La decisione dell’Alta Corte aprirà la strada al conflitto Morsi-SCAF?

Dona oggi

Fai una donazione!

Sostieni l’Occidentale

La decisione dell’Alta Corte aprirà la strada al conflitto Morsi-SCAF?

12 Luglio 2012

In Egitto, oramai, è il caos più totale a regnare sovrano. Meglio, la diatriba tra i Fratelli Musulmani e il neo-eletto presidente Mohamed Morsi – di Giustizia e Libertà, l’ala partitica della Fratellanza e dei Salafiti di al Nour – da un lato e il potere giudiziario e i militari dall’altro, sembra assumere sempre più i contorni di una crisi di carattere istituzionale.

I fatti: martedì scorso, la Corte Costituzionale egiziana ha sospeso il decreto presidenziale sulla ripresa dell’attività del Parlamento – a netta maggioranza islamista – già sciolto manu militari. L’Assemblea, dal canto suo, s’è immediatamente riunita, sempre nella giornata di martedì, e ha optato per il rinvio a un’altra corte, quella di Cassazione, della sentenza della Corte Costituzionale di bocciatura, in accordo con quanto già statuito dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), di parte della legge elettorale. Nello specifico, erano state dichiarate illegittime le modifiche che, a suo tempo, consentirono agli appartenenti ad altre liste elettorali di candidarsi per la quota maggioritaria riguardante il 33% dei seggi disponibili, in precedenza riservata ai soli candidati indipendenti.

Conflitto senza soluzioni di continuità o mera accettazione della decisione della Corte, quindi? E’ questo il dilemma in cui si trova Mohamed Morsi. In base all’analisi di Nathan Brown, esperto di sistemi giuridici mediorientali dell’Università George Washington e ripreso dal Wall Street Journal, “diverrebbe molto difficile per il neo-presidente accettare senza colpo ferire la sentenza della Corte”, sebbene lo SCAF abbia invitato in un documento a rispettarne i contenuti.

La Fratellanza, evidentemente, ha invocato ed invocherà il favore del popolo egiziano e, soprattutto, un dato, una dicotomia di facile ed immediata presa mediatica: 508 eletti (l’Assemblea) da 30 milioni d’Egiziani a fronte di 19 generali nominati da Mubarak (lo SCAF).

Pur in presenza dei propositi di guerra poc’anzi citati e da ricondurre alle parole di un esponente di spicco di Giustizia e Libertà, Mourad Mohamed Alì, almeno finora i toni paiono stagliarsi ancora entro limiti di sostanziale civiltà. Vero, i militanti della Fratellanza si sono riversati in massa a Piazza Tahrir per protestare contro la decisione dell’Alta Corte. Tuttavia, sotto l’aspetto istituzionale, il presidente dell’Assemblea Saad al-Katani s’è limitato a chiedere al Parlamento di deferire l’annosa questione alla Cassazione. Katani, inoltre, ha voluto riaffermare il principio secondo cui l’Assemblea del Popolo non disattenderà tale decisione ma “volgerà il proprio sguardo verso un meccanismo in grado di implementarla e definirne i contorni”.

Insomma, diplomazia al lavoro. Sono in molti, all’interno della Fratellanza, a temere una ‘deriva turca’. Al riguardo, occorre riprendere quanto già scritto su L’Occidentale da Antonio Cocco in un articolo del 25 Giugno scorso: nel caso vi fosse "un passo più lungo della gamba, la risposta sarebbe forte e univoca da parte dello SCAF, il quale non farebbe altro che attuare la strategia del divide et impera fra le file islamiste. In Turchia questo processo ha portato alla esclusione dalla scena politica delle tendenze più radicali, come quelle personificate da Erbakan, e ha permesso che nascesse una forza politica non ostile all’Occidente e paladina del libero mercato quale l’AKP".

Tale confusione giuridico-politica, comunque, riflette appieno il dramma di un sistema giudiziario egiziano eufemisticamente frammentato e frammentario. Tre corti supreme – Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e Corte Amministrativa – potenzialmente competenti della medesima questione e un’altra di esse, la Corte Amministrativa, ad occuparsi dell’affaire il 17 Luglio prossimo.

Insomma, nonostante i toni per lo più ‘pacati’, questi chiari di luna non promettono nulla di buono per un Egitto ancora molto lontano da quegli standard di democrazia e rule of law universalmente riconosciuti.