturire nel gruppo un diverso orienta­mento su Taranto dopo che in questi giorni è stato ribadito che i Riva vogliono restare e investire. Significativo il volto di Ferrante quando gli si pone la domanda. E comunque lo stesso presidente chiude subito il discorso: «Non bi­sogna ragionare con la pressione degli eventi ma in modo più fred­do e sereno».

Sul provvedimento del Riesa­me, Ferrante dice invece di voler attendere le motivazioni «per ca­pire e valutare. Certo, il fatto che non si parli più di spegnimento, di chiusura, di blocco delle lavora­zioni, ma si parli, invece, di messa in sicurezza dell'Ilva, è indicati­vo. Dovremo leggere le motiva­zioni per stabilire poi come orien­tare le nostre azioni, tenendo con­to che c'è sì da tutelare la salute e l'ambiente, salvaguardare il lavo­ro, ma anche consentire l'attività dell'azienda». Soffermandosi sul nuovo, doppio ruolo, Ferrante di­ce di non sentirsi «commissario» dell'Ilva, di «non voler fuggire dal­le responsabilità» e ribadisce: «Dalle motivazioni capiremo quale è la direzione da intrapren­dere. Dobbiamo fare una sintesi fra le indicazioni delle perizie consegnate al gip, le indicazioni del Tavolo tecnico per il rilascio del­la nuova Autorizzazione integra­ta ambientale e quanto scaturito nel confronto con la Regione e gli organi di controllo».

Non si spengono gli altiforni ma la fabbrica potrà produrre re­golarmente? «Non si può interve­nire se blocchiamo la fabbrica - af­ferma Ferrante -. Certo, dovremo vedere se ridurre o meno la produ­zione. In ogni caso ci impegniamo a contenere possibili effetti sul personale». Per il procuratore capo Franco Sebastio, invece, «stan­do al tenore letterario, il provvedimento del Tribunale del Riesame consente l'utilizzazione degli im­pianti non al fine della produzio­ne ma affinché si facciano i lavori di messa a norma. L'impianto ac­cusatorio è stato confermato. Se l'azienda, per mera ipotesi, dices­se "non intendiamo collaborare", allora dopodomani si chiude».

«Oggi c'è un elemento dì mag­giore serenità ma contemporane­amente un elemento di maggiore responsabilità per tutti: l'idea che probabilmente non c'è più una spada di Damocle non significa diminuire di un grammo la respon­sabilità nostra e dell'Ilva» com­menta il governatore pugliese, Ni­chi Vendola. E prima che i giudici ufficializzassero le loro decisioni sull'Ilva, era intervenuto il mini­stro per lo Sviluppo, Corrado Pas­sera, sottolineando come sia ne­cessario « l'impegno di tutti a non chiudere. Se gli impianti chiudo­no, non si riaprono più. Ne va di mezzo non solo il gruppo Riva ma tutta la filiera». Ma «non pos­siamo neppure dire che gli im­pianti dell'Ilva vanno tenuti aper­ti a qualsiasi condizione in quan­to i criteri di salute pubblica devo­no essere considerati».

(tratto da Il Sole 24 Ore)

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1 COMMENT

  1. Primo punto:sempre più
    Primo punto:sempre più gente giovane a Taranto, viene colpita da varie forme tumorali
    Secondo punto: se ci sono almeno 2 paesi che producono acciaio buono e a minor costo, perchè dobbiamo continuare a produrre acciaio ?
    Terzo punto, non credo che ci sia per questo tipo di fabbrica un tipo di impatto ambientale sostenibile.
    Punto quattro: non ho fiducia nella gestione dei soldi pubblici nè delle migliorie paventate dal presidente dell’ILVA.
    Quinto punto: con i soldi dello stato e quelli dell’Ilva, si potrebbe fare un piano di riconversione totale dello stabilimento salvaguardando i posti di lavoro.

    Taranto ha dato, e chissà quanto deve dare ancora, l’acciaio lo si faccia altrove. Mister Riva ha guadagnato già tantissimo; non scordiamoci quanto ha pagato la macchina di stato.

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