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La differenza tra Sarkò e Berlusconi sta nel partito

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Sono stati tanti e significativi gli spunti emersi dal dibattito sul modello Sarkozy svoltosi a Frascati in occasione della seconda giornata dei lavori della tradizionale Summer School di Magna-Carta.

La tavola rotonda ha coinvolto uno straordinario parterre de roi impreziosito dalla presenza di Thierry Mariani responsabile delle relazioni internazionali dell'Ump e uomo di fiducia del Presidente francese. A rotazione poi sono intervenuti il Presidente della Fondazione Gaetano Quagliariello in veste di padrone di casa e promotore della Summer School, Marina Valensise giornalista del Foglio attenta commentatrice delle vicende francesi, Gilles Le Béguec autorevole storico del gollismo, e l’On. Adolfo Urso esponente di spicco di An e pertanto osservatore interessato dell’evoluzione della destra francese.

Tra i numerosi e illuminanti spunti di analisi emersi dal panel è stato soprattutto l’inevitabile confronto tra l’esperienza sarkoziana in Francia e quella di Berlusconi in Italia ad accendere il dibattito. Dopo quanto riportato da Mariani, che alla luce della propria esperienza da uomo di partito al fianco di Sarkò nel trionfale percorso verso l’Eliseo, ha posto l’accento sul ruolo strategico e di centro gravitazionale di risorse e programmi della macchina Ump, è stato Adolfo Urso a sollevare alcune perplessità sull’assetto italiano considerato troppo schiacciato sulle leadership a discapito delle rispettive forze politiche. In Italia, ha spiegato Urso, i leader laddove e nella misura in cui questi sono stati leader fondatori dei partiti che guidano, è successo, e succede ancora e tanto più nelle fasi di governo, che i leader finiscano per frustrare le energie creative e organizzative della struttura partito sacrificandole alla centralità del proprio carisma.

In Francia, secondo Urso, questo non è accaduto, e anzi questa differenza di approccio da parte di Sarkò, bravo a integrare la sua formidabile caratura di politico e statista con la valorizzazione del partito, investito di una rinnovata forza di propulsione e contestualmente ammodernato nell’organizzazione-struttura, ha finito col risultare significativa per il successo alle ultime presidenziali. Una puntura di spillo quindi agli attuali leader del centrodestra italiano, poco propensi a investire nella fucina del partito e sin troppo concentrati nel coltivare il proprio, il più delle volte indiscutibile, carisma personale. Un angolo di visuale, quello di Urso, destinato quindi ad alimentare il dibattito sul sistema politico italiano e sui prossimi sviluppi all’interno delle coalizioni. Di sicuro carne al fuoco non manca.

 

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