La destra e le due democrazie

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La destra e le due democrazie

06 Novembre 2009

A fondamento della democrazia liberale sta il riconoscimento dei diritti e delle libertà civili anche agli “altri”, a quanti non la pensano come noi. Gli ‘altri’, però, comprendono i “diversi” e, nei secoli del totalitarismo e delle religioni politiche, della rinascita dei fondamentalismi e delle radicali contestazioni della civiltà occidentale, non è tanto facile attenersi all’abusata citazione della frase attribuita a Voltaire (ma dal ‘philosophe’ mai pronunciata): «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Sarebbe assurdo, infatti, pensare a un Voltaire redivivo che, dopo aver ascoltato un neo-nazista o un fanatico di Bin Laden o un seguace di Monsignor Lefebvre, si dichiari pronto a dare la vita per difendere il diritto del ‘diverso’ in questione a predicare lo sterminio degli ebrei o la restaurazione del Califfato o il ritorno all’oscurantismo cattolico-tridentino. Quando gli altri rappresentano una minaccia per i nostri valori più cari si può, tutt’al più, “tollerarli” e persino consentire loro una qualche rappresentanza politico-parlamentare qualora sia rilevante il numero di quanti credono nel loro verbo (sempre che, almeno formalmente, si dichiarino disposti a rispettare le leggi e la Costituzione). Non sono rari, nella storia, i casi in cui formazioni politiche lontane anni luce dalla ‘società aperta’, a forza di confrontarsi con gli avversari ideologici, ne acquisiscono abiti mentali e strategie di combattimento e che, col tempo, finiscono per apprezzare quelle istituzioni della libertà che ritenevano prassi e costumi di una ‘tribù’ che non era la loro. La tolleranza, comunque, resta sempre un rischio e da strumento di ‘secolarizzazione politica’ può diventare il cavallo di Troia che porta nella cittadella liberale germi di inquinamento morale e culturale e di guerre civili. (Per questo, sia detto per inciso, oltreché organizzare convegni e seminari di studio sulla bontà e sulla positività della tolleranza , sarebbe opportuno dedicare qualche incontro ai…”diritti dell’intolleranza” ovvero ai limiti oltre i quali il rispetto degli altri si traduce nel rinnegamento della nostra ‘civiltà del diritto’).

Fatta questa premessa, però, va pur detto che il concetto di ‘altro’ va preso molto sul serio e che, nell’accezione illuministico-razionalistica della democrazia, il rispetto che gli si deve come ‘diverso’ è, spesso inconsapevolmente, insincero e meramente retorico. Per semplificare il discorso, diciamo che ci sono due concezioni della democrazia: europea l’una, nordamericana l’altra. In base alla prima il ‘governo del popolo’ si definisce, soprattutto, in base al “fine” che si propone e che è quello di elevare intellettualmente le masse e assicurare a tutti una vita ‘decente’ al riparo dall’indigenza, dalla disoccupazione, dall’ignoranza. In base alla seconda, la democrazia , fondata sul principio ‘una testa, un voto’, si qualifica per le risorse – elettorali, di partecipazione – che dà ad ogni singolo cittadino non per l’”uso” che ne verrà fatto. Sarebbe sbagliato asserire che le due filosofie si distinguono per essere l’una ‘sostantiva’ – ovvero volta a procurare beni concreti, materiali e spirituali, agli individui e alle famiglie– e l’altra ‘formale’ e procedurale – ovvero indifferente, cioè, a ciò che le ‘teste’ decidono di ‘votare’. Anche nella seconda, infatti, troviamo una impegnativa – e certo non dettata dalla ‘natura’ – etica sociale. Così la sintetizzava il genio di Tocqueville in una nota pagina della ‘Democrazia in America’ (I, II, Cap.X):  “Negli Stati Uniti, il dogma della sovranità del popolo non è una dottrina isolata, che non tenga conto né delle abitudini, né dell’insieme delle idee dominanti; si può al contrario considerarlo come l’ultimo anello di una catena di opinioni che avvolge tutto intero il mondo angloamericano. La Provvidenza ha dato ad ogni individuo, chiunque egli sia, il grado di ragione necessario perché egli possa dirigersi da solo nelle cose che lo interessano personalmente. E’ questa la grande massima sulla quale, negli Stati Uniti, riposa la società civile e politica: il padre di famiglia l’applica ai suoi figli, il padrone ai suoi servi, il comune ai suoi amministrati, la provincia ai comuni, lo Stato alle province, l’Unione agli Stati. Estesa all’intera nazione, essa diventa il dogma della sovranità popolare”. Forse è superfluo far rilevare che in un’Europa – soprattutto quella continentale beninteso – segnata dall’’ancien régime’ e da rotture rivoluzionarie che non sempre ne hanno cancellato non solo gli ‘abiti della mente e del cuore’ del passatoma, altresì, il modo di rapportarsi dei sudditi divenuti cittadini alle autorità spirituali e temporali, non sono molti i corifei della democrazia a ritenere che “ ogni individuo, chiunque egli sia” abbia “il grado di ragione necessario perché egli possa dirigersi da solo nelle cose che lo interessano personalmente”. Per questo Tocqueville, nello stesso capitolo, poteva scrivere, con elegante ironia, che “in Europa, noi abbiamo fatto strane scoperte. La repubblica, secondo alcuni di noi, non è il governo della maggioranza, come si è creduto fino ad ora, è il governo di coloro che  si fanno garanti e interpreti della maggioranza. Non è il popolo che dirige in questa specie di governi, ma coloro che conoscono quale sia il vero bene del popolo, felice distinzione che permette di agire in nome delle nazioni senza consultarle e di reclamare la loro riconoscenza calpestandole. Il governo repubblicano del resto è il solo, al quale si debba riconoscere il diritto di fare tutto, e che possa disprezzare ciò che gli uomini hanno fino ad ora rispettato, dalle più alte  leggi della morale fino alle elementari regole dei senso comune”.

In realtà, la versione europea e sostantiva della democrazia si fonda sul ‘lato oscuro’ dell’eredità illuministica. Beninteso, lungi da me l’intenzione di recare il mio piccolo granello di sabbia alle critiche feroci che sempre, di secolo in secolo, si rinnovano contro i ‘lumi’. Sia nella versione radicale francese che in quella empiristica inglese (che è la vera matrice del ‘liberalismo dei moderni’), i ‘lumi’ hanno ricacciato nelle tenebre i fantasmi dell’Inquisizione, del ‘pensiero unico’, del privilegio fondato su inamovibili gerarchie naturali. Ci sono voluti secoli ma oggi nessuno, almeno nei paesi retti a democrazia liberale, rischia di non essere ammesso all’Università in mancanza del certificato di buona condotta rilasciato dal parroco (un certificato che, in sostanza, attestava la regolarità della confessione e della comunione..). Accanto alla ‘pars critica’,che ci ha liberato dalle catene imposte da agenzie spirituali ripudiate dalla coscienza morale adulta, l’illuminismo, però, ci ha lasciato in eredità un rischioso programma positivo, l’impegno a perseguire quelle “magnifiche sorti e progressive” su cui si appuntava l’ironia del nostro grandissimo Giacomo Leopardi. A dirla, con un’espressione ‘tecnica’, ci ha lasciato un’”etica cognitivista” in base alla quale si può “conoscere”, con un adeguato tirocinio intellettuale, che “cos’è il bene” individuale e collettivo e si possono predisporre strumenti istituzionali atti a realizzarlo. Trattandosi, però, di compito non facile, quanto più impegnativo è l’ambizioso progetto di redenzione dell’uman genere dai mali cagionati dai Cavalieri dell’Apocalisse (Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte), tanto più viene a rafforzarsi il potere dei pochi saggi che, con la loro competenza e imparzialità, possono guidare le società e gli Stati verso la terra promessa, prefigurata negli scritti del marchese di Condorcet (che non a caso può considerarsi l’anello di congiunzione tra Voltaire, di cui si dichiarò discepolo, e il positivismo di Saint-Simon e, soprattutto, di Auguste Comte, il primo, autentico, teorico di una ‘tecnocrazia’ dichiaratamente antidemocratica). A un maximum di ‘democrazia’ corrisponde, in tal modo, un maximum di ‘elitismo politico’ – ovviamente ‘provvisorio’ e destinato a retrocedere man mano che i popoli diverranno più ‘autonomi e responsabili (dove sarebbe fin troppo facile l’ironia del ‘campa cavallo..’). “Il governo di coloro che si fanno garanti e interpreti della maggioranza” perché “conoscono quale sia il vero bene del popolo”, a ben riflettere, è l’ombra di Licurgo che aleggia in tutti gli scritti dei massimi esponenti della democrazia europea dell’Ottocento, da Giuseppe Mazzini allo stesso John Stuart Mill – fautore ,e non certo a causa di una ‘svista’,del voto plurimo con cui garantirsi dalle cattive scelte della plebaglia incolta.

All’interno di questa ‘Weltanschauung’, il rispetto dell’’altro’ – la disposizione a difendere le sue idee anche se per nulla condivise – è più apparente che reale e, quando c’è, pare dettata più da un sentimento filantropico, dal ripudio dei mezzi violenti, che da un saldo convincimento morale. Come si può, infatti, rispettare chi “rema contro” ,chi con le sue idee e le sue azioni, ritarda – per citare il Condorcet dell’ Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano (1793) – "quel momento, in cui il sole illuminerà sulla terra ormai soltanto uomini liberi, e che non riconosceranno altro padrone se non la propria ragione ; in cui i tiranni e gli schiavi, i preti e i loro strumenti stupidi o ipocriti esisteranno soltanto nella storia e sui teatri ; in cui ci se ne occuperà soltanto per compiangerne le vittime e gli zimbelli, per mantenersi, attraverso l’orrore dei loro eccessi, in una vigilanza utile, per saper riconoscere e soffocare, sotto il peso della ragione, i primi germi della superstizione e della tirannia, se mai osassero ricomparire"? All’interno di questo ‘stile di pensiero’, l’apologia ricorrente del pluralismo non può che fondarsi sull’onesta convinzione che sono molti i mezzi per ‘andare avanti’: la meta luminosa sta dinanzi a tutti ma le vie che vi conducono possono differenziarsi notevolmente. Come scrive nei Doveri dell’uomo (1860), l’ideologo che aveva per così dire ‘romanticizzato i ‘ lumi, Giuseppe Mazzini “la libertà vera non consiste nel diritto di scegliere il male, ma nel diritto di scegliere fra le vie che conducono al bene”.

Si capisce allora perché in questa filosofia democratica non ci possa essere un reale spazio per la destra. Per ‘destra’ intendo una ‘forma mentis’ che, indipendentemente dagli istituti – giuridici, economici, politici in senso lato – che ad essa si ispirano, può venir definita dalle due metafore dell’albero e della piramide. L’albero è la vita che cresce su se stessa, tanto più rigogliosa quanto più profonde sono le sue radici; la piramide è il simbolo delle gerarchie eterne, delle “cose tutte quante” – come scrive il divino poeta nel Canto I del ‘Paradiso’ – che “hanno ordine tra loro, e questo è forma /che l’universo a Dio fa somigliante”. La natura umana è proiezione in avanti ma, insieme, bisogno di radicamento, è ‘comunità’ e, insieme, ‘società’, è ‘progresso’ e, insieme, è ‘tradizione’. Si tratta, a ben guardare, di istanze insopprimibili che, qualora rimangano padrone del campo, l’una cancellando l’altra, scatenano sulla terra i mostri più terribili. La comunità, senza la luce della ‘raison’francese – o della più affidabile ‘reason’ scozzese – è il mondo spietato e violento descritto in tanti romanzi realisti e veristi dell’Ottocento; la società, senza l’afflato comunitario, è una disumana contabilità di diritti, portata a “tribuere unicuique suum” sulla base di principi che astraggono da ogni concretezza di rapporti sociali: è l’”antistoricismo’ radicale dei Lumi che nulla è disposto a concedere all’”esistente” giacché nel mondo così com’è c’è qualcosa di marcio, una cancrena che va estirpata il prima possibile.

Si comprende come, all’interno di questo ‘modello’, non ci sia posto né per la destra, né per il conservatorismo o meglio vi sia posto solo per quest’ultimo purché “illuminato”. (‘Illuminato’, nel linguaggio politico del nostro paese, è chi non sta a sinistra ma spesso e volentieri esprime giudizi che piacciono alla sinistra, ad es. Sergio Romano). Non si spiega altrimenti perché nessun partito, in Italia o in Francia, abbia mai osato proclamarsi ‘conservatore’. E’ vero che ce ne sono di quelli che si autodefiniscono di ‘destra’ ma si tratta di formazioni minori che non pensano certo di diventare maggioritarie ma intendono solo beneficiare della rendita di posizione assicurata dai voti di percentuali esigue di elettori nostalgici o protestatari (in senso ‘reazionario’). E in effetti perché il manovratore del treno della storia non dovrebbe essere infastidito da chi tira il freno dell’allarme e provoca l’arresto, sia pure momentaneo, del convoglio? E’non poco significativo che nell’Italia della Prima Republica, un termine come ‘liberale’ – e persino uno come ‘socialdemocratico’ – assumesse, negli ambienti della democrazia progressista, un’accezione negativa, sicché, prima di Bettino Craxi, era impensabile per un socialista italiano stare al governo col partito di Giovanni Malagodi.

Assai diverso è il caso della democrazia fondata sulla divisa “una testa, un voto”. Qui le menti non sono tenute a consultare, nella scelta elettorale di un uomo o di un partito, l’Abbozzo di Condorcet, né a rimuovere la rousseauiana “volontà di tutti” – la somma dei singoli bisogni empirici – per far trionfare la “volontà generale”. Non essendoci misure assolute e infallibili del ‘bene comune’ – tranne quelle che di volta in volta nascono ‘dal basso’ e vengono poi registrate nelle Costituzioni -, ogni testa è libera (nel senso di non incorrere nelle reprimende dei chierici, laici o religiosi che siano, o nella perdita della stima sociale) di ‘proseguire’ o di ‘fermarsi’ e, persino, a costo di ‘épater les bourgeois’, di rimettere un po’ indietro, qualora sia possibile, le lancette dell’orologio della storia. Colpevolizzare gli individui per le loro ‘soste’, per l’esigenza talora avvertita, di preservare i paesaggi della memoria dal foscoliano oblio che involve tutte le cose “nella sua notte”, dalla “forza operosa” che “le affatica di moto in moto” sicché “ l’uomo e le sue tombe/ e l’estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo”, significa non tener conto dell’uomo hic et nunc, che alterna la stagione dell’inverno e del letargo dei valori alla primavera che “brilla nell’aria e pe’ li campi esulta” e induce a rinnovare lo spirito e il guardaroba.

La democrazia razionalistica e sostantiva dell’”interesse generale” ha introiettato il mito di Orfeo ed Euridice. La ninfa viene resa da Ade al suo amante, come scrive Poliziano nella ‘Fabula di Orfeo , con le parole "Io te la rendo, ma con queste leggi: / che lei ti segua per la ceca via / ma che tu mai la sua faccia non veggi / finché tra i vivi pervenuta sia!". Il progresso dei popoli è assicurato purché non si giri la testa all’indietro o, tutt’al più, ci si serva dei lasciti del passato per rendere ancora più veloce il passo dell’”umanità in marcia”. Siamo dinanzi a una Inquisizione illuministica sicuramente preferibile all’antica ma certo non più rispettosa dei nostri simili quali realmente sono.