La decisione dei giudici: sì al sequestro Ilva, ma per risanare
08 Agosto 2012
Sequestro confermato ma nessuna chiusura. È arrivato con un giorno di anticipo sul previsto il verdetto dei giudici del Tribunale del Riesame sull’Ilva di Taranto. Ed è un provvedimento che allontana lo spettro della fermata dell’acciaieria a seguito del sequestro disposto dal gip Patrizia Todisco, libera cinque degli otto indagati (tutti dirigenti dell’azienda) e conferma invece gli arresti domiciliari per Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell’Ilva, e per l’ex direttore del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso.
Il collegio (presidente Antonio Morelli, giudici Rita Romano e Benedetto Ruberto) ha depositato il dispositivo alle 13.35 di ieri. È tutto racchiuso in meno di due pagine mentre le motivazioni dovrebbero arrivare già lunedì prossimo. Altro punto essenziale, oltre alle misure sugli indagati, è l’inserimento di Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva dal 10 luglio scorso, tra i custodi giudiziali. Ferrante, che prende il posto di Mario Tagarelli, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Taranto, inizialmente delegato dal gip agli aspetti amministrativi, ora ha una doppia funzione: è presidente del consiglio di amministrazione dell’Ilva ma è anche custode giudiziale. In quest’ultima veste ha gli stessi compiti degli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento nominati dallo stesso gip. Il Riesame ha disposto che i custodi «garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti».
«Grande dolore e profonda amarezza»: sono le prime valutazioni di Ferrante qualche ora dopo il provvedimento del Riesame. Il fatto che Em ilio e N icola Riva, insieme a Luigi Capogrosso, restino privati dalla libertà personale, è un qualcosa che l’Ilva non si aspettava affatto. «Rispettiamo la magistratura – sostiene Ferrante -ma valuteremo con gli avvocati come rimuovere la condizione di restrizione della libertà personale». Scontato quindi il ricorso in Cassazione perché, sottolinea Ferrante, «non si può certo negare il diritto a difendersi e a utilizzare tutte le possibilità che il nostro ordinamento prevede». Se pesa molto la conferma degli arresti per i Riva, non è nemmeno da escludere che i vincoli posti dai giudici possano ora far scaturire nel gruppo un diverso orientamento su Taranto dopo che in questi giorni è stato ribadito che i Riva vogliono restare e investire. Significativo il volto di Ferrante quando gli si pone la domanda. E comunque lo stesso presidente chiude subito il discorso: «Non bisogna ragionare con la pressione degli eventi ma in modo più freddo e sereno».
Sul provvedimento del Riesame, Ferrante dice invece di voler attendere le motivazioni «per capire e valutare. Certo, il fatto che non si parli più di spegnimento, di chiusura, di blocco delle lavorazioni, ma si parli, invece, di messa in sicurezza dell’Ilva, è indicativo. Dovremo leggere le motivazioni per stabilire poi come orientare le nostre azioni, tenendo conto che c’è sì da tutelare la salute e l’ambiente, salvaguardare il lavoro, ma anche consentire l’attività dell’azienda». Soffermandosi sul nuovo, doppio ruolo, Ferrante dice di non sentirsi «commissario» dell’Ilva, di «non voler fuggire dalle responsabilità» e ribadisce: «Dalle motivazioni capiremo quale è la direzione da intraprendere. Dobbiamo fare una sintesi fra le indicazioni delle perizie consegnate al gip, le indicazioni del Tavolo tecnico per il rilascio della nuova Autorizzazione integrata ambientale e quanto scaturito nel confronto con la Regione e gli organi di controllo».
Non si spengono gli altiforni ma la fabbrica potrà produrre regolarmente? «Non si può intervenire se blocchiamo la fabbrica – afferma Ferrante -. Certo, dovremo vedere se ridurre o meno la produzione. In ogni caso ci impegniamo a contenere possibili effetti sul personale». Per il procuratore capo Franco Sebastio, invece, «stando al tenore letterario, il provvedimento del Tribunale del Riesame consente l’utilizzazione degli impianti non al fine della produzione ma affinché si facciano i lavori di messa a norma. L’impianto accusatorio è stato confermato. Se l’azienda, per mera ipotesi, dicesse "non intendiamo collaborare", allora dopodomani si chiude».
«Oggi c’è un elemento dì maggiore serenità ma contemporaneamente un elemento di maggiore responsabilità per tutti: l’idea che probabilmente non c’è più una spada di Damocle non significa diminuire di un grammo la responsabilità nostra e dell’Ilva» commenta il governatore pugliese, Nichi Vendola. E prima che i giudici ufficializzassero le loro decisioni sull’Ilva, era intervenuto il ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera, sottolineando come sia necessario « l’impegno di tutti a non chiudere. Se gli impianti chiudono, non si riaprono più. Ne va di mezzo non solo il gruppo Riva ma tutta la filiera». Ma «non possiamo neppure dire che gli impianti dell’Ilva vanno tenuti aperti a qualsiasi condizione in quanto i criteri di salute pubblica devono essere considerati».
(tratto da Il Sole 24 Ore)
