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Politica comparata

La democrazia in Italia e negli Stati Uniti

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L’Italia rischia di diventare la nazione del “Mad in Italy”. Le merci si producono ed esportano poco e a caro prezzo. In compenso trionfano dossier, veti incrociati, insulti, sciovinismo, umiliazioni della logica e dell’intelligenza dei lettori (si veda l’editoriale di Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica di ieri, titolato “I signori del dossieraggio”, là dove D’Avanzo parla di una supposta trave nell’occhio della redazione del Giornale, come se lui stesso non avesse da anni bisogno di una visita oculistica). Ciò è dovuto alla SN (Sindrome Nazionale), che consiste nel  “Cercare sempre il colpevole e mai la soluzione”, la cui variante è: “Impiccare la soluzione e lasciare libero il colpevole”. Occorre quindi ripensare la politica in senso moderno, uscendo dalla gabbia della ricerca del voto, ed evitando la trappola della guerriglia mediatica infinita.

Anche in altre nazioni si vivono fasi di sparatorie retoriche tra le diverse parti, ma di là da quello la politica si ritaglia una parte importante, che da noi è più invisibile della faccia nascosta della luna. L’altra parte della politica si chiama “policy”. Una policy è l’analisi pragmatica di un problema e la ricerca di una soluzione. Nei paesi di cultura anglosassone la politica oltre che “politics” è formata da questa parte sommersa, silenziosa, ma viva e salutare per la società. I policy maker lavorano in base a capacità e merito, tra i blairiani come tra i conservatori. Ma, come si dice, più che la parola vale l’esempio.

Prendiamo l’istituto del Recall (=revoca degli eletti), sul quale in Italia c’è un anatema preventivo, immagino. Ne parla tuttavia Critica Sociale con un articolo di Fabio Lucchini (agosto 2010). Il recall ha lo scopo di migliorare i limiti delle democrazie rappresentative (tutte bisognose di una riforma civile immane), e di evitare che il rapporto tra governanti e governati si risolva tramite ghigliottine reali o mediatiche, oppure tramite stagnazione e latifondo.

Di Recall si è parlato quest’estate a Bell, città di 40.000 abitanti nella contea di Los Angeles. Nonostante la cattiva situazione finanziaria del comune, il sindaco e gli altri amministratori si erano creati una legge ad hoc, in base alla quale guadagnavano cifre fuori standard (l’assistente del city manager prendeva 376.000 $ annui, e il capo della polizia 788.999, il doppio di Obama). Il Los Angeles Times ha denunciato il fatto, dopo di che è arrivata la minaccia di recall da parte di un’associazione di cittadini (democrazia diretta con efficacia immediata, cosa impensabile in Italia), e la vicenda si è risolta con una serie di dimissioni prima della procedura di revoca, anche se i cittadini insistono nel volere completare la pulizia. L’istituto del recall permette quindi la revoca di un amministratore prima della scadenza del suo mandato, semplicemente perché i cittadini “ne disapprovano le scelte politiche o per sanzionarne un comportamento inopportuno.

Negli Stati Uniti, le procedure di recall non previste a livello federale, possono colpire i funzionari elettivi del potere esecutivo, i membri del parlamento statale e persino i giudici. Certamente negli Usa la maggior parte delle cariche pubbliche è elettiva: dal giudice di contea al capo della polizia fino al governatore. Roba dell’Altro mondo? Macché, l’istituto della revoca esiste anche nelle vicine Svizzera e Germania.
Va detto che ci sono controindicazioni. Ad esempio il Recall può essere attivato da un partito concorrente, al semplice scopo di delegittimare l’avversario di turno. Ma si pensi che questo si verifica comunque già oggi anche in Italia tramite la stampa, ad esempio. Si pensi che nell’ultima trasmissione di Anno Zero si è fatto cenno ad alcune “frequentazioni mafiose” del governatore della Calabria. Parole, ma  senza documenti o pezze d’appoggio, anche se pochi minuti dopo, parlando di un altro contesto, Santoro ha ribadito che per ogni denuncia servono riscontri reali. Quindi in Italia utilizziamo il recall nel modo più infimo, sottraendolo alla mano dei cittadini alla quale invece dev’essere affidato.

Si prenda poi il caso delle “Case popolari” o “social housing” come si dice adesso. In America il social housing viene realizzato in parte dai privati: le fondazioni recuperano i capitali, costruiscono i palazzi, li affidano ai bisognosi (non a elettori), li gestiscono, e attorno agli edifici creano un sistema capace di sanare il degrado sociale: scuole, centri di formazione, job center, centri di ascolto per le violenze domestiche etc. Poi ci sono le soluzioni pubbliche.  E’ il caso del Toronto comuniting housing, che provvede ad assegnare appartamenti (fissi o temporanei) a oltre 160.000 cittadini poveri. Come opera il Tch? Con criteri clientelari o partitici? No, invece di leggi e burocrazie, la governance - dotata di 2000 edifici nella città - ha una policy orientata al “Power to the people” che da noi è solo una canzone di John Lennon. Il board del Tch è formato da tre consiglieri comunali, dal sindaco o da un suo rappresentante, e da nove cittadini, due dei quali risiedono negli appartamenti popolari. Si noti che il board non ha poteri formali ma totali, in quanto opera “per i movimenti di capitale; per il personale necessario; per creare policy e decisioni operative; per le relazioni con gli azionisti; per le norme e leggi relative”.

Noi parliamo da millenni di crisi della scuola, con scioperi o interventi limitati a gestire l’enorme costo dovuto alle assunzioni facili e clientelari dei decenni trascorsi, con la conseguenza che gli stipendi sono bassi mentre il personale è il più numeroso dei paesi sviluppati, con la conseguenza che non ci sono risorse per gestire la miseria didattica e strutturale. Negli Stati Uniti è nata una campagna nazionale per la rinascita della scuola: Education Nation. Niente scioperi coi ragazzi a mangiare il gelato per le strade, niente infamanti accuse. La campagna ha una sponda nei media, con l’intervento da parte della NBC. I partner vanno dall’università di Phoenix alla Bill & Melinda Gates foundation.  Niente “politics”: “L’educazione è la chiave per il successo della nostra terra… E’ l’ora di mettere la scuola in cima all’agenda degli interessi nazionali. E’ l’ora di reinventare l’America come una Education Nation”. Si sono organizzate conferenze con Arne Duncan - segretario di Stato per l’educazione -, il presidente del MIT, il responsabile di Harlem Children Zone’s…

C’era anche il punto di vista degli studenti, tra il 26 e il 30 settembre, quando la Rockefeller Plaza è stata trasformata in una “Learning Plaza” (Piazza dell’apprendimento). L’intento è quello di organizzare un appuntamento annuale sui temi del sapere e del saper essere. Posso dire che di tutto ciò parlo da anni, senza che da noi niente succeda? Non si tratta di happening. Il programma di aiuto ai ragazzi disagiati, Mentor, aiuta 3 milioni di ragazzi degli States. C’è anche Grad Nation, della fondazione promossa dal generale Colin Powell e da sua moglie Alma. Grad Nation si propone di evitare l’abbandono scolastico e migliorare il livello della vita e del sapere tra i giovani americani. E’ vero che l’America è la terra delle opportunità, grazie a una minore ipertrofia di leggi e burocrazia rispetto all’Europa, però poi servono le idee, come quella di puntare sull’equazione sapere-sviluppo. Il coraggio di uscire dal Mar Rosso del paternalismo dirigista.

Le università funzionano come un radiofaro civile, per esempio il Beacon Hill Institute dell’università di Suffolk ha scoperto che la recente campagna keynesiana di lavori pubblici voluta dal presidente Obama rischia di creare posizioni di rendita per i sindacati, che funzionano come unica agenzia di collocamento, e ha denunciato questo errore che da noi risulterebbe invisibile ed esiziale. Oppure il rettore dell’Università dell’Oregon quando chiede di chiudere con i finanziamenti annuali da parte del governatore, e di attivare un azionariato per 800 milioni di dollari.  

Poi c’è la mitologica araba fenice delle tasse. Da noi ci si squarta ogni ora sul tema dell’aumento delle tasse, o sulla loro riduzione. Converrebbe intanto semplificare. Da alcuni anni negli USA si parla di Fair Tax, argomento che è stato accolto anche dal Congresso, visto che consiste nella riduzione del numero delle tasse. Già questo diminuirebbe i costi e lo spreco di tempo per tutti, al di là del dibattito se sia preferibile tassare il reddito oppure la spesa delle famiglie e delle aziende. Si veda anche cosa scrive Antonio Martino.
E’ necessario, utile, urgente, discutere per individuare le soluzioni e non per dare aria alla bocca.

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