Home News “La dottrina Bush è ancora valida ma vanno rafforzate le alleanze”

“La dottrina Bush è ancora valida ma vanno rafforzate le alleanze”

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intervista a Rudolph Rummel di Stefano Magni

Rudolph Rummel, professore emerito all’Università delle Hawaii, è uno dei maggiori studiosi di Relazioni Internazionali. Candidato al Premio Nobel per la Pace nel 1996, ora è tra i pochissimi intellettuali statunitensi che sostiene la dottrina Bush per l’esportazione della democrazia. I suoi studi dimostrano, statistiche alla mano, che le democrazie non si fanno guerra tra loro. E che non massacrano i loro cittadini. La diffusione della democrazia, dunque, è fondamentale per la pace nel mondo. Rummel ha puntualmente riportato gli studi internazionali che dimostrano come la violenza (sia quella tra Stati, sia quella all’interno di essi) sia fortemente diminuita dopo il collasso dell’Unione Sovietica e l’inizio dell’espansione della forma di governo democratica in tutto il mondo. Per lo studioso di Relazioni Internazionali, la Guerra in Iraq non è affatto da considerarsi un insuccesso. Anzi, ci spiega che: “è stato un successo di altissimo livello. Un dittatore sanguinario e la sua gang di assassini sono stati eliminati, ora c’è una costituzione approvata dal popolo e un governo eletto democraticamente. Ci sono anche un’insurrezione e un terrorismo sistematico contro il governo e le forze guidate dagli Stati Uniti, ma non possono oscurare questi fondamentali successi”. Mentre una demoralizzazione del fronte interventista e un eventuale ritiro dall’Iraq sarebbero una catastrofe. “Scoppierebbe una guerra civile generale e sarebbe sconfitto il governo iracheno, vi sarebbe un vasto democidio misurabile in centinaia di migliaia di morti” – ci spiega, usando il termine che ha coniato egli stesso per definire i crimini di massa degli Stati: democidio – “Vi sarebbe inoltre una demoralizzazione delle forze che combattono il terrorismo ovunque nel mondo e un passo indietro per i movimenti filo-democratici nel Medio Oriente”.

Eppure Rudolph Rummel, che è un convinto difensore della causa della libertà individuale, viene attaccato soprattutto dai libertari, sia dai più moderati riuniti attorno al Cato Institute di Washington, sia quelli più radicali e pacifisti, come Lew Rockwell del Mises Institute e soprattutto Justin Raimondo, titolare del sito isolazionista Antiwar.com, che lo considerano un guerrafondaio e incoerente con i principi isolazionisti dei Padri Fondatori.

Tra i difensori più radicali della libertà individuale c’è qualcuno che difende la dottrina dell’esportazione della democrazia?

Io sono un convinto difensore della strategia dell’esportazione della libertà, la “Forward Strategy of Freedom”. E si tratta di una strategia di successo. Oggi abbiamo governi democraticamente eletti in Afghanistan e in Iraq, che erano Paesi dominati da dittature sanguinarie. Ora assistiamo anche alla crescita di un movimento democratico nel Medio Oriente così come nel resto del mondo. Nel 2001, quando Bush lanciò la sua dottrina di politica estera, c’erano 121 democrazie elettorali (formalmente democratiche, ma prive di garanzie per i diritti individuali, ndr) e 85 democrazie liberali. Nel 2006, c’erano 123 democrazie elettorali e 90 liberali. Questo è un passo avanti significativo per un periodo di soli cinque anni. Buona parte di questo progresso è dovuto all’enfasi posta sulla pomozione della democrazia e nell’aiuto ai Paesi in fase di democratizzazione.

I Padri Fondatori degli Stati Uniti predicavano l’isolazionismo e un governo minimo. Una strategia di promozione della democrazia, non è incoerente con questi principi?

No, non è incoerente. Si tratta di promuovere all’estero lo stesso valore della libertà individuale.

Nella sua strategia per promuovere la libertà all’estero, Lei parla di “vettori” dell’azione per la pace. Quali sono?

Sono le azioni da compiere se vogliamo promuovere la pace democratica in tutto il mondo e combattere il democidio. All’interno di ogni Stato si dovrebbe: aumentare la libertà di scelta di individui e gruppi e garantir loro piena libertà di movimento; decentrare il potere politico, adottando un sistema federalista; espandere la distribuzione orizzontale del potere, incoraggiando la nascita e la crescita di gruppi di interesse non governativi; aumentare il livello di partecipazione politica delle comunità (“democrazia diretta”); ridurre il controllo e l’interventismo sociale ed economico dello Stato. Per quanto riguarda la politica estera, i “vettori” sono: garantire, tramite le Nazioni Unite, il diritto all’emigrazione; incoraggiare e sostenere, sempre tramite le Nazioni Unite, l’esercizio del diritto di autodeterminazione dei popoli; permettere la rappresentanza presso le Nazioni Unite dei popoli, oltre che degli Stati; rafforzare gradualmente il meccanismo del peacekeeping e del peacemaking; riformulare, all’interno delle Nazioni Unite, il concetto di “caucus delle democrazie”, in modo da formare un vero e proprio partito politico delle democrazie rappresentate.

Ci può riassumere in breve la sua strategia per la promozione della pace democratica?

In breve, per promuovere un mondo prospero e pacifico, un mondo in cui vi sia sicurezza garantita a tutti, si deve ridurre al minimo il potere dello Stato a livello nazionale; a livello internazionale si deve promuovere l’autodeterminazione nazionale e regionale e avere un’Organizzazione delle Nazioni Unite realmente democratica. In particolar modo si deve sviluppare un’Alleanza di Democrazie per promuovere la democrazia liberale in tutto il mondo. E per fare quello che le Nazioni Unite non stanno facendo, perché sono dominate da Stati non democratici.

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