La destra di Fini ha un futuro. Ma non si sa bene da che parte vada

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La destra di Fini ha un futuro. Ma non si sa bene da che parte vada

10 Novembre 2009

La destra immaginata da Gianfranco Fini non ha un passato. E’ una destra in divenire e ha fretta del futuro. E’ europea, ma non ha radici italiane. Le ha recise tutte: quella fascista e quella liberale, quella cattolica e quella anarchica. Nel cantiere finiano ci sono ingegneri e architetti che armeggiano alacri intorno alle biotecnologie, riprofilano principi come la cittadinanza o la libertà sessuale, distillano nuovi sapori e fragranze da un testo cruciale ma terribilmente onusto di anni come è la Costituzione.

Questa destra non ha più una nazione alle spalle. Lo Stato un po’ ingombra e la Costituzione è tutto. Molto poco luigifilipparda, e molto legalitaria. Per dire: Sarkozy propone alcune variazioni sul tema, si inventa la riscoperta degli alunni che scattano in piedi all’ingresso dell’insegnante in classe. Oppure decide di vietare per legge il burqua. Ma sono, appunto, variazioni sul tema arcinoto del gollismo, cioè di quel tessuto un po’ liso ma sempre solido, che le penultime generazioni di francesi sentono addosso sempre comodo. Esso delinea il perimetro di una nazione, ne tiene desto il sentimento.

La destra di Fini è vaporosa come una mongolfiera che non inquadra più la base di partenza e non trova sulle carte un punto di atterraggio. Volteggia nello spazio della politica e beccheggia qui e là spunti dalla realtà, li concettualizza in maniera veloce e riparte. Vaga nel tempo della storia e trova di che parlare alla generazione nata dopo l’89, un anno simbolo fra decine di anni simbolici. Nel 1989 è caduto il muro di Berlino, con la m che era minuscola nel 1961, anno della sua costruzione. E’ stato in piedi 28 anni. E’ caduto giovane. Fini era un esponente del Fuan al momento della sua costruzione. Era il segretario del Movimento sociale italiano al momento della sua caduta. E’ presidente della Camera dei Deputati quando ne festeggia, a ciglio asciutto e con animo lieto, il ventesimo della caduta.

La Seconda Internazionale pensò bene di resettare il tempo della storia fissando al 1848, anno di uscita del Manifesto di Karl Marx, l’anno zero della Storia. Qualcosa di simile accadde per gli storici della Francia della Restaurazione: fissarono al 1789 il big bang della storia. Gianfranco Fini è più attuale: parla a una generazione che non ha conosciuto il mondo delle ideologie, pardon, il secolo delle ideologie, come usa. Sepolto il secolo, sepolte le ideologie. Il passato è stato cancellato: il fascismo, in barba non solo a Renzo De Felice ma perfino a uno storico marxista come Angelo Tasca, è stato “il male assoluto”. Nessuno dovrà più parlarne. Il comunismo, invece, è stato graziosamente rimosso: una dissolvenza cinematografica, da “campo lungo” americano. E’ sparito nel nulla. Nessuno l’ha visto né sentito. Fini esorta tutti a guardare avanti. Come Fanfani, si rivolge alle folle e ammonisce: quando ti allei con qualcuno non chiedergli da dove viene, ma chiedigli dove va.

Per Fini diventa difficile interloquire con chi invece i valori della destra ha continuato a declinarli, sia pure da quella particolare angolazione territoriale e nordestina, molto spicciativa e poco concettuale. La Lega ha coltivato una sua Heimat, ha radicato nella politica le pulsioni altrimenti incontrollate delle comunità locali. Quella degli esordì soffiava sull’animo malmostoso di veneti e lombardi, ne solleticava gli istinti belluini contro l’immigrato, meglio se di colore. Vent’anni dopo (coincidenza: cade il Muro nasce la Lega), Umberto Bossi ha rimesso nel territorio le radici della politica. Se ancora se ne va in giro per la Val Brembana, fra sagre di paese e dietro qualche processione, vuol dire che qualcosa del Novecento non è del tutto morto. Vuol dire che Umberto Bossi, con intelligenza da antropologo della politica, conoscerà poco la storia delle idee ma molto bene conosce quella dei territori e dei costumi. In una parola, con la gente ci parla e non solo con quella incravattata o fresca di parrucchiere della città.

Parlare a una fetta di Italia che non si vergogna della propria storia o del proprio passato e ricollocarla dignitosamente nel presente non è un’operazione banale o semplice come appare. Bossi ci è riuscito. Lui non è la Destra, ma è qualcosa che la ricomprende: è la riaffermazione ribalda di quella sapienza democristiana che sapeva sposare le rivendicazioni di campanile e la fatica del governo nazionale. Non a caso i più irriducibili dei suoi avversari sono quelli dell’Udc, che si ritengono l’unica clessidra sopravvissuta e omologata per scandire il tempo democristiano.

Ecco perché Fini rischia, suo malgrado, di avere ragione quando afferma che destra e sinistra sono concetti vuoti. Sono altri che li stanno riempiendo e non lui.

(di Dolasilla)