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La diplomazia dei movimenti non s’addice al Parlamento

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In cambio di Mastrogiacomo, i talebani hanno ottenuto la liberazione di terroristi talebani.  Forse perché il governo italiano, incalzato da esponenti della propria maggioranza, avrebbe rappresentato al governo Karzai la propria impotenza a reggere l’urto di tali esponenti, a mantenere in vita la coalizione, a confermare la partecipazione italiana alla missione in Afghanistan, senza la restituzione ai suoi cari e al suo giornale del giornalista sequestrato? L’interrogativo è più che legittimo e quanto recentemente dichiarato da Karzai gli ha conferito straordinaria attualità.

Se poi non fosse così e fosse stato invece quest’ultimo a dare una falsa motivazione della libertà da lui concessa ai terroristi talebani, a maggior ragione toccherebbe al governo italiano ricostruire lo svolgimento dei fatti, senza eludere il confronto parlamentare. In democrazia sono gli esecutivi a far da apparato servente ai parlamenti e non viceversa. 

 Molto opportunamente Silvio Berlusconi, per attenuare alcuni toni esagitati,  ha evocato onore e carità di patria. Ma pesano sulla nostra politica in Afghanistan ombre e ambiguità che all’onore della patria non giovano affatto. Quella di Strada è organizzazione non governativa: del ruolo che le è stato conferito e del perché le è stato conferito non può che rispondere il potere esecutivo. Ogni analogia col precedente operato della Croce Rossa di Scelli in Iraq sarebbe fuorviante, o peggio ricattatoria.

C’era entusiasmo per Mastrogiacomo tornato in Italia. C’era Gino Strada impegnatissimo nella propria autocelebrazione. Lo sfortunato presidente Bertinotti ebbe a parlare di “diplomazia dei movimenti”. Mai formula, nel giro soltanto di una quindicina di giorni, si sarebbe rivelata più infelice.

C’era una volta, nelle facoltà di scienze politiche la storia dei trattati e politica internazionale. Era materia gloriosa e polverosa, sapeva di archivi di cancellerie, dove tutto rientrava sotto “Alti patronati” (anche quando a trattare erano stati banchieri e faccendieri, sultani e guerriglieri non riconducibili a sovranità di stati). Poi a tale disciplina subentrò quella di relazioni internazionali, con più politologia e tanta attenzione ai rapporti multilaterali e alle convergenze fra statualità ancora incerte, con professori come Aron e Kissinger, i quali all’”impero” americano amavano legare le vecchie storie di “legittimità” in Europa dei Talleyrand e dei Metternich.

Oggi il mondo globalizzato, pronostica Bertinotti, dovrebbe inerpicarsi sulle strade della “diplomazia dei movimenti”. Sono strade che in fondo non dispiacciono a D’Alema, perché consentono di incontrare talebani che avrebbero diritto a negoziar la pace in Afghanistan, uomini di Hamas che avrebbero quello di non riconoscere Israele e terroristi Hezbollah quello di rappresentare la Siria e l’Iran in Libano. Se pure per Prodi tali strade vanno percorse, il Parlamento ha pieno diritto di apprenderlo, senza che il governo della Repubblica si vittimizzi di uno “sciacallaggio” che è soltanto esercizio del diritto – dovere di opposizione in un Parlamento che nell’arco di tutta la vicenda è parso scavalcato da “Porta a porta”, da Emergency, dalla diplomazia dei movimenti, dal suo stesso presidente Bertinotti. Come se onore e carità di patria abitassero dovunque, tranne che alle Camere. (L.C.)


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